We’re all gonna fucking die!
Don’t look up (2021) di A. McKay
È sempre difficile scrivere di film molto “chiacchierati”, si rischia inevitabilmente di essere condizionati dal brusio di sottofondo - più o meno autorevole - e di approcciarsi alla visione cinematografica con eccessivi pregiudizi. Per questo motivo ho preferito scrivere qualche riga su Don’t look up con un po’ di ritardo, dandomi il tempo di riflettervi sopra.
Guardando il film è stato impossibile non pensare alla pellicola del regista del 2015, La Grande Scommessa (The Big Short). In entrambi i film il regista sembra volerci offrire un prodotto cinematografico che, oscillando tra tipico prodotto hollywoodiano, commedia brillante e film drammatico, tenta di gettare uno sguardo cinico sulle contraddizioni del presente.
E al di là degli aspetti formali (le due pellicole si assomigliano in più di un punto) pare di individuare un filo rosso che le attraversa entrambe: il vero motore dell’azione filmica, il motivo che sottostà alla trama e che permette a tutto il film di funzionare è la metafora grottesca della stupidità. Con delle dovute differenze. Mentre nella pellicola del 2015 l’azione si svolgeva in un determinato spazio-tempo realistico e storicamente determinato (ovvero la grande crisi dei mutui subprime), in Don’t look up l’azione si sposta in un immediato presente-futuro immaginario, per quanto estremamente verosimile (“Based on truly possible events”, come dice la locandina).
Long story short: in Don’t look up la terra è minacciata da una cometa che rischia di innescare l’armageddon e di conseguenza l’estinzione della razza umana. La soluzione più ovvia - evitare l’impatto distruggendo la cometa - non viene adottata per una serie di assurde motivazioni (perfettamente coerenti alla logica capitalista), con tutto ciò che ne consegue.
Su quest’impianto - assai semplice - si regge tutto il film, all’interno del quale i regista fa muovere i suoi personaggi i quali, così stereotipati e assurdi da sembrare assolutamente familiari, si trovano a dover gestire l’ingombrante problema dell’apocalisse da punti di vista differenti. Vi sono innanzitutto gli astronomi Randall Mindy e Kate Dibiasky - interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence - che incarnano l’ovvia verità (ovvero, come DiCaprio dirà a chiare lettere: “Il fatto che una cometa stia per schiantarsi sulla terra non è una cosa positiva”), la quale tuttavia viene costantemente messa in discussione a causa di “ineludibili” interessi politico-economici; poi, ovviamente, vi sono loro, i politici, che vengono rappresentati come in una processione di archetipi (abbiamo ovviamente il Presidente degli Stati Uniti d’America - una grandiosa Maryl Streep - il cui unico pensiero è non perdere il consenso elettorale; poi c’è l’inconcludente e inutile figlio-portaborse del presidente, e tutta una serie di figure da bestiario).
Il fatto che il regista attacchi frontalmente il sistema politico degli Stati Uniti è un fatto palese ma, dato che viviamo in un occidente oramai completamente subalterno e prono all’egemonia statunitense, possiamo quasi parlare - nostro malgrado - di satira politica tout court. Non manca praticamente nulla all’appello: la rappresentazione delle campagne elettorali, dei proclami alla Nazione, e tutti gli stereotipi associati alla politica e al suo mondo vengono messi alla berlina, ma la risata è amara, perché non sono poi tanto diversi da quanto possiamo vedere sui telegiornali nostrani (o, per i più avvezzi alla lingua, sulla CNN). D’altronde la presidenza di Trump è finita solo l’anno scorso. Poi abbiamo il super-miliardario che ha costruito la sua fortuna sulla tecnologia (un misto tra Zucerkberg, Bezos ed Elon Musk), svampito, scollegato dalla realtà - ma non dai profitti da capogiro: il “cinico sognatore”, che promette a tutti un mondo migliore (solo e soltanto, ovviamente, se tale mondo possa garantire mastodontici introiti alle sue aziende).
In questo palcoscenico di personaggi prevedibili (e incredibilmente riusciti) si scontrano due titaniche concezioni del mondo: quella che dice “una cometa sta per schiantarsi sulla terra, facciamo qualcosa a riguardo” e quell’altra che dice “è tutto un complotto, non state ad ascoltare gli iettatori”.
Effettivamente sembra una contrapposizione ai limiti dell’assurdo, ma è davvero così inverosimile? Non è forse vero che persino le verità più banali e scontate vengono costantemente messe in discussione se vi è la possibilità di un ritorno di potere (politico o economico, spesso entrambi) da parte di chi le sconfessa? Gli esempi potrebbero essere letteralmente decine, tra i quali vale ricordare l’assurda (ancorché assolutamente rilevante) vicenda Qanon (e per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, si tratta di una fantasiosa e bizzarra teoria del complotto secondo cui, tra le altre cose, nello scantinato di una pizzeria vi sono delle stanze in cui si torturano e uccidono bambini per perpetuare sanguinosi riti satanici ad opera di esponenti del Partito Democratico americano, tra cui Hillary Clinton. Se volete saperne di più).
The big short metteva alla berlina l’ottusità e la stupidità del mondo finanziario, colpevole di aver gettato nel baratro della crisi l’economia americana e, di conseguenza, mondiale, e quasi si può tentare un parallelismo tra il protagonista di quel film, Mark Baum, interpretato da un bravissimo Steve Carrell - un broker che attacca ferocemente gli squali di Wall Street definendoli, giustamente, degli stupidi - e la coppia Randall Mindy/Kate Dibiasky: nell’uno e nell’altro caso si tratta di personaggi che riescono a uscire fuori dal punto di vista meramente ideologico della questione, sebbene in qualche modo non riescano ad essere “puri” fino in fondo (Mark Baum sbugiarda il sistema finanziario certo, ma guadagna milioni di dollari scommettendo sulla crisi dei mutui, così come Randall Mindy cade vittima della notorietà e della cultura vacua della spettacolarizzazione dei media, forse solo la Dibiasky incarna più di tutti l’idealità incontaminata); questa loro vulnerabilità tuttavia conferisce uno spessore ai protagonisti che praticamente sono gli unici esseri umani in una storia dove tutti gli altri personaggi altro non sono che caratteri, senza nemmeno la profondità di una maschera della commedia dell’Arte.
Ciò che trovo interessante nella pellicola - deliziosa quanto nichilista - non è tanto la messa alla berlina dei “mali del nostro tempo”, quanto la sua convincente coesione narrativa, la verosimiglianza di un racconto che - fuori dall’attuale contesto ideologico, sociale e cognitivo - sarebbe altrimenti assurdo e privo di logica. Di conseguenza l’assurdità del film, volutamente esagerata e grottesca, fa da contraltare al non-senso in cui si barcamena la nostra esistenza.
Probabilmente la cifra più riuscita del film è il fatto di essere efficace anche nella dimensione meta-narrativa, ben esemplificata dal meme riportato in calce - citazione diretta, as seen in the movie - che, in un certo senso, opera come dispositivo in grado di assottigliare e annullare la differenza ontologica tra rappresentazione e realtà.
D’altronde lo sfacelo del pianeta e la possibilità teorica di una catastrofe non sono fatti narrativi, ma brute facts, su cui c’è da argomentare davvero poco. Il fatto che il meme funzioni benissimo anche nel caso in cui il film non esistesse, è forse la prova migliore che ci troviamo di fronte ad un’operazione riuscitissima. Certo, forse non c’è da rallegrarsene.
Andrea L. Mazzola









