Anna Karenina, mon amour - Annotazioni sparse

di Pippo Lombardo

(Pubblicazione di riferimento: Lev Tolstoj - Anna Karenina - Giulio Einaudi editore - 2016 - To)

16/08/23

Cominciavo così  il mio rapporto con questo romanzo  la sera del 16 agosto, quando avevo dato mano alla lettura di Anna Karenina:

Stasera appuntamento con una donna straordinaria! Finalmente la incontrerò. Quanto ho desiderato vivere questo momento, ma non mi ero mai sentito pronto abbastanza. La sua indiscussa bellezza mi intimoriva. Spero di non deluderla, spero di essere alla sua altezza. Prendo fiato. Ci sono. Tutto comincia così: "Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo".

 

 

18/08/23

Finalmente l'ho incontrata! Siamo a pagina 73. Tolstoj sapientemente ha alimentato fin qui il desiderio di conoscerla. C'è riuscito. Il treno l'ha condotta da San Pietroburgo a Mosca. E nello scompartimento aspetta il caro fratello Stiva. Solo qualche pennellata per descriverla: allure di qualità superiore. Niente a che vedere con l'ordinarietà. Anna ci affascina subito attraverso gli occhi del giovane Vronskij. Che ne resta ammaliato senza nemmeno capire perché. Ma cosa turba chi guarda Anna? Cos'è che ci attrae e contemporaneamente ci intimidisce? La sua apparente semplicità, la sua profonda complessità. E oltre pagina cento ragione e cuore impregnano le pagine di una umanità che ci cattura. Che penna quella di Tolstoj!

20/08/23

Cuore e ragione: la schermaglia continua. Siamo a pag. 114 e una terribile bufera di neve ha bloccato il treno che da Mosca conduce Anna a San Pietroburgo. Scende dalla vettura per prendere un po' d'aria, agitata come si sente. Vronskij l'ha raggiunta. Le ha spiegato che si trova su quel treno proprio per seguire lei. Tolstoj così chiosa: "Vronskij aveva detto esattamente ciò che il suo cuore voleva sentire ma la ragione temeva. Anna non rispose, ma sul suo viso Vronskij colse i segni della battaglia che si combatteva dentro di lei". La ragione le impone di adottare un comportamento sdegnato in obbedienza alle regole sociali da rispettare, e redarguisce l'innamorato, ma subito dopo, risalita in vettura: "Si fermò, tuttavia, nel corridoio, e ripensò a quanto era accaduo. Non ricordava né le parole di Vronskij né le proprie, ma le bastava il cuore per capire che quello scambio fugace li aveva avvicinati come non mai; e ne fu spaventata e felice insieme". E Tolstoij subito approfitta di questo momento che rende Anna assolutamente indifesa e continua a scavare nel suo animo, e poco dopo il treno si ferma alla stazione di San Pietroburgo, dove Anna si incontra col marito: "Incociando lo sguardo di suo marito protervo e affaticato, Anna sentì una fitta al cuore; se l'era immaginato diverso, suo marito. La colpì soprattutto, il senso di disagio che provò nel vederlo". Ma a Lev non basta evidenziare impietosamente i contorni sfocati del rapporto tra Anna e il marito. Va oltre, consapevole che la sua letteratura si assume il compito arduo di smascherare ogni ipocrisia. E così continua: "Era una sensazione che conosceva, tutt'altro che nuova e in sintonia con quelle specie di recite che erano i suoi rapporti con il consorte. Ma se prima evitava di farci caso, ora se ne rendeva lucidamente, dolorosamente conto". Il capolavoro è servito! Due realtà diametralmente opposte tormentano Anna. E la vita continua.

23/08/23

Poco oltre le 200 pagine si giunge a un momento cruciale della storia. La lunga parentesi sulla Natura è servita anche a prolungare la tensione che si è creata a causa della liaison tra Vronskij e Anna, tenendo il lettore col fiato sospeso. Il pettegolezzo sul loro conto si era ormai ben alimentato,  come del resto  le reazioni, le più diverse.  Certo la differenza d’età: lei è più grande; la differenza dello stato civile: lei è sposata, tutto concorre a creare tensione, tra loro per prima, tra loro e l’ambiente in cui vivono. I sospetti di Karenin, i timori della madre di lui (la quale  sempre più si rendeva conto che non si trattava  di un semplice  adulterio, e ne intravedeva i gravi rischi) concorrevano a vivere la passione in maniera sofferta, e Anna non riusciva a capacitarsene, dato che attorno a lei molte sue pari vivevano storie extraconiugali senza affanni di sorta. Così è giunto quello che secondo Anna sarebbe stato il momento della prova della saldezza del loro amore.  Aleksej inaspettatamente è venuto a trovarla a casa sua, prima di affrontare la corsa dei cavalli, ne intuisce uno stato d’animo insolito. Anna stava pensando, come ormai  spesso le accadeva, alla sua felicità e alla sua disgrazia. Ma ora c’era qualcosa di nuovo e, sollecitata dall’amante, alla fine: - Sono incinta, - scandì, sottovoce. Come reagisce lui? Sbiancando, non sapendo cosa dire, lasciandole la mano e abbassando gli occhi. Anna pensava che avesse capito, ma “Si sbagliava. L’aveva capito, sì, ma non come lo capiva lei che era una donna”.  Forse Anna è stata troppo impulsiva, intempestiva? Che ne sarà ora di lei, come affronterà il marito? L’abilità letteraria di Tolstoj continua a sorprenderci.

