Pietro Antonio Coppola e i trionfi portoghesi
di Maria Giordano
Seconda Parte
Forte dei successi portoghesi tenta di riconquistare il pubblico milanese proponendo, il 28 marzo 1842, alla Scala, un’edizione “riformata” de La bella Celeste. Come vedremo nel capitolo sulla fortuna critica fu un vero e proprio fiasco; comprensibilissimo, però, quando si pensi che la rappresentazione era stata preceduta dal trionfo del Nabucco di Verdi. E’ probabilmente a causa di questo ulteriore fallimento che Coppola abbandona di nuovo Milano, questa volta per sempre. Il 18 giugno 1843 viene rappresentata al Teatro Valle di Roma Il Folletto, opera buffa in due atti su libretto di Jacopo Ferretti. L’esito non è dei migliori; infatti, se il De Felice Giuffrida afferma:
Malgrado che la poesia fosse cattiva e musicata senza troppa volontà, il Folletto ebbe un felice esito e destarono vivo entusiasmo il prologo, il coro, la cabaletta, il duetto, il gran coro, il terzetto, la stretta ed il crescendo dell’atto primo. Il secondo atto, dicono i giornali di allora, parve proprio scritto coll’ilarità di Rossini, colla spontaneità e con non poche tinte di Bellini, specialmente al quartetto ed al gran finale dell’Opera.
Nella biografia scritta dal figlio leggiamo:
"Non ostante le lodi straordinarie tributate a questo spartito dai biografi, e specialmente dal Cavallaro, leggo nelle memorie autobiografiche inedite del Coppola che esso fu da lui composto, su libretto cattivo, di mal cuore, e che ebbe esito mediocre".
La carriera del nostro compositore continua a Palermo: nella Quaresima del 1846 viene rappresentata al Teatro Carolino L’Orfana Guelfa, dramma lirico in tre atti su libretto di Gaetano Solito. L’opera viene accolta con entusiasmo dal pubblico palermitano tanto che l’impresa del Teatro Carolino gli commissiona un altro melodramma per la quaresima del 1847. Il Maestro scrive Fingal, dramma lirico in tre atti su libretto di Gaetano Solito, ma proprio quando l’opera è pronta per andare in scena (erano state effettuate anche le prove che avevano già fatto nascere grandi aspettative) il Teatro Carolino viene chiuso per il Giubileo. I biografi non parlano di questo evento; anzi, mentre Umiliano Pietro Coppola si limita a riferire genericamente che l’opera venne rappresentata nel 1847, De Felice Giuffrida scrive che essa fu data nella “quaresima del 1847”. In realtà dalle notizie riportate su due periodici del tempo, “La Fama” e “La Falce”, si evince che l’improvviso e inaspettato rinvio della rappresentazione alla successiva stagione autunnale, si rivela carico di conseguenze per la carriera di Coppola.
Secondo quanto leggiamo in un articolo pubblicato su “La Fama” la causa del rinvio della rappresentazione potrebbe essere stata la negligenza dell’impresa, non la chiusura del teatro per il Giubileo, tanto che Coppola si rivolge al tribunale per ottenere il risarcimento dei danni:
PALERMO. – L’impresa del real teatro Carolino nelle scorse stagioni volle ritrar partito dall’improvvisa sospensione degli spettacoli ne’ giorni del giubileo, in quadragesima, per assottigliare il più che potè gli emolumenti a’ suoi scritturati, i quali dovettero tutti perdere somme relativamente non lievi. Ma non tutti i virtuosi aderirono di buon grado alla legge loro imposta, e parecchi ricorsero a’ tribunali perché loro si facesse giustizia. Il maestro Coppola, il cui nuovo spartito dal titolo Fingal non fu rappresentato (colpa il giubileo, per ciò che volle far credere l’impresa, colpa invece la volontaria negligenza di quella, secondo pensavano il pubblico e l’autore stesso), avrebbe dovuto sopportare danno più grave d’ogni altro, poiché non gli furon pagati di buon grado che soli cinquanta ducati, ossieno austriache lire 250 (!!). Ma il Coppola non potè andar contento a cosiffatto sopruso, e voltosi al tribunal di Commercio appiccò lite coll’impresa, ed uscì vincitore, avendo il tribunale stesso (come dice la Falce, d’onde traemmo le notizie) unanimemente condannato l’impresa stessa a pagare ducati 500 (austriache lire 2500) all’illustre maestro Coppola, per la multa incorsa secondo la pattuita contrattazione.
