Invito all'opera: Cavalleria Rusticana

di Maria Giordano

Curiosando nei siti dei teatri siciliani ho visto in programmazione al Bellini di Catania Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Vengono sempre rappresentate insieme, tuttavia, se dovessi scegliere tra le due, sceglierei Cavalleria rusticana, un’opera che pur restando nell’alveo della tradizione operistica italiana, è decisamente originale.

Originalità che si nota già nel Preludio; secondo la tradizione ormai consolidata con Verdi, il Preludio anticipa i motivi fondamentali delle scene più drammatiche, quella Santuzza - mamma Lucia e quella Santuzza - Turiddu. Ma proprio nel momento in cui la musica raggiunge il climax, l’orchestra si spegne, e sul cullante ritmo ternario di una Siciliana, Turiddu, fuori scena, accompagnato solo dall’arpa, canta il suo amore per Lola. Finito il canto, l’orchestra riprende il discorso interrotto. 

La Siciliana sembra solo una parentesi insolita (anche per l’uso del dialetto), ma non è soltanto questo: interrompendo il preludio e ponendosi in contrasto con esso, anticipa la peculiarità drammaturgica di quest’opera: la sovrapposizione/contrasto dei piani drammatici. 

Si è detto che Cavalleria rusticana, nata come opera verista, abbia ben poco del verismo di Verga. In effetti, nei brani che caratterizzano il contesto – i cori, lo stornello di Lola, le arie con coro di Alfio e Turiddu – notiamo una rappresentazione dell’ambiente siciliano più folkloristica che realistica: il paesaggio mediterraneo con i suoi colori e i suoi profumi («Gli aranci olezzano» canta il coro ad apertura di sipario), i popolani con la loro semplice vita quotidiana («O che bel mestiere fare il carrettiere» commenta il coro all’arrivo in scena di compare Alfio e «Viva il vino ch’è sincero che ci allieta ogni pensiero» al brindisi proposto da Turiddu). Ma su questo sfondo forse un po’ troppo edulcorato, i personaggi consumano in solitudine la loro tragedia. Ed è qui che dobbiamo cercare il verismo di Mascagni. 

Il contrasto tra i due piani drammatici, quello del contesto e quello dei dialoghi fra i personaggi viene mirabilmente evidenziato non solo dal testo ma anche e soprattutto dalla musica. Come la Siciliana nel Preludio, i “pezzi di carattere” - cioè i brani corali, le arie di Alfio e Turiddu con il coro, lo stornello di Lola - contrastano con le scene dialogate. I primi hanno, infatti, le caratteristiche del tradizionale “pezzo chiuso”; le seconde, invece, non hanno né la tradizionale struttura formale del duetto né una sintassi melodica regolare: sono caratterizzate da un declamato estremamente duttile che, pur mantenendo la ricchezza espressiva del canto, si avvicina al parlato. 

Grande maestro si rivela, poi, Mascagni nell’orchestrazione di queste scene: il sapiente uso delle potenzialità espressive del ritmo, dei timbri, dei registri contribuisce a creare atmosfere drammatiche di straordinaria efficacia. Penso all’incipit della seconda scena, in cui la gaiezza della prima scena si spegne improvvisamente nel mesto canto dei violoncelli cui fa da contrasto il timbro puro del clarinetto all’arrivo di Santuzza; penso all’incredibile quinta scena, nella quale l’orchestra acuisce con brevi incisi - che sembrano quasi nervosi “gesti” musicali - la tensione del dialogo fra Santuzza e Turiddu. È anche grazie a questa sorta di “contrappunto emotivo” che l’orchestra intesse con il canto che le passioni elementari di Santuzza, Turiddu, Alfio, mamma Lucia e Lola esplodono in tutta la loro intensa, drammatica verità.

 

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Credits: sito web realizzato da Ilaria Limblici per Libri&Altrove

 

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