25/08/23

E dire che quando uscì “Anna Karenina” a puntate su “Il messaggero russo” dal 1875 al 1877, la critica non lo accolse benevolmente, tutt’altro.  Le toccò lo stesso destino riservato poco più di 20 anni prima a  “Madame Bovary” (1856), come lei  donna protagonista , adultera, suicida; lo stesso destino di  Violetta ne “La Traviata” in  lotta per difendere il suo amore per  Alfredo (1853). Se a rompere i  rigidi schemi sociali era una donna, nella vita come nella finzione artistica, ciò faceva storcere il naso ai benpensanti, e nel caso di Tolstoj le sue posizioni antinazionaliste alla fine del romanzo provocarono atteggiamenti di aperta censura, per cui fu costretto a pubblicare a sue spese l’ottava parte. Che abbaglio! Che abbagli! Fra i tanti che si verificarono e continuano a verificarsi nella storia della produzione artistica. Poi in  difesa della nostra Anna non mancarono  pareri autorevoli come quello di  Dostoevskij e di Nabòkov.  Il resto lo fecero le numerosissime versioni cinematografiche (a partire dal 1910), televisive (a partire dal 1960), e gli innumerevoli richiami in romanzi, saggi, film, che  ne hanno decretato l’enorme fortuna conosciuta da quest’opera. Fortuna meritata per tutte quelle qualità che si manifestano tra le sue pagine,  ma soprattutto per  quegli aspetti della trama ritenuti erroneamente romantici, considerato che  si mette sempre in evidenza la lotta titanica di Anna contro un’intera comunità a lei avversa. E, diciamoci la verità, banalizzando un po’ l’opera, certi che  questa scelta  fa  presa sulle masse popolari, facendo registrare notevoli introiti per le produzioni.  Tolstoj penso che sarebbe fortemente critico contro queste scelte che tradiscono i suoi intenti.  Non ultimo quello di affrontare il tema ritenuto scandaloso e immorale di una relazione extraconiugale come nel caso di Anna, che però tenta con ogni sforzo di non restare schiacciata dal peso del giudizio ipocrita della società e vorrebbe nobilitare il suo sentimento innalzandolo a vero amore. Anna ne sarà capace? Intanto a breve dovrà affrontare il marito. Lo farà razionalmente o il cuore prenderà il sopravvento?    

17/08/23

Sono a pagina 53, ma ancora non l'ho incontrata. Suo fratello Stiva l'aspetta. Gli ha mandato un telegramma per annunciargli il suo arrivo. Me la immagino che scende dalla carrozza per dirigersi verso l'uscio di casa: bellissima, direi divina come Greta Garbo nella sua interpretazione del 1935, miglior film straniero alla mostra Internazionale del cinema di Venezia. Sì, perchè per me che vidi il film poco più che adolescente Anna non può non essere che come Greta, con la voce di Anna Proclamer che la doppiò magistralmente nel 1952. Sarà così? La sfida tra lo scrittore Lev Tolstoj e il regista Clarence Brown è ardua. Vedremo come andrà a finire.

19/08/2023

Finito di leggere la prima parte, vale la pena soffermarsi su qualche frase significativa. In un dialogo con l'amico Levin Stiva afferma: "Far d'ogni cosa un piacere: è questo lo scopo di una buona istruzione". Non si tratta di una mera affermazione, ma di una filosofia di vita, di cui Stiva è una sorta di "sacerdote". Ma quanta verità racchiude questa frase? E poco più in là continua: "...La verietà, il fascino, il bello della vita è proprio il suo essere fatta di luci e ombre". Il testo ci interroga esigendo risposte. Al lettore l'arduo compito di trovarle, se ne è capace. Questa l'edizione che ho tra le mani, con prefazione di Natalia Ginzburg. Più in là ne parleremo.

22/08/23

 Quante cose da dire. Quanti piani di lettura si presentano al lettore curioso, capace di scoprire cosa voglia dirci l’autore e perché. Certi ormai che siamo di fronte a un grande capolavoro letterario (qualche volta ci soffermeremo su questo aspetto), lasciamo un attimo i personaggi in carne e ossa e dedichiamo qualche parola a un “personaggio” altrettanto importante: la Natura, che non mi sembra svolