Quarta parte

La melagrana: classificazione, usi e credenze

La denominazione

Il melograno è una pianta appartenente alla preistoria culturale del Mediterraneo, afferente alla famiglia delle punicacee, presente in numerose aree geografiche e divenuta elemento simbolico di molti popoli che si sono trovati a contatto con questo vegetale, utilizzandolo in modi diversi. Questa pianta produce anche un frutto, che prende il nome di melagrana, dal sostantivo con il quale è designato l’albero.

In relazione al melograno e al suo frutto è utile elencare le principali informazioni di carattere linguistico, e dunque la loro denominazione nel mondo greco e in quello latino, di nostro particolare interesse.

La denominazione nel mondo greco antico

Nel mondo greco antico, a livello linguistico sono noti due sostantivi con i quali si identificano il melograno e la melagrana, e sono rispettivamente σίδη e ρόα.

Secondo Chantraine, il sostantivo σίδη indica letteralmente il melograno, nome dell’albero, ma anche il nome di una pianta acquatica, conosciuta come ninfea. Questo legame tra le due entità botaniche potrebbe essere fondato su più ordini di dati. Innanzitutto, su una somiglianza di tipo morfologico. Il termine σίδη di fatto sarebbe stato utilizzato anche per indicare la nymphea alba o lutea, pianta comune nella zona del lago Copais, in Beozia centrale nei pressi di Orcomeno, a causa del fatto che quest’ultima è caratterizzata da semi rossi che sono molto simili ai chicchi del melograno. Poi, sull’utilità alimentare rivestita da entrambi, poiché anche la ninfea come il melograno era destinata a un uso alimentare e il suo sapore era paragonato a quello dei chicchi del frumento.

Sempre seguendo il dizionario etimologico, il termine ρόα indica invece la melagrana4, dunque il frutto del melograno, ovvero di σίδη. Lo stesso termine viene adoperato per indicare una decorazione a forma di melagrana, o che riprende proprio questo frutto. Tuttavia, accanto al termine ρόα, possono ricorrere delle varianti quali ad esempio ροία. In merito all’etimologia, alcuni specialisti del settore e lo stesso Chantraine tendono a ipotizzare che il termine fosse un prestito linguistico da lingue afferenti alle culture precedenti quella greca. La terminologia indicante la melagrana, dunque, è da definirsi oscillante, così come precisa lo stesso Ateneo, e per tale motivo essa si presenta nelle diverse forme di: ρόα, ῥοία, ῥοιά, ῥοιή - ῥοή5. Un’altra ipotesi etimologica ritiene invece che il termine possa derivare da ρέω «scorrere», in relazione all’abbondante succo che contiene il frutto.

Il retore, storico e geografo greco Agatarchide di Cnido, vissuto nel II secolo a.C., ci tramanda un episodio a noi utile per esprimere un ulteriore dato in merito alla questione terminologica. Egli, infatti, ricorda una disputa avvenuta tra Beoti e Ateniesi, in merito ai confini posseduti dai due popoli. Erano gli anni in cui era re dei beoti Epaminonda, il quale risolse la questione di appartenenza mirando su un’area che era detta «luogo dei melograni», e giustificando tale affermazione sulla base del fatto che in Grecia solo i beoti chiamano il melograno con il sostantivo σίδη, mentre gli ateniesi adoperano la voce ῥοιή. A seguito di questa riflessione possiamo sostenere che forse entrambi i termini in origine erano interscambiabili nell’indicare l’albero o il frutto, specializzandosi nell’utilizzo in una fase successiva, così come ci testimoniano i racconti mitologici.

