"Shakespeare. Una biografia" di Peter Acroyd, non solo una biografia.
Di Pippo Lombardo
Finito di leggere. “Finito”, ovviamente si fa per dire, perché è uno di quei testi destinati a essere rivisti e riletti soprattutto laddove certe pagine, certi capitoli hanno lasciato il segno per la loro ricchezza di notizie, per la loro bellezza letteraria, per la forza di una parola che ravviva potentemente l’immaginazione del lettore che sembra materializzare davanti ai suoi occhi Shakespeare giovanissimo, maturo, figlio, marito, padre, attore, scrittore, imprenditore, sullo sfondo di una Londra elisabettiana brulicante di vita, di commerci, in cerca di un posto eminente tra le più importanti capitali europee, non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche artistico, letterario, teatrale. Una Londra tinteggiata in chiaroscuro, palcoscenico su cui si agitano miserabili, avventurieri, faccendieri, lenoni e prostitute, vecchi e nuovi proprietari terrieri, politici rampanti, nobili di vetusta tradizione, tutti in bilico tra un vecchio sistema che non vuol morire e un nuovo modo di essere che tra una epidemia di peste e un’altra, tra una religione (il cattolicesimo) e un’altra (l’anglicanesimo) avanza comunque inesorabilmente, rendendo questa città e i suoi abitanti protagonisti di una storia che da lì a poco li vedrà primeggiare in Europa e non solo. E nonostante i ceppi di una attenta censura, sarà proprio il teatro e i suoi autori, tra cui spicca Shakespeare, a restituirci il quadro più fedele di questa realtà. E non importa che vada in scena una tragedia, un dramma, una commedia con personaggi antichi, medievali, contemporanei, perché tutto rimanda sempre e comunque a quella Londra della seconda metà del ‘500 e degli albori del ‘600. È sempre lei che riecheggia in prosa o in versi, sulla bocca di questo o quell’attore (alle donne non era permesso recitare), nelle trame che si sviluppano davanti al pubblico selezionato della corte o eterogeneo, cittadino e di provincia nei vari e numerosi teatri all’aperto o al chiuso di quel momento. Eppure, benché nei testi teatrali risuoni quest’eco che li lega a quel determinato momento storico, ecco che i grandi autori come Shakespeare sfruttano magistralmente la parola per sottrarli alla loro naturale contingenza per consegnarli a generazioni e generazioni di posteri, sempre applauditi a testimonianza della loro universalità. Insomma, poco più di 600 pagine da 10 e lode, che ovviamente è impossibile riassumere in poche righe, viatico necessario per chi si voglia accostare al sublime Shakespeare.
