Gregorio Magno nella sua opera pastorale di evangelizzazione aveva provveduto anche a fondare numerosi monasteri benedettini in Sicilia, patria della madre Silvia, poi canonizzata, e terra contesa da Chiesa e Impero d'Oriente, perciò in più occasioni, secondo le alterne vicende storiche, ligia in campo religioso ora all'una ora all'altro, anche se per lo più sottomessa a Bisanzio.
E proprio durante la dominazione bizantina in Sicilia fiorisce l'innografia, degnamente rappresentata da san Giuseppe l'Innografo (sec. IX), i cui versi "rendono sì svariata e celeste armonia, calman l'ira, muovono al pianto" al pari delle appassionate omelie del coevo Teofane Cerameo, che dal nome pare originario di Cerami, la cittadina attorniata dagli Erei, dove, come negli altri centri siciliani sottomessi all'Islam, poi risuoneranno i canti dei numerosi e delicati poeti arabi, tra cui quelli di Abu as-Sawab, detto il "segretario ennese", confuso tra i tanti di cui ci sono rimasti pochi versi o solo la memoria del nome, e soprattutto quelli di 'Ibn Hamdis, più noto e apprezzato, che degli svaghi musicali del suo tempo ci lascia questo ricordo:
"Già le cantatrici toccan le corde:
calmano i moti del dolore...
Questa qui stringesi al collo un suo liuto;
quella bacia il suo flauto...
La ballerina gitta il piè a misura
della man che picchia la tamburella".
Liuto e flauto, 'ud e qasaba, assieme a tanti altri strumeni di cui ci rimane la memoria visiva nei dipinti a soggetto musicale della Cappella Palatina di Palermo, accompagnavano i canti sia degli arabi conquistatori sia delle genti siciliane da loro sottomesse dopo una strenua resistenza, a Enna condotta da Elia Racchetta, monaco basiliano costretto a espatriare nella più ospitale e sicura Calabria, morto a Tessalonica verso il 903, dopo aver compiuto tanti miracoli che gli fecero meritare la fama di "taumaturgo" e l'appellativo di "santo".
A lui i devoti di Sicilia e Calabria innalzavano invocazioni e preghiere, contenute in "canoni" del tono IV plagale pervenutici in lingua greca in alcuni manoscritti di provenienza meridionale risalenti ai secoli X-XIII conservati in Vaticano.
I tropari dedicati a Sant'Elia il Giovane, o siculo o da Enna, commemorato il 17 agosto nella chiesa latina ma ignorato ai sinassari costantinopolitani, risultano estranei ai libri liturgici della chiesa greca e perciò testimoniano tradizioni e usi tipicamente locali, vivi almeno fino al secolo XIII, epoca a cui il codice manoscritto è attribuito. La stessa epoca alla quale si può far risalire un inno in latino dedicato allo stesso Elia e conservato in un manoscritto settecentesco: era cantato dai suoi concittadini per invocarne la protezione nei vari frangenti della vita e rappresenta la più antica testimonianza di una tradizione musicale a Enna, dove di sicuro fu composto e dove fu eseguito fino a quando il culto tributato al monaco basiliano, venute meno le sollecitazioni che l'avevano fatto sorgere, non si illanguidì tanto rapidamente da essere oggi scomparso del tutto.
E l'antica devozione verso il "taumaturgo" difensore della fede traspare dal testo in tutta la sua intensità, generandoci stupore per lo smarrimento di pie pratiche un tempo così sentite e radicate, ancora vive invece in Calabria nei luoghi dove il "santo" fu attivo.
L'inno ci offre l'immagine di un popolo accorato, speranzoso e pio:
O Elia, illustre vanto
e decoro della Patria,
con quali lodi ti esalterò,
con quali corone adornerò i tuoi meriti?
Ispirato dallo Spirito Santo
tu scruti le cose lontane
nel tempo e nello spazio
e i segreti del cuore.
Con la parola sgomini Ibrahim,
con la parola allontani i demoni
e le malattie e attiri le piogge.
Rifulgi per moltissimi meriti
per cui con fervore l'afflitta
Patria ennese ti supplica:
proteggici dai nemici
dell'anima e del corpo;
allontana dai nostri luoghi
e guerre, le liti, le contese,
i temporali, il gelo, i delitti;
concedici i doni della salure.
Per tuo mezzo sia alla Santa Trinità
onore: al Padre, al Figlio della Vergine,
allo Spirito Santo.
Ora e nei secoli dei secoli. Amen.
Come attesta la copia manoscritta settecentesca, questo inno "sacro" nato al tempo degli Arabi, in genere tolleranti in materia di fede, con altri consimili continuò a risuonare anche al tempo dei Normanni, che nelle sale del castello, oggi detto di Lombardia dalle soldatesche "lombarde" giunte a loro seguito, fecero pure echeggiare melodie "profane" al pizzico sapiente di quei liuti portati un giorno lontano dalle oasi d'oriente dagli abili e raffinati suonatori islamici, in conformità alle abitudini introdotte nella corte palermitana da Guglielmo il Buono che amava circondarsi di "eccellentissimi cantatori".
Abitudini diffuse anche fra il popolo, a prestar fede ad un cronista del tempo, che afferma che durante il regno di questo sovrano i sudditi vivevano in tanta pace e letizia "ch'elli non actendevano se non a sonare e a cantare e a danzare".

