La signora Dalloway
di Antonella Leonardo
Dopo aver letto ed apprezzato il romanzo di Michael Cunningham, “Le ore”, è stato avvincente rileggere il romanzo che ha ispirato lo scrittore statunitense : “La signora Dalloway”. Questo è uno tra i romanzi più noti di Virginia Woolf, che fu scrittrice, intellettuale, pensatrice colta e raffinata, icona del movimento femminista, innovatrice visionaria della prima metà del Novecento inglese. Il libro, che è stato pubblicato nel 1925, non ha una trama stricto sensu, non racconta accadimenti epocali, i personaggi non compiono gesta eroiche, non hanno qualità eccelse: è gente normale, alle prese con problemi ordinari, colta nella quotidianità. Come scrive Woolf :“An ordinary mind in an ordinary day”. La narrazione ha unità di luogo e di tempo: dalla sera alla mattina di un mercoledì di metà giugno del 1923, a Londra, e si articola nel fluire ininterrotto dei pensieri della protagonista Clarissa e di Septimus, il deuteragonista, e di tutti gli altri personaggi che incrociano le loro strade; il lettore si trova immerso totalmente nei monologhi interiori, scaturiti dalle molteplici impressioni che essi ricevono da stimoli esterni, e solo da questi ricava gli elementi indispensabili che compongono i caratteri dei personaggi; manca la voce descrittiva del narratore onnisciente. Woolf scava gallerie nella più profonda e nascosta interiorità dei personaggi e vi analizza i pensieri, le emozioni, i ricordi che fluiscono instancabilmente nella loro mente. È una lettura interessante ma impegnativa, che non ammette distrazioni o flessioni dell’attenzione, pena lo smarrimento e il conseguente abbandono; il testo richiede al lettore una buona dose di duttilità, necessaria per accogliere i mutevoli stati d’animo e le repentine fughe dei personaggi nei ricordi del passato. Woolf invita il lettore a:”tollerare l’oscuro, lo spasmodico, il frammentario; il vostro aiuto è richiesto per una buona causa.”
Clarissa Dalloway è un’agiata signora di mezza età , sposata ad un uomo di governo, è madre di Elisabeth, vive in una elegante casa a Westminster. Non ha grandi doti, ne particolari attrattive: “la sua unica dote era conoscere le persone quasi per istinto”. L’Incipit folgorante “La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei” suscita in chi legge immediata curiosità ed interesse. La signora “leggera e vivace, sebbene avesse più di cinquant’anni e i capelli le si fossero imbiancati dopo la malattia” esce per comprare i fiori che addobberanno la sua casa in occasione della festa che darà la sera di quello stesso giorno.
Camminando per le strade di Londra, ricorda con lieve rimpianto la sua giovinezza nella casa paterna, quando calamitava sguardi e interesse da parte di uomini e donne e “ riempiva la stanza in cui entrava”; proclama il suo amore per la vita, avvertendo , al contempo, in sé il disagio della frammentazione: “si sentiva molto giovane e, al tempo stesso, indicibilmente annosa” e percepisce “ la perpetua sensazione di essere sola e lontana, né mai l’abbandonava lo sgomento all’idea di quanto fosse pericoloso vivere, anche un giorno soltanto. “Ella tenta di comprendere e accettare la propria ambivalenza, sperimenta su di sé l’inesorabile trascorrere del tempo,” il declinare della vita e come la sua fetta si facesse più sottile”,“ aveva la strana sensazione di essere invisibile; né vista né conosciuta”; la morte si profila al suo orizzonte e con essa è obbligata ad tormentoso confronto: “Come sembra incredibile la morte!…che tutto debba aver fine”. Le resta il piacere delle sue feste che lei sente come “offerte”. Il suo percorso tra le strade della città e tra i meandri della sua psiche è scandito dai rintocchi del Big Ben , che si materializzano in sinestetici “bronzei cerchi”. Nelle strade della città , Clarissa sfiora Septimus.
Septimus Warren Smith è un poeta, reduce della prima guerra mondiale; l’anagramma del suo cognome racconta la sua disperata condizione: egli è war smitten- fatto a pezzi dalla guerra.
Soffre di ciò che oggi chiameremmo sindrome da stress post traumatico; gli orrori vissuti durante la guerra e la morte sul campo di battaglia del suo amico commilitone Evans lo hanno reso folle. Soffre di allucinazioni e delirio: “ Un passero si poggiò sulla cancellata di fronte; cinguettò (…) continuò a cantare fresco e penetrante in greco”, “ Il cane si stava trasformando in uomo!”, ha il terrore di non provare più emozioni , “sua moglie piangeva e lui non provava nulla; ad ogni singhiozzo, scendeva di un altro passo ancora verso il baratro”, medita il suicidio coinvolgendo Lucrezia, la giovane moglie italiana. Infine, Septimus per sottrarsi al ricovero in manicomio si suicida, gettandosi da una finestra.
Durante il ricevimento, Clarissa apprende della morte di Septimus e la rifiuta come una intrusione inopportuna: “Nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte” pensò Clarissa”; infastidita, si allontana dal chiacchiericcio dei suoi ospiti, appartandosi in un salottino, e lì si immedesima nel gesto estremo del suicida, immaginandone la morte, sentendola nel suo corpo : “D’un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell’inferriata lo avevano trafitto. Giaceva lì per terra, col cervello che batteva bum, bum, bum, e poi un gran nero lo soffocò”. Clarissa, in un percorso di accettazione e rinascita, acquisisce la piena e serena consapevolezza della finitezza della vita, e sente, così, di essersi liberata dall’ angoscia del vuoto e del nulla che appena qualche ora prima l’ attanagliavano, togliendole il piacere di vivere. “Non era mai stata tanto felice. Non c’è piacere, pensò(…) che eguagli il senso di averla fatta finita coi fasti della giovinezza, di essersi persa nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del sole, al calare del giorno.”
“La signora Dalloway” è un classico , e come tale degno di lettura e rilettura, poiché inesauribile dispensatore di spunti di riflessione su temi capitali.