Tuttavia, nonostante l’esito della questione con l’impresa del Teatro Carolino, il Fingal continua ad essere perseguitato dalla cattiva sorte. Infatti, quando finalmente viene rappresentato nell’autunno del 1847, il tenore Musich, per il quale era stata scritta la parte del protagonista, lascia Palermo e viene sostituito dal tenore Castigliano, che, come vedremo si rivela interprete assolutamente inadatto al ruolo di Fingal. Fu questa probabilmente la causa principale dell’insuccesso di un’opera che, secondo le aspettative di tutti quelli che avevano assistito alle prove, avrebbe dovuto confermare il trionfo dell’Orfana Guelfa. Non possiamo escludere, dunque, che queste vicende abbiano avuto un peso notevole nella decisione, presa dal maestro qualche anno più tardi, di lasciare definitivamente l’Italia. Decisione che sicuramente sarà stata influenzata anche dalla crisi profonda che colpisce il mondo dell’opera negli anni che vanno dal 1847 al 1854 a causa delle rivoluzioni. Leggiamo ancora nel citato studio di John Rosselli:
A segnare una svolta decisiva nel mondo dell’opera furono le rivoluzioni e guerre del 1848-49, precedute dalla forte crisi economica del 1847. Le guerre, purché lontane, avevano talvolta portato fortuna ai teatri grazie alla presenza di guarnigioni con soldi in tasca, come a Milano a partire dal 1802. Ma questa volta i risultati furono disastrosi dappertutto: mentre si tiravano schioppettate per le strade nessuno voleva uscire dopo l’Ave Maria; vi era così poco danaro in giro che neanche la Malibran o la Pasta rediviva avrebbero fatto aumentare gli incassi; con i tempi che correvano non si sarebbero potuti pagare duemila franchi neanche per uno spartito composto dal Padre Eterno – così si esprimevano impresari ed editori. Troncate le stagioni, ridotte le paghe, falliti alcuni impresari più deboli e duramente scossi perfino i “Napoleoni” del mestiere quali Merelli e Lanari: questo il bilancio degli anni rivoluzionari per l’industria operistica, che non si riprese del tutto prima del 1854.
É ovvio che in questo contesto i primi ad essere colpiti sono proprio i compositori minori, che vedono svanire la possibilità di far rappresentare le loro opere anche nei teatri di provincia.
Alle difficoltà derivanti dalla crisi politica ed economica bisogna aggiungere che il quinto decennio del secolo è proprio quello in cui Verdi conquista i maggiori teatri italiani ed europei. Dopo il grande successo del Nabucco del 1842 nel triennio 1843/46 scrive ben sei opere per Milano, Roma, Venezia e Napoli e il 14 marzo 1847 viene rappresentato alla Pergola di Firenze Macbeth, opera che appartiene già alla maturità artistica del musicista e costituisce una pietra miliare nella sua produzione. La straordinaria capacità di realizzare un ideale di dramma musicale che pur comportando un profondo rinnovamento di tutte le componenti dell’opera (libretto, musica, vocalità, strutture formali) non scardina del tutto il sistema di convenzioni su cui si basa la produzione operistica italiana e a cui il pubblico è abituato, unitamente alla capacità di dar vita a personaggi estremamente veri che, dilaniati da furiose passioni, seducono anche gli spettatori più impassibili, consente a Verdi, a partire appunto dal Macbeth, di dominare incontrastato sulle scene italiane creando fra sé e gli operisti minori un divario sempre più incolmabile.
Quando dunque, nel 1850, l’impresario Carlo Cambiaggio propone a Coppola di mettere in scena al Teatro S. Carlos di Lisbona due opere, una di quelle date a Palermo e una nuova, egli accetta con lo stato d’animo di chi, non avendo altra scelta, deve accontentarsi, come si evince chiaramente dalla lettera inviata da Genova all’amico Bartolomeo Maumary prima di partire:
Ho combinato con Cambiagio Impresario del teatro di S. Carlo di Lisbona di andare colà a mettere in scena una delle mie opere messe in scena a Palermo, e scriverne un’altra nuova. Il compenso non è gran cosa, ma in oggi bisogna contentarsi e chiamarsi fortunato se si trova da scrivere […].
Se la fredda accoglienza riservata alle opere successive alla Pazza per amore e la disavventura con il Teatro Carolino si sono rivelate un duro colpo per la sua carriera, la causa determinante si può forse considerare l’incapacità di adeguarsi ai rapidi cambiamenti subiti dal melodramma. La Pazza per amore, pur essendo per molti aspetti legata ancora allo stile rossiniano, si rivela opera adeguata al nuovo stile romantico e al gusto del pubblico contemporaneo; non altrettanto però si può dire delle opere successive, nelle quali è evidente la difficoltà di Coppola a rinnovare il proprio linguaggio. Difficoltà che sicuramente deriva anche dal suo personale gusto per un modo di fare teatro al quale resterà sempre legato, come si arguisce dalle lettere inviate a Maumary. In quella del 24 febbraio 1876, ad esempio, scrive:
[…] mio caro amico, la musica è in decadenza tale da far spavento. Tutti i maestri che compongono Opere in oggi, non hanno mai studiato Canto, non sanno come si sillaba, non conoscono voci, e tessiture di Cantanti, perciò scrivono musiche che non possono cantarsi. Quasi tutti i compositori sono Maestri di Banda, e tutto sanno fuor che canto. Tutti vonno imitare Verdi, che ha abbandonato la musica Italiana poicchè il suo genio melodico si è estinto e si è dato alla musica dell’avvenire, che non saprà né lui, né io, né voi quale sarà.
E ancora, nella lettera del 4 dicembre 1876:
Mio amico in oggi la musica italiana è in odio a tutti i compositori del giorno. Non si conosce affatto il canto non vi sono più maestri. I compositori di Opere del giorno sono tutti capobanda, e non mai studiarono canto, perciò non conoscono tessiture di voci e perciò non fanno cantare che a gridi, e senza potersi pronunciare le parole, e volendo far delle musiche dell’avvenire siamo ridotti ad un caos indescrivibile, e non vi è altro che Verdi, che si farà milionario col suo gran prestigio.
Se Coppola non si sente particolarmente attratto dallo stile verdiano, di certo non lo entusiasma quello di Wagner, come si evince dalla lettera del 19 ottobre 1876 nella quale rimprovera l’editrice Giovanna Lucca per le sue “manie wagneriane”:
Parliamo della Lucca e della sua mania per la musica di Wagner, e di quanto spende per promulgare in Italia la sua musica. Ricordatevi che il povero Francesco Lucca morì repentinamente pel forte disgusto di quanto ci aveva costato la messa in scena del Lohengrin in Bologna ed aveva fatto fiasco. Non sarà difficile succedere lo stesso alla mia vecchia amica irreconoscente.
