
“Il Tasso”, una lettura
di Francesco Rossitto
<< Tasso, una volta ho sentito una storia.
“Una storia?”
“Sì… Nel lontano ovest esiste un’isola e al suo interno si erge un’alta montagna. Si dice che in cima a quella montagna nasca una volta all’anno un fiore molto speciale. Si dice che abbia la capacità di scacciare ogni tristezza… Sembra essere la chiave della felicità.”
“Te lo porterò. Lo prometto.” >>
Questo l’incipit de “Il Tasso”, approdo magistrale della raccolta dal titolo “Anima: 13 racconti”.
Si tratta dell’opera d’esordio dello scrittore ennese Samuele Fontanazza: francamente, una promessa nel panorama letterario siciliano.
La sua giovanissima penna ha come la capacità di tramutarsi in pennello, tanto sono visivamente e cromaticamente efficaci i mondi onirici cui riesce a dare vita.
Nel racconto in esame, piuttosto che limitarsi a un’intermedialità realizzata con l’arte pittorica, l’autore si spinge oltre: la cornice narrativa sembra ammiccare addirittura all’universo videoludico.
Chi è avvezzo al mondo dei videogiochi, infatti, leggendo il racconto non potrà non riconoscere, in molti dei suoi personaggi, ovvero le figure che il Tasso incontra risalendo la montagna, alcune posture e atteggiamenti tipici dei cosiddetti NPC (Non-Playable Characters). Inoltre, aldilà di questo fattore tutto sommato secondario, l’intera narrazione appare imperniata sul concetto di “quest”, per l’appunto squisitamente videoludico. Di che cosa si tratta?
La “quest” è essenzialmente la “missione” che il personaggio giocabile deve portare a compimento in alcune tipologie di videogioco, soprattutto nei GDR (giochi di ruolo) o, all’inglese, RPG (Role-Playing Games). Interessante, a tal proposito, è scorgere la diretta provenienza del termine dal suo corrispettivo francese: “quête”. Si tratta di una parola fondamentale nell’ambito della filologia romanza, che ci riporta alle origini della letteratura medievale cavalleresca e, ipso facto, dell’intera letteratura europea!
Il significato è pressoché lo stesso: missione, ricerca… Ma la ricerca di che cosa? Di una donna amata, sovente, o di un’espiazione tutta interiore. Eppure, nella sua declinazione più caratteristica e anche fortunata, la quête del cavaliere medievale coincide con la celebre ricerca del Santo Graal.
Questa reliquia leggendaria, in grado di conferire un potere smisurato a chiunque abbia la forza e la nobiltà d’animo necessarie a recuperarla, sta infatti al centro di racconti destinati a radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo. Pensiamo ai poemi di Chrétien de Troyes, alla figura di Parsifal e, soprattutto, al ciclo arturiano.
E cos’è dunque il fiore in cima alla montagna, tanto agognato dal Tasso, se non un moderno Santo Graal? O meglio: la sua promessa. Promessa che, come scoprirete leggendo il racconto, finirà per infrangersi e svanire come un fuoco fatuo.
Far dialogare in questo modo, più o meno programmaticamente, il linguaggio della letteratura con quello del videogioco, profilando gli insigni legami di parentela che abbiamo visto poc’anzi, costituisce un’operazione a dir poco avanguardistica. Anche perché, in questo modo, Fontanazza prende coraggiosamente (e finalmente) posizione su una questione ormai divenuta ineludibile: il videogioco è o non è una forma d’arte? “Decisamente, lo è” sembra rispondere fra le righe il giovane scrittore ennese. E allora per quale motivo non dovrebbe iniziare ad interagire, in un rapporto alla pari, con altre forme d’arte o, addirittura, provare a ispirarle?
Volendo tornare adesso all’ambito prettamente letterario, il rimando alle avventure dei cavalieri medievali non è di certo l’unico rapporto che “Il Tasso” stringe col passato di quel genere che, aldilà dei preziosi sconfinamenti (pittura, videogioco…), fieramente gli è proprio. Tanto per citare il più evidente, le maschere zoomorfe, ovvero quelle del Tasso e della Volpe, evocano decisamente l’immaginario della favola.
Ma è soprattutto il topos principale del racconto, individuabile nello scalare una montagna quale corrispettivo simbolico di un angustiante travaglio interiore, ad avere alle sue spalle innumerevoli esempi illustri. Il più riconoscibile fra tutti è probabilmente la petrarchesca ascesa al monte ventoso. Tuttavia, un modello ancor più calzante si rivela essere, alla mia personalissima lettura, niente meno che il Purgatorio di Dante Alighieri.
Come sappiamo bene, infatti, la cantica vede il suo autore-personaggio alle prese con la scalata di un monte, situato su un’isola remota, in cima al quale verrebbe appagata la più alta fra le aspirazioni umane (che, in questo caso, coincide con la contemplazione di Dio). Si può ben notare, dunque, come i cardini narratologici siano pressoché gli stessi.
