Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964)
Il Vangelo secondo Matteo, diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1964, è un’opera cinematografica di profonda intensità artistica e spirituale, che si distingue sia per la fedeltà al testo evangelico che per l’approccio radicalmente personale e ideologicamente carico del regista. Questo film è forse una delle rappresentazioni più potenti e atipiche della figura di Gesù mai portate sullo schermo.
Pasolini si attiene quasi letteralmente al testo del Vangelo secondo Matteo, senza aggiunte narrative né stravolgimenti, scegliendo di riportare i dialoghi e i monologhi così come sono nel Vangelo. Questo rigore filologico si traduce in una narrazione asciutta ma intensa: dalla nascita di Gesù fino alla sua crocifissione e resurrezione, ogni evento viene mostrato con essenzialità e grande forza visiva. Il Cristo pasoliniano (interpretato da Enrique Irazoqui) è un Gesù rivoluzionario, arrabbiato, che denuncia l’ipocrisia dei potenti e si rivolge con forza e dolcezza agli ultimi.
Girato nei primi anni ’60, in un’Italia ancora profondamente cattolica ma attraversata da fermenti sociali e culturali, Il Vangelo secondo Matteo si inserisce in un periodo di rinnovamento del cinema italiano. Il film esce in un contesto dove il neorealismo aveva già tracciato una linea estetica e politica ben definita, e Pasolini, pur attingendo a quel linguaggio, ne rielabora gli stilemi per adattarli a una visione sacra e profetica.
L’ambientazione – volutamente spoglia e girata tra la Basilicata e la Calabria – conferisce alla vicenda una concretezza arcaica, contadina, che richiama l'Italia del Sud più povera e allo stesso tempo la Palestina di duemila anni fa. Pasolini rinuncia agli effetti spettacolari e alla grandeur hollywoodiana delle produzioni bibliche dell’epoca, scegliendo invece uno stile sobrio e poetico.
Pasolini, dichiaratamente ateo e marxista, affronta il Vangelo non da credente, ma con un rispetto profondissimo. Per lui, Gesù è una figura rivoluzionaria, un simbolo di giustizia sociale, un uomo che si schiera contro l'oppressione e parla direttamente al cuore degli emarginati. L’evangelico, in Pasolini, diventa politico: la parola di Cristo è parola di liberazione, non solo spirituale ma anche concreta, terrena.
Il regista stesso ha definito il film come "un’opera di poesia", più che di religione. Questa poesia traspare anche nella scelta delle musiche (che spaziano da Bach a spiritual afroamericani), nell’uso del bianco e nero, nella recitazione non professionale degli attori (spesso contadini e operai), e nel ritmo contemplativo che accompagna l’intera narrazione.
Il Vangelo secondo Matteo è un capolavoro che sfida le categorie, un film che parla ai credenti, agli atei, ai poeti e ai ribelli. È una meditazione laica sul sacro, un ritratto profondo dell’umanità di Gesù e una dichiarazione d’amore verso un messaggio che, per Pasolini, è eternamente rivoluzionario. È un film che, a distanza di decenni, continua a commuovere, interrogare e far riflettere.
Un’opera necessaria, intensa, immortale.
Pippo Lombardo
