L’ Aminta: parola barocca e romantica immagine

di Pippo Lombardo

Favola, ma pastorale, di Torquato Tasso (1544-1595), l’autore, che accoglie l’ethos popolare dei versi di Esopo e di Fedro, affidandolo al coro; che accoglie la forma aristocratica delle bucoliche di Teocrito e di Virgilio, affidandola ai versi intarsiati dei 5 atti; favola, ma che tra ‘500 e ‘600 contese il primato, nei favori del pubblico, all’alta tragedia, sciogliendone però la tensione in un lieto fine; favola, ma che si tramuta in melodramma, a partire dal recitar cantando della Camerata fiorentina (1594) di umanisti, musicisti quali Jacopo Peri, Vincenzo Galilei e Ottavio Rinuccini (influenzati appunto da questo genere letterario, dall’Aminta in particolare), transitando poi per gli spartiti di Monteverdi (1567-1643) irretito anche lui dalla melodiosa poesia del Tasso, se ne musicò magistralmente madrigali e altri brani poetici.

E ora il pretesto contingente: l’Aminta ( 1573) è, nelle più immediate esigenze del Tasso cortigiano, un barocco evento scenico (di cui è regista), rappresentazione anche visiva, in cui lo spettacolo si sussegue in quadri “parlati” e “musicati”, incantando la corte estense, essa stessa scena e teatralità quotidiane, radunata per l’occasione presso l’Isola di Belvedere sul Po, “tra selvette di pini e allori e bei verzieri carichi di pomi maturi”. E ora il fine precipuo: il Tasso letterato rappresenta il modus vivendi della corte, di cui denuncia prudentemente vizi e vezzi.

Solo per iocum, nell’affabulazione, l’ambiente emana odore ircino e propone modelli di vita rustica: il pastore Aminta ama puramente la bellissima Silvia, che è votata a Diana, quindi non lo corrisponde, fin quando quegli prima non la salva dall’assalto di un focoso satiro, poi non tenta il suicidio quando di lei si scopre un velo insanguinato, che induce a pensarla sbranata da un lupo. Ora è Silvia che, saputo del gesto eroico di Aminta, teme per lui, fin quando finalmente non lo ritrova per una vita coniugale felice, come in ogni favola tradizionale, adombrando pure una morigeratezza estranea a dame lussuriose e rampanti cortigiani, con cui, nonostante tutto, in quel momento il giovane poeta si illude di vivere quasi in un locus amoenus, ma solo della sua anima, più che del reale. Poi il Tasso “folle”in afèlio culturale e sociale rispetto ai dettami della Controriforma, nonché a volte agli ordini dello stesso Alfonso II d’Este, suo “datore” di lavoro. L’esito? Una prolungata reclusione nell’Ospedale di S. Anna, dove lui, vate, è costretto a una dolorosa afasìa.

Ma una schiera di pittori subì le suggestioni delle raffinate rime del Tasso ancor prima della sua “romantica” sventurata vita, fra gli altri Bronzino, Domenichino, Guercino, Poussin, Boucher, Tiepolo, Delacroix, e Giovanni Carnovali, detto il Piccio (1806 -1873) che, nel 1835, firma l’epilogo della favola: Silvia abbraccia Aminta in un testo pittorico che indugia su sinuosi corpi sensuali in obbedienza a quella “semantica erotica” che governa il verso stesso del Tasso, e solo in questo a lui fedele, infatti ne tradisce il finale, ora romantico: il giovane sta per spirare tra le braccia del pastore Tirsi (suo amico) e l’incredulo pastore Erpino, mentre Silvia, affranta e in lacrime, sembra avere appena la forza di sussurrare:

Sin qui vissi a me stessa,

A la mia feritate;

Or, quel c’avanza,

Viver voglio ad Aminta:

E, se non posso a lui,

Viverò al freddo suo cadavere infelice.

Tanto e non più, mi lice

Restar ne’ l mondo, e poi finire a un punto

E l’esequie e la vita (…)

Versi struggenti in un’atmosfera dolente, profana deposizione, in cui Aminta è vittima sacrificale dell’irresistibilità del verecondo amore, in un contrappunto cromatico dove si alternano il buio da cui emerge Dafne (amica di Silvia) novella pia donna, e la luce, luminismo ricercato, luminescenza addirittura, nel corpo di Aminta, non esangue, segno pietoso del Piccio verso l’infelice. Poi, forse, commoventi richiami autobiografici: a) l’equazione tutta romantica amore – croce: una linea ideale congiunge, infatti, la testa di Tirsi al piede destro di Silvia, in una verticale, intersecata da un’immaginaria traversa che collega la testa di Erpino a quella di Dafne; b) un severo rimprovero a chi come Silvia prima è insensibile al carpe diem, poi vanamente, in quanto tardivamente, si affanna a difesa di eros, vitalità fuggevole, pur sapendo che thànatos inesorabile, prima o poi, stenderà eternamente su ogni cosa le sue esiziali tenebre.

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