
La zona di interesse - Film di Jonathan Glazer
Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2023, Premio Oscar per il miglior film in lingua straniera, tratto liberamente dal romanzo omonimo di Martin Amis (del 2014), la pellicola propone una storia apparentemente noiosa, tanto è maledettamente normale, di una famiglia tedesca altrettanto normale, colta nella sua quotidianità scandita da un ritmo così ordinario, tra dialoghi e accadimenti così assolutamente consuetudinari che lì per lì sembra sfiorare una narrazione di matrice "naturalistica", tanto è asettica, con la scelta di esprimere una tragica realtà storica con modi il più oggettivi possibili, attuando in pieno il principio di impersonalità, tanto il regista concede autonomia alle cose e ai fatti che narra; tanto permette alle scene il compito di denunciare lo stato di una situazione sociale, politica (ambientazione storica nel 1944), evidenziando immoralità e degenerazione della Germania nazista. Ma a un certo punto l' asciuttezza dell'affabulazione si sofferma su certi particolari che si insinuano come lampi improvvisi che colpiscono lo spettatore, inducendolo a riflessioni profonde sulla quotidianità di aguzzini e vittime, ma di ogni tempo, contigui in uno spazio dove i primo vivono, i secondi muoiono; dove i primi, consapevoli di ciò che accade al di là della staccionata che li separa dal campo di sterminio ad Auscwitz, non hanno mai un sussulto della coscienza, mentre i secondi si interrogano su un destino incomprensibile, quanto inesorabile. Aguzzini e vittime vengono, comunque, in entrambi i casi stritolati da quella macchina infernale che fu il nazismo, generatrice di morte, solo di morte, che nella sua ineluttabilità non scende mai a compromessi con nessuno. Insomma, per tutta la durata del film sembra allungarsi l'ombra di Hippolyte Taine, sembra respirare un'atmosfera deterministica, di stampo zoliano, che alla fine si traduce in una agghiacciante "banalità del male", quella stessa che la Arendt rivelò in "Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil", 1963.
Mai un primo piano dei volti di chicchessia, ma uomini, donne, bambini, giovani, vecchi che si muovono quasi come marionette, su uno dei palcoscenici più luttuosi che la storia abbia mai approntato, sullo sfondo di una grande quinta desolante di canne fumarie, garitte e filo spinato. Nessuna retorica, perchè il messaggio arrivi diretto e efficace.
Un film che sospinge a tali riflessioni è un film da vedere.
Pippo Lombardo