Postfazione
La struggente bellezza della nostalgia
Tutto quello che vediamo, infine si dilegua.
Nella sua essenza la natura non cambia, ma tutto
si trasforma e mai nessuna cosa rimane la stessa.
Solo l’arte può ambire a fissare in eterno un’emozione,
un’impressione, un volto, un paesaggio, un
oggetto; l’arte e la facoltà della memoria, anch’essa
in grado di sottrarre la realtà che s’invera alla
sua dissoluzione, rendendola per sempre viva
pure se persa in una lontananza che non possiamo
in alcun modo raggiungere.
Proprio su questi temi vertono i racconti di
Pino Bevilacqua, nei quali egli prova a reinventare
paesaggi e personaggi appartenuti a un passato
ormai svanito, da custodire gelosamente come
uno scrigno di pietre preziose, procedendo secondo
i moduli più tipici del Naturalismo e del
Verismo di marca novecentesca ma col supporto
di una visione moderna e unitaria della vita.
Pur essendo un sogno troppo fuggevole, la
nostalgia del “bel tempo che fu” ci distrae dal presente
e stempera le angustie della quotidianità,
anche se il suo oggetto amato è un luogo inaccessibile
se non all’immaginazione.
Portare in superficie presenze silenziose sullo
sfondo di un’assenza, fare emergere l’arcano dal
profondo dell’inconscio fino agli occhi e fino al
cuore, fare leva sulla memoria per volgersi all’indietro,
risalendo a volte fino alla primissima
infanzia o perfino a esistenze precedenti e stadi
primordiali del divenire, dove raccogliere parole e
immagini per quelle creazioni che si ergono sopra
le rovine provocate dal volgere del tempo.
Come in Sotto i cieli blu degli Erei e Il ritorno, a
completamento di una trilogia, l’autore racconta
un mondo e lo rende perpetuo sebbene esso sia
definitivamente tramontato. Un mondo disseminato
di borghi, di scorci agresti di sublime bellezza,
di un’umanità variegata intrisa di fede, valori
e principii di cui egli vuole tramandare il senso
della vita e della cultura rurale, poetica ed evocativa,
tanto cara a Marcel Proust e a tanti altri scrittori
e artisti che hanno creduto nella sacralità della
terra e delle immagini: Giuseppe Ungaretti,
Ermanno Olmi, Andrea Camilleri, Claude Monet,
Giovanni Pascoli, Gabriel Garcia Marquez, Paul
Cezanne. Un mondo dove i sospirati sogni coltivati
da donne e uomini vissuti a cavallo degli anni
Sessanta, sono stati intessuti così indissolubilmente
tanto da sentirne ancora oggi emanare il profumo
della speranza che nel loro profondo essi
hanno racchiuso.
Gli scrittori e gli artisti lavorano attorno alla
memoria, quella personale e quella collettiva, per
aprire di certo all’inedito e al non ancora visto, ma
anche a ciò che per natura e per cultura essi incontrano
e vivono.
Tuttavia anche per loro è un’ardua prova quella
di intuire il mistero dei delicati congegni che
muovono la realtà, ma se in tale esercizio sono
sorretti da passione, tenacia e ardore, seppure per
un tempuscolo, gli si disvela e gli si concede,
aprendo un varco dal quale traguardare e scorge-
re con nitore cristallino quello che proprio l’arte si
prefigge: rivelare ciò che esiste ma non si vede,
prima che le intriganti visioni si perdano del tutto
nel gorgo tumultuoso del perenne cambiamento
cui il cosmo è soggetto.
Alla fine di queste storie resta dunque la
memoria ritrovata e la struggente bellezza della
nostalgia, questo sentimento che pungola con soavità
la nostra vita per il mondo descritto da Pino
Bevilacqua, quel mondo che solo in apparenza
sembra irrimediabilmente perduto mentre in realtà
è ben presente nella mente e nel cuore di quanti
immaginano fervidamente di resuscitarlo attingendo
all’“immenso edificio del ricordo” che ogni
uomo serba nella caverna secreta del cuore.
Abbiamo ogni giorno consuetudine con l’amore,
con l’impermanenza, con la gioia, col dolore,
con la finitezza dell’essere, col destino dell’anima
spirituale eppure ci sentiamo così sprovveduti
pur dopo migliaia e migliaia di anni di indagini,
di dibattiti, di riflessioni filosofiche e teologiche.
Fabiana Novello
Dirigente Scolastico
Docente di Lettere