La denominazione nel mondo romano

Presso i latini il melograno è indicato come malum punicum. Dal latino malus, mali secondo il dizionario etimologico Ernout-Meillet, termine indicante un frutto individuabile con la mela, ma termine che con ogni probabilità indicherebbe anche la mela granata, ovvero la melagrana, frutto del sopracitato albero. Si tratta forse di un prestito dal greco μέλος, che aveva sostituito così il nome latino della mela. Il termine malus cosi come il termine greco, è stato usato per indicare tutti i frutti che contengono semi (mele, pere, mele cotogne, melagrane), o che hanno un grande nocciolo centrale (ad esempio la pesca). Stessa funzione doveva avere il termine latino pomum, oggetto di numerosi dibattiti sull’identificazione del frutto nella genesi, e circa il fatto che quest’ultimo indica i frutti che possiedono semi, anche se successivamente questo termine è andato specializzandosi nell’identificazione della mela, così come è possibile riscontrare nella denominazione europea: in francese pomum dà origine al termine pomme; in italiano dà origine al termine pomo, sinonimo di mela. L’aggettivo che determina la pianta, ovvero il malum latino preso in considerazione, rimanda sicuramente all’area in cui questo albero era maggiormente diffuso, quindi il termine punicus è un chiaro riferimento al mondo fenicio-punico, dato che i romani credevano che la pianta provenisse dal Nord Africa. Non sarebbe errata neanche una corrispondenza con l’Asia Occidentale, poiché nell’antica Fenicia si trovava grande abbondanza di questa pianta, importante per l’economia agraria della regione. Qui, di fatto, era edificata la città simbolo, indicata come «luogo dei melograni», ovvero l’antica Sidone, che sarebbe stata fondata dall’eroina Side, melagrana, nonché figlia e sposa di Belos, figlio di Poseidone e Libia, fratello gemello di Agenore, nonché re di Egitto e padre di Egitto e Danao. Per tali motivazioni i romani vedono in questa terra la patria del malum punicum, il melo fenicio, che corrisponde al melograno. Per la presenza dei semi nel frutto di questa pianta, il melograno era anche definito malum granatum, con riferimento ai grani, i semi per l’appunto. Da qui il termine melograno nella lingua italiana, anche se scientificamente la pianta appartenente alle punicacee è definita quale Punica Granatum, sommando a sé le diverse caratteristiche.

Punica Granatum: caratteristiche botaniche e classificazione scientifica

Il melograno è noto a livello scientifico con il nome di Punica granatum, ed appartiene, come si è detto, alla famiglia delle punicacee.

A livello etimologico, il termine generico con il quale si designa la pianta deriva dal latino punicus, ovvero «cartaginese», in quanto i Romani pensavano che la pianta provenisse dal Nord Africa, in particolare dalla Tunisia da dove giunse a Roma. Infatti, furono i Fenici i primi a diffondere l’arbusto nell’area costiera mediterranea, dapprima nelle isole dell’Egeo, poi nel resto delle terre che si affacciano sul mare nostrum, dato che il melograno era abbondantemente diffuso nell’Asia Occidentale, sede dell’antica Fenicia. Tuttavia, i primi segni della sua coltivazione risalgono a circa 5000 anni fa nell’area compresa tra l’Iran, la zona himalayana dell’India settentrionale e il Caucaso. Sembra, comunque, che le origini della pianta non autoctona per il Mediterraneo, fosse ascrivibile anche all’area meridionale del Mar Caspio e della Turchia nord-orientale, poiché in queste terre è ancora presenta la pianta di melograno nella sua forma selvatica. Da qui il melograno si diffuse rapidamente nel Mediterraneo. A contribuire alla diffusione del melograno furono, infatti, anche i greci e gli arabi nei secoli successivi, mentre i colonizzatori spagnoli introdussero l’arbusto in America latina nella seconda metà del XVIII secolo. Il termine specifico, granatum, è il nome comune latino della pianta e significa «ricco di grani», in allusione alla presenza dei semi e ricordando di fatto i chicchi simili a quelli del frumento. Il termine scientifico odierno deriva dalla commistione dei due modi con i quali era designata la pianta nel mondo latino, ovvero malum punicum e malum granatum.

Il melograno può distinguersi in due specie differenti: si tratta di un arbusto cespuglioso con piccoli frutti (5-8 cm di diametro), nel caso di un melograno selvatico, o di un piccolo albero con frutti più grandi (6-12 cm di diametro), nel caso di un melograno destinato alla coltivazione. Inoltre, è caratterizzato da un tronco talvolta contorto, dalla corteccia grigio scura. L’albero è a foglie caduche e molto ramificato, dalla chioma ampia, alle volte caratterizzato da rami con la presenza di spine, e può raggiungere un’altezza compresa tra i 5 m e i 10 m. Le foglie sono opposte o sub opposte e hanno una forma oblungata lanceolata: sono lucide sulla superficie superiore, strette ed allungate, intere, larghe 2 cm e lunghe 4-7 cm. Il fiore è di un colore rosso vivo, con varianti tendenti all’arancio, e a tre o quattro petali, raggiungendo i 3 cm di diametro, capaci di essere lunghi 5-8 cm. I fiori sono di due tipi in base ai rami su cui crescono e alla loro fertilità: un tipo di fiore è fertile sui rami di due anni, dove dunque avviene la produzione del frutto; l’altro tipo di fiore è sterile sui rami di un anno, dove dunque non avviene alcuna fruttificazione. Il frutto dell’albero prende il nome di melagrana, ed è una bacca robusta dal pericarpo duro e ruvido, detto balausta. È un frutto rotondo o leggermente allungato, talvolta di forma sub-esagonale e dal diametro compreso tra i 5 e i 12 cm, in base alla varietà della pianta e al tipo di coltivazione. Nella terminologia botanica, infatti, i frutti vengono descritti come bacciformi-balausti, globoso-depressi. La melagrana ha diverse partizioni interne, costituenti una struttura membranacea, caratterizzate da una colorazione tra il rosa e il rosso, robuste e dal tessuto di consistenza polposa, che svolgono funzione di placentazione ai semi, detti arilli. In alcune varietà i semi sono circondati da una polpa traslucida colorata dal bianco al rosso rubino, più o meno acidula e, nelle varietà a frutto commestibile dolce e profumata. Il frutto reca in posizione apicale (opposta al picciolo) una caratteristica robusta corona a quattro-cinque pezzi, che sono residui del calice fiorale.

Il melograno è caratterizzato dalla presenza di diverse varietà, ma risulta difficile stabilire il numero di queste molteplicità presenti nel mondo. Possiamo solo dire genericamente che esistono tre gruppi ai quali appartengono le moltissime varietà presenti, sulla base del sapore del suo frutto: dolci, agrodolci e acide. Due sottospecie, invece, sono state individuate sulla base del colore dell’ovario: la chlorocarpa e la porphyrocarpa.

Si tratta, inoltre, di una specie ermafrodita, dunque può produrre autonomamente i suoi frutti. Fiorisce tra la primavera e l’estate; fruttifica dopo il settimo o ottavo anno di vita, nei mesi autunnali e invernali, tra Ottobre, Novembre e Dicembre. La quantità di frutti prodotti, che necessitano di sei o sette mesi per maturate, varia notevolmente in base all’età dell’albero: tra i 25 e i 150 frutti gli alberi giovani e sino ai dieci anni di età; tra i 150 e i 250 frutti gli alberi più longevi.

Utilità e benefici del melograno e del rispettivo frutto

Sin dall’antichità l’uomo ha apprezzato le qualità botaniche della pianta e del frutto del melograno, tramandando sino ad oggi alcune pratiche ed utilizzi. Scopo del lavoro di ricerca, infatti, è mettere in luce anche quanto ci è stato tramandato dagli antichi in merito all’utilizzo di questo essere vegetale. Tuttavia, è utile anticipare alcune peculiarità, al fine di comprendere la diffusione e l’importanza assunta dal melograno nella vita quotidiana.

L’albero delle punicacee è utilizzato sia a scopo agricolo, per i prodotti alimentari che ne derivano, sia a scopo ornamentale, per la presenza di frutti e fiori, sia a scopo medico. I semi, freschi e agrodolci, originano un succo dalle molteplici proprietà: utilizzato a scopo culinario da solo o per dolci, per ammorbidire la carne grazie ai suoi enzimi proteolitici, o per accompagnare zuppe di verdure e legumi ecc.; a scopo medico insieme alla corteccia dell’albero e alla parte esterna del frutto, come purgativo, per la coagulazione del sangue, contro il mal di gola, per gli occhi ecc., o ancora le radici come soluzione antiparassitaria.

Il succo e l’impasto derivante dalla melagrana, sono utilizzati regolarmente nella cucina mediorientale, così come uno sciroppo zuccherato prodotto dal succo della melagrana è familiare agli europei e ai nordamericani, ma probabilmente era noto agli egiziani già fine dell'età del bronzo, che ne conoscevano anche le proprietà antibatteriche e vermifughe. Dall’albero è possibile ricavare anche il legno per la produzione di attrezzi grazie alla considerevole durezza, così come è

possibile trarne la produzione di una sorta di inchiostro nero alla radice, utile alla tintura e alla concia delle pelli: oggi, come in passato, l’estratto del melograno è utilizzato in Turchia per la produzione di una tinta scura, nonché in Marocco proprio per la conciatura delle pelli. Sembra, inoltre, che il pericarpo della melagrana avesse proprietà nutrienti ed elastiche, tanto da essere utilizzate in Mesopotamia per mantenere l’elasticità delle pelli, sfregando quest’ultime con bucce di melagrana pestate, al fine di rilasciarne le proprietà.

Il melograno, inoltre, viene indirizzato anche alle aree aride e semiaride al fine di effettuare il rimboscamento.

Il Melograno e la Melagrana nelle classificazioni dei naturalisti antichi

Vengono qui riproposte le classificazioni del melograno da parte dei naturalisti antichi, che si sono interessati, in epoche diverse, a osservare il mondo circostante e a darne una descrizione completa, attraverso apposite compilazioni e catalogazioni di elementi che rappresentano una preziosa testimonianza al giorno d’oggi. Opere di questo genere, infatti, sono molto utili a comprendere il rapporto che l’uomo intratteneva con il mondo vegetale e animale, e a prendere nota del livello di conoscenze botaniche sviluppato e poi applicato nei diversi campi del sapere. Un considerevole apporto è stato dato dai botanici greci, in particolare Teofrasto e Dioscoride qui presi in considerazione. Per il mondo latino le testimonianze di questo genere sono riferibili prevalentemente agli agronomi, ma non mancano opere sistematiche di confronto con il mondo greco, come la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Proprio quest’ultimo autore non potrebbe essere tralasciato, per il carattere enciclopedico dell’opera e per la quantità impressionante di scritti da lui consultati e riportati nella Storia Naturale, dando carattere ecumenico e universalistico alle conoscenze e alle informazioni proposte. Attraverso il suo spirito di archivio riesce a sintetizzare e a condensare parecchie informazioni sulla natura, e dunque anche sulla botanica, riprendendo integralmente concetti e nozioni di autori del mondo greco.

La classificazione di Teofrasto nella Historia plantarum

Teofrasto, attivo tra il IV e il III secolo a,C., fu un filosofo e botanico greco, autore dell’opera Περὶ Φυτῶν Ιστορίας, nota come «Storia delle Piante», nella quale converge il sapere del mondo vegetale sino ad allora conosciuto. Non mancano particolari e descrizioni di interesse botanico, e non solo, di notevole rilievo, soprattutto in merito agli usi agrari e medici che delle specie descritte può farsi. Per quanto riguarda il melograno, quest’albero è inserito all’interno dei primi libri dell’opera, classificato come pianta addomesticata, seppur si faccia una distinzione con quella selvatica. Di conseguenza il melograno doveva avere un uso specifico nel mondo antico, dato che l’autore lo cita a più riprese, discutendo dei semi del frutto, delle radici, delle foglie, della manutenzione di questi alberi, dei frutti prodotti in generale ecc. Appare qui superfluo affrontare integralmente le notizie tramandateci da Teofrasto, nel momento in cui il botanico greco è ripreso per intero da Plinio il Vecchio, così come verrà trattato nel paragrafo successivo. È utile però soffermarsi su alcuni caratteri della melagrana, in particolare sulla descrizione che Teofrasto fa della disposizione dei semi all’interno del pericarpo: il frutto è caratterizzato da un involucro esterno contenente tutti i semi, ben disposti e separati, ognuno dei quali ha una propria inserzione all’interno del frutto. Teofrasto si sofferma anche sul clima variante da regione a regione, capace di poter creare uno scompenso alle piante, alterandone la qualità e giustificando così la presenza di varietà diverse di melograno, in base al frutto prodotto. Questo avviene, secondo l’autore, in particolar modo in Egitto e Cilicia: piantando un melograno in Egitto, questo a seguito delle temperature e del tipo di terreno, produce dei frutti i cui semi hanno un sapore dolce o vinoso; piantando il melograno in Cilicia, invece, i frutti sono in possesso di chicchi senza semi. Secondo Teofrasto la natura selvatica del melograno, dipende sempre dalle aree geografiche in cui è piantato, e soprattutto dal nutrimento che queste hanno a disposizione.

In ultima analisi Teofrasto, parlando delle piante acquatiche, indica la presenza della sida in Beozia. È stata già affrontata in merito alla problematica etimologica per σίδη, la questione dell’uguale denominazione della melagrana e della ninfea nella regione, in particolare in prossimità di Orcomeno, ma può essere utile una descrizione dell’elemento botanico evidenziato da Teofrasto. La sida è paragonata al papavero, poiché porta in cima un capo, più grosso del papavero, e simile a una mela. Se questo capo viene aperto, si trovano dei chicchi rossi, simili a quelli della melagrana, ma rotondi e leggermente più piccoli, anch’essi succosi, ma di un sapore simile ai chicchi del frumento. Il frutto nasce dal fiore della pianta, che diventando sempre più pesante a seguito del formarsi del pericarpo, si piega immergendosi, sino a raggiungere il fondo del bacino acquatico, dove getta fuori i propri semi.

La classificazione di Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia

Gaio Plinio Secondo, noto come Plinio il Vecchio, nato a Como tra il 23 e il 24 d.C., e morto a Stabia nel 79 d.C. a seguito dell’eruzione del Vesuvio, che sotto l’imperatore Tito distrusse Pompei, Stabia ed Ercolano, non fu solo un funzionario imperiale e importante collaboratore, soprattutto di Vespasiano, ma anche scrittore di numerose opere, molte delle quali perdute. Tra queste una è pervenuta quasi per intero, la Naturalis Historia in trentasette libri, di carattere tecnico-scientifico, che fa dell’autore un naturalista latino per eccellenza. All’interno dei libri di Scienze Naturali, dal XII al XIX in cui tratta di botanica e dal XX al XXVII in cui tratta di botanica medicinale, non mancano chiari riferimenti e trattazioni vere e proprie che hanno al centro il melograno, in quanto albero, e la melagrana, in quanto suo frutto. Proprio da quanto riporta Plinio il Vecchio è possibile dedurne la classificazione che i naturalisti antichi ne fanno. Non si tratta, infatti, solo di tener conto di dati, usi e credenze appartenenti al mondo romano, ma di prendere in considerazione anche aspetti precipui appartenenti al mondo greco e da questo derivanti. L’opera, infatti, è un lavoro imponente di carattere compilativo, preziosissima per la quantità di dati trasmessi e di notizie

ricavate da una grande mole di testi andati perduti, e appartenenti al mondo greco, oltre che romano, tanto che l’autore di volta in volta menziona i predecessori che hanno scritto sull’argomento e dal quale lui stesso attinge molte informazioni, al fine di sintetizzare e condensare quanto più possibile, evitando che molte testimonianze vadano perdute, e realizzando un vero e proprio inventario del mondo23. L’autore usa numerare e catalogare ogni cosa, così da dare al lettore tutte le informazioni possibili e complete su un dato argomento. È il frutto di una sistemazione enciclopedica che si rende necessaria nei tempi in cui scrive Plinio, poiché non è più tempo di scoprire, quanto di registrare e riassumere i risvolti culturali che l’uomo ha avuto modo di portare a termine nel corso del tempo.

La classificazione botanica del melograno viene discussa all’interno del libro XIII, ma si ricavano altre notizie anche dai libri seguenti. Secondo Plinio, vicino alla città di Cartagine si rivendica la presenza di una particolare tipologia di melo, che viene differenziato e specificato rispetto agli altri per l’accostamento dell’aggettivo «punico». Questo appartiene infatti a uno dei nove generi di alberi punici, ed è il cosiddetto malum punicum, ovvero il melograno dato che sempre nello stesso passo Plinio specifica che alcuni definiscono questa specie come granatum, dunque granato, per la presenza dei semi all’interno del frutto. L’albero produce dei frutti, che in base alle loro caratteristiche fanno sì che si possano suddividere in categorie o tipologie. Tra queste individua la specie definita apyrenum, ovvero «apirena», la varietà di melagrana senza semi, più bianca rispetto alle altre, con chicchi molto più dolci e con le membrane che li separano meno amare. Differenti da questa varietà, quelle con i semi, che hanno una struttura molto simile tra loro, e individua cinque tipi diversi sulla base del sapore attribuito ai chicchi del frutto: dolce, aspra, mista, acida e vinosa. Sulla base del colore del fogliame, distingue la melagrana Samia da quella Egiziana, per un colore delle foglie tendenti rispettivamente al rosso o al bianco. Plinio il Vecchio tramanda anche il nome attribuito al fiore di quest’albero detto flos balaustium. Si tratta della «balaùsta» (o anche balaùstio), indicato in greco dal termine βαλαύστιον «fiore del melograno», che come termine botanico viene anche riferito al frutto dell’albero, cioè alla melagrana.

[112] sed circa Carthaginem Punicum malum cognomine sibi vindicat; aliqui granatum appellant. divisit et in genera apyrenum vocando cui lignosus nucleus abesset; candidior ei natura et blandiores acini minusque amaris distincti membranis. [113]alias structura eorum quaedam ut in favis, communis nucleos habentium. horum quinque species: dulcia, acria, mixta, acida, vinosa. Samia et Aegyptia distinguntur erythrocomis et leucocomis. corticis maior usus ex acerbis ad perficienda coria. flos balaustium vocatur, et medicis idoneus et tinguendis vestibus, quarum color inde nomen accepit.

(112) Ma è il territorio vicino a Cartagine che rivendica a sé, come dimostra il nome, la «mela punica», che alcuni chiamano melagrana. Se ne sono distinte anche diverse varietà, dando il nome di apyrenum a quella priva di nocciolo legnoso, di aspetto più (113) chiaro, grani più dolci e separati da ciche meno amare. Per il resto, la struttura della melagrana ricorda un po’ quella dei favi, con i grani all’interno di una polpa comune. Ne esistono di cinque tipi: dolci, agre, agrodolci, acide, vinose. Quelle di Samo e d’Egitto si dividono in «eritrocomidi» e «leucocomidi». Per la concia delle pelli si impiega preferibilmente la scorza di quelle acerbe. Il fiore si chiama balaustio ed è utile in medicina e per tingere le stoffe del colore che ne ha preso il nome. (Trad. Roberto Centi).

Plinio il Vecchio ci dà informazioni anche sulla breve vita dell’albero, sempre sul piano botanico. Infatti, mentre vi sono in natura piante che crescono lentamente e altrettanto lentamente si avviano alla loro caducità, al contrario vi sono piante che crescono velocemente e altrettanto velocemente muoiono, come il melo, il fico, il melograno e altre specie. Queste infatti «muoiono presto», cito occidunt, e

«fioriscono prima», velocita sunt30. Come vedremo, questa caratteristica dell’albero, si presta ad essere rivestita di un significato simbolico.

(95) Quaedam autem natura tarde crescunt, et in primis semine tantum nascentia et longo aevo durantia. at quae cito occidunt, velocia sunt, ut ficus, punica, prunus, malus, pirus, myrtus, salix, et tamen antecedit vitis. in trimatu enim ferre incipiunt, ostendentes et ante. [...]

(95) Certi alberi per natura crescono lentamente, soprattutto quelli che si riproducono solo dal seme e quelli che sono longevi. Ma quelli che hanno vita breve crescono in fretta, come il fico, il melograno, il prugno, il melo, il pero, il mirto, il salice, e tuttavia superano le altre piante in produzione, perché cominciano a dar frutti a tre anni, facendone mostra anche prima. [...]. (Trad. Annamaria Cotrozzi)

Dai libri che trattano di farmacopea, emerge un sorprendente e vario utilizzo del melograno e delle sue proprietà proprio a scopo terapeutico e medico. Plinio menziona l’utilizzo di tutte le parti del frutto, dai chicchi, al succo che ne deriva, alla buccia stessa della melagrana, solitamente parte di misture e ricette adoperate per diversi malesseri e per ben precise parti corporee colpite da alcuni mali. In questi casi viene sempre indicata l’ebollizione del succo di melagrana o della sua buccia. Plinio scrive, infatti, che la melagrana ha molte qualità, ma è necessario che si faccia una distinzione ben precisa, a seconda delle tipologie del frutto, già sopra indicate. A dire del naturalista le melagrane dolci, nella varietà apirena, sono dannose allo stomaco, poiché provocano flatulenze, ma sono dannose anche per denti e gengive. Le melagrane vinose, affini alle apirena per sapore, sono poco più utili, capaci di placare stomaco, intestino, utilizzate contro la nausea e per coloro che producono bile. Melagrane di questa tipologia, aperte e fatte macerare con acqua piovana per tre giorni, vengono consumate fredde dai celiaci e da coloro che emettono sangue. Le melagrane acerbe, dunque immature, possono essere utili alla produzione di un medicinale detto stomacite, utile per i mali della bocca, per i genitali, le orecchie, le narici e l’annebbiamento degli occhi. Queste di fatto sono le parti del corpo umano per le quali la melagrana solitamente ha effetto secondo gli antichi. Tra le misture, ad esempio si utilizza il germoglio di melograno insieme all’olio di mandorla, all’olio di rose o miele, per ottenere un decotto, utile ai dolori di testa, agli occhi e alle orecchie. Oppure Plinio indica la cottura del succo delle melagrane acide in pentole sempre nuove, alternativamente al miele o al vino, per curare i geloni, le macchie sulle mani, mali al sedere o per l’intestino (in questo caso la melagrana è bruciata e poi imbevuta nel vino). Legata alla donna e al suo corpo delicato, la melagrana viene utilizzata in relazione alla sua intimità fisica. I fiori dell’albero, infatti, se bevuti a seguito di appositi procedimenti, sono in grado di fermare il menarca delle donne, o le emissioni di sangue di qualsiasi genere. Se invece si adopera la scorza della melagrana, imbevendo di questa l’organo femminile, questo ne trae giovamento. Sempre i fiori del melograno inducono a salvare dalla morte coloro che sono colpiti da dissenteria, se misti alla farina di fiori pestati. Utilizzare invece il melograno selvatico e le sue radici miste alla scorza del frutto, permettono, dopo essere imbevuti nel vino, di indurre al sonno.

Il melograno, riporta l’autore latino, oltre a essere molto utile in ambito medico è utile per conciare le pelli, attraverso l’uso della corteccia delle melagrane acerbe, e per la tintura delle vesti il cui colore prende il nome dalla melagrana, per l’utilizzo e per le proprietà derivanti dagli elementi botanici.

La classificazione di Dioscoride nel De Materia Medica

Dioscoride fu medico, botanico e farmacista greco, attivo nel I sec. d.C., contemporaneo di Plinio il Vecchio, autore del trattato di farmacologia De materia medica (Περὶ ὕλης ἰατρικῆς). È noto come Dioscoride Pedanio, dato che il secondo nome fu acquisito dall’autore da quello del patrono, appartenente alla gens Pedania, e a seguito dell’acquisizione della cittadinanza romana. Infatti, operò come medico militare nell'esercito romano ai tempi di Claudio e Nerone. Il trattato in cinque libri, che ci è pervenuto e che ha riscosso un grande successo nel corso dei secoli, tanto da arrivare sino a noi a seguito di numerosi rimaneggiamenti e con l’inserzione di apposite illustrazioni, descrive le sostanze che potevano esercitare un determinato effetto sul corpo umano e che dunque venivano utilizzate come farmaco, effettuando una giusta separazione da quelle che potevano essere tossiche. L’autore organizza l’opera in modo tale da fornire il nome dell’elemento trattato e i suoi sinonimi, la descrizione botanica nel caso di vegetali e gli usi che se ne fanno, ovviamente soprattutto di carattere medico, con i relativi effetti, nonché la derivazione geografica della sostanza. È lo stesso autore a indicare il criterio di classificazione delle sostanze trattate, dovuto agli effetti prodotti da queste. I libri di interesse particolare per la trattazione della melagrana da parte del medico greco sono il libro primo, in cui parla di sostanze aromatiche inserendo all’interno la trattazione dei frutti medicinali, e il libro quinto, poiché parlando delle diverse tipologie di vino introduce notizie relative al vino derivante dalla melagrana.