Non c’è dunque da stupirsi se il maestro, giunto a Lisbona, decide di stabilirvisi definitivamente rifiutando l’incarico di Direttore del Conservatorio di Palermo che il vicerè di Sicilia, Principe di Satriano, gli offre nel 1853. Tanto più che a Lisbona il grande successo ottenuto dal Fingal nella rappresentazione del 21 aprile 1851 gli fa intravedere la possibilità di riprendersi dalle passate delusioni e di poter dare inizio ad una nuova e gratificante stagione creativa, come egli stesso comunica all’amico Maumary nella lettera del 22 aprile 1851:
Scrivo questa stessa facendovela giungere pel mezzo di Bonola onde parteciparvi del contento che ebbi ieri sera vedermi e sentirmi applaudire immensamente il mio Fingal eseguito dalla Novello, Musich, (…). Vi assicuro che l’opera non poteva eseguirsi meglio tanto i Cantanti che i Cori e l’orchestra fecero il loro dovere a perfezione. Fiori, corone, applausi a mai finire vi furono dopo il secondo ed il terzo atto. Questa notte non ho potuto dormire dalla convulsione cagionatami da quegli applausi. Sono stato costretto a far dei molti cambiamenti per aggiustare la parte scritta per la Parodi alla Novello, ma dei cambiamenti fatti ne sono contento e vi assicuro che da che sono qui ho ripreso il mio vigore artistico di dieci anni fa: io stesso non lo credo pensando a come ero ridotto in Milano.
Nel 1852 fa rappresentare al teatro S. Carlos L’Orfana Guelfa col titolo Stefanella e nel 1853 L’Anello di Salomone. Ma di nuovo sembra attraversare un periodo di crisi; solo il 21 marzo 1865 riprende la penna:
Mio caro Bartolomeo, quantunque da tanti anni non vi ho scritto, non ho mai dimenticato la vostra amicizia, e quanti favori ho ricevuto da voi; […]. Molti anni sono stato in ozio, e non volevo scrivere più musica, ma l’anno scorso spinto dal Tenore Mongini, che voleva a tutto conto che io le avessi composto un’opera per lui, obbligandosi mandarmi da Milano un nuovo libretto, che poi non mandò, ma io per contentarlo rifeci tutto nuovo il Fingal, del quale lavoro non fui scontento, e si diede con buon successo negli ultimi di marzo 1864; e si ripeterà negli ultimi di questo marzo. E siccome lo stesso Mongini è scritturato per il prossimo autunno al gran Teatro di Trieste, ha convenuto con quell’impresa di darsi il Fingal, e di già ne ho aggiustato il ruolo non avendo voluto ancora venderne la proprietà. Non posso dilungarmi avendo molto da fare per il Teatro.
Una nuova ripresa, dunque, ed un rinnovato interesse per l’Italia, tanto che l’anno successivo ritorna nella sua città (De Felice Giuffrida scrive che Coppola vi si recò nel 1866, ma la lettera che il maestro scrive a Maumary da Catania è datata 22 giugno 1865). L’accoglienza dei concittadini è calorosa: le autorità catanesi, che gli avevano già dimostrato la loro ammirazione chiedendogli, il 2 settembre 1858, un ritratto da appendere nelle aule dell’Università insieme ai ritratti di altri illustri cittadini catanesi, ora che il maestro si reca di persona a Catania gli tributano grandi onori. De Felice Giuffrida, a questo proposito, così scrive:
La sera del suo arrivo in Catania le principali strade della città furono illuminate a festa, tutti i cittadini corsero sotto i suoi balconi a salutarlo; mentre che la banda cittadina con melodiose note gli dava l’addio a nome di tutta Catania. Al Teatro Comunale ci furono rappresentazioni e balli, con quintupla illuminazione ed appena egli comparve nel palchetto del Municipio uno scoppio fragoroso di applausi lo salutò, scoppio che di tanto in tanto interrompeva la rappresentazione e voleva un frenetico sfogo.
Coppola però non ama questi fanatismi, tanto da desiderare di lasciare al più presto la città. Nella lettera del 22 giugno 1865 scrive:
A voce vi dirò quanto sto soffrendo per le tante gentilezze e dimostrazioni che ricevo dal Municipio, dal Senato, e da quante associazioni vi sono tanto artistiche che letterarie: tutti questi onori sono contro il mio genio, e non vedo l’ora di sortire da Catania.