Ma si potrebbe andare anche oltre e leggere il racconto come una parabola dantesca per intero, anche se “rovesciata”. Ecco perché: il protagonista deve certamente compiere un cammino di elevazione spirituale e, nel farlo, incontra dei personaggi coi quali è in grado di stabilire legami di diversa natura, dall’inimicizia all’empatia. Alla fine di questo viaggio esiste (e non esiste) un premio dalle caratteristiche divine. Inoltre, la scintilla che innesca l’intera azione narrativa è rappresentata, anche in questo caso, da una donna. E fin qui, tutto sembra calzare a pennello. Se non fosse che, proprio nella figura femminile, scopriamo il primo elemento di antitesi rispetto alla Commedia dantesca.
La donna del Tasso, infatti, già esteticamente si presenta come un’anti-Beatrice: i suoi capelli corvini fanno pensare piuttosto a quei languidi angeli gotici di cui Edgar Alla Poe è stato forse il più importante fautore. Niente a che vedere, insomma, con le classicheggianti creature angeliche di matrice stilnovista.
Inoltre, invece di intercedere in favore del protagonista e guidarlo su in cima alla montagna, come la Beatrice dantesca, la ragazza del racconto tenta addirittura di dissuadere il protagonista dalla sua impresa:
<< “Lascia stare”, gli sussurrò lei, appoggiata ad un albero vicino. […] “Il tuo cammino non è questo, Tasso.” >>
Un’altra caratteristica che rimanda, anch’essa per antitesi, alla Divina Commedia è la natura dei personaggi.
Ne “Il Tasso” non compaiono mai delle vere e proprie individualità, ma soltanto maschere e gusci che, al loro interno, celano altri gusci, in una sorta di eterna sedimentazione la cui origine si perde nel tempo e nello spazio. Tentando di venire a capo di questa complessa stratificazione non si ottiene mai l’individuo, con la sua parabola unica e irripetibile; si giunge al massimo a questo o a quell’archetipo, circonfuso di un’aura eterea… di indeterminatezza.
Prendiamo un esempio per tutti, l’archetipo del viaggiatore, incarnato, ancora una volta, dai personaggi del Tasso e della Volpe:
<< – Chiamami ‘Volpe’… Sono un viaggiatore… Anche tu lo sei, giusto?
– Esatto. Cerco il fiore. – disse il Tasso >>
Nel caso della Commedia dantesca, vale invece l’esatto opposto: l’intera opera si fonda sulle individualità e le specificità umanissime dei personaggi che la animano. Fra questi, moltissimi sono infatti realmente esistiti e storicamente collocabili. Pensiamo a Virgilio, a Catone, a Bonifacio VIII, e così via. Inoltre, lo stesso celeberrimo Contrappasso, uno dei pilastri teorici portanti dell’opera, sarebbe risultato impossibile da stabilire senza una precisa contezza dei peccati commessi in vita dai dannati e, dunque, in ultima istanza, della loro storia individuale.
In conclusione, è il caso di segnalare la totale asimmetria dei presupposti che stanno alla base dei due testi a confronto: la Divina Commedia adotta una prospettiva lineare e trascendente, tipicamente medievale e occidentale. È infatti all’interno di quest’ultima che collochiamo, fra gli altri, il concetto di ascesa nobilitante, per il quale Dante, man mano che si avvicina alla vetta del monte Purgatorio e poi a sfere celesti via via più perfette, attraversa un progressivo raffinamento spirituale, un alleggerimento che rasenta la rarefazione.
Nel racconto di Fontanazza, invece, l’avvicinarsi all’oggetto divino non comporta affatto questa sorta di sublimazione. Anzi, è vero l’esatto opposto: il momento di massimo abbrutimento morale, da parte del protagonista, coincide proprio con la conquista della vetta. In questa circostanza, infatti, scoprendo il suo prezioso fiore nelle mani del rivale, un certo Cavaliere, il Tasso concepisce addirittura pensieri delittuosi, pur non arrivando al gesto estremo dell’omicidio per un rimorso di coscienza finale.
Altro che Santo Graal! Il fiore si rivela un pericoloso feticcio che conduce a nient’altro che la pazzia, com’è espressamente dichiarato in una delle ultime battute dello stesso racconto:
<< La meta, così perfetta da essere ineffabile, eterea, ma che al contempo smuove gli animi, fino al baratro della follia. >>
Tuttavia, sarebbe a mio avviso un grave errore negare al fiore qualunque valenza positiva, e così al suo ottenimento finale e improvviso e precoce appassire. Il fiore è in realtà il potentissimo veicolo di un insegnamento inestimabile e, a suo modo, perfino salvifico per il Tasso: ciò che è andato, lo è per sempre. Lo scorrere del tempo è irreversibile.
Disinnescate in questo modo la prospettiva lineare, assieme dunque alla promessa di un aldilà e a qualunque forma di trascendenza, l’unica vera conquista appare quella della ciclicità, della sua accettazione:
<< Adesso il Tasso stava dinanzi alla costa a guardare l’infinito oceano e l’imperante tramonto. Una nuova notte stava sorgendo e dopo di essa un nuovo giorno, e dopo ancora nuove notti, nuovi giorni, nuove stagioni, che muoiono e rinascono in un infinito susseguirsi di dolori, di gioie, di vite.
Era finalmente pronto a togliersi l’abito del viaggiatore.
Il Tasso tornò a casa. >>
Opere grafiche di Niccolò Gagliardi