Dioscoride classifica la melagrana tra le sostanze aromatiche, in particolar modo tra i frutti medicinali, all’interno del primo libro. Il frutto del melograno è designato con il nome greco ρόα, corrispettivo come si è detto del latino punica

granatum. L’autore passa subito in rassegna l’utilità che deriva da frutti di questo genere, indicando la presenza di diverse tipologie. Questi hanno un sapore gradevole e sono ottimi alimenti che, seppur non utili alla nutrizione, aiutano l’uomo nei problemi di stomaco. Infatti, i migliori sono le melagrane dolci, che causano flatulenze, mentre le melagrane di sapore meno gradevole sono astringenti. Così come Plinio, anche Dioscoride tramanda la possibilità di bere il succo della melagrana misto all’acqua piovana, utile così ai vasi sanguigni. Non mancano le misture mediche, dove il succo dei chicchi, pestati, bolliti e mescolati con il miele, vengono utilizzati per le ulcere alla cavità orale, per i genitali e per il perineo. L’utilità della melagrana viene riferita anche ad altre parti corporee colpite da malesseri, come le orecchie e le narici. Con il greco κύτῐνοι, in latino cytinus, Dioscoride indica i fiori del melograno, anche questi astringenti e utili per l’agglutinazione del sangue, avendo molte proprietà comuni con il frutto in sé, riflettendosi anche negli utilizzi di ambito medico. Da questo tipo di fiore, che Plinio indica come primo prodotto del frutto che comincia a fiorire, è possibile preparare un decotto che funge da collutorio per le gengive e per i denti in via di caduta, nonché come collante per la riparazione dei denti rotti e danneggiati. Notevole un curioso aneddoto tramandato da Dioscoride: chi si ciba di tre di questi fiori, non avrà problemi agli occhi tutto l’anno. Allo stesso modo tramanda Plinio, il quale sebbene non richiama Dioscoride all’interno della sua Naturalis Historia, ricorda comunque l’origine del nome legata ai greci e tramanda l’utilizzo del fiore legato alla vista: se qualcuno, libero da cintura, calzari e anelli, raccoglie uno di questi fiori con due dita, col pollice e col quarto dito, della mano sinistra e tocca i propri occhi, mangiandolo subito dopo, allora non sopporterà alcun fastidio agli occhi in quello stesso anno. Il fiore del melograno selvatico è indicato, nel De Materia Medica, dal termine βαλαύστιον, presente nelle varianti di colore rosso, bianco o rosato, utilizzati allo stesso modo dei fiori κύτῐνοι, e agli stessi scopi medici della melagrana, per succo e sapore. Non manca il riferimento alla scorza

della melagrana, indicata, in modo curioso, dal termine greco σίδια, anche questa con proprietà astringenti alla pari dei fiori, e alle radici, il cui decotto uccide i vermi dell’intestino.

All’interno del libro quinto, dedicato ai vini e ai minerali, Dioscoride riporta anche alcune informazioni sul vino di melagrana, οἶνος ῥοΐτης. Il consiglio è quello di prendere delle melagrane mature della varietà apirena, e dopo averne estratto i chicchi, pressarli al fine di ottenerne un succo, da versare in alcuni vasetti. Questo, però, può essere bollito sino a ridurlo ai due terzi, versando quanto prodotto in appositi vasetti. A questo vino di ῥοΐτην, Dioscoride attribuisce un notevole valore medicinale, utile contro dissenteria, febbre alta e problemi legati allo stomaco in generale, oltre ad aiutare le vie urinarie.

 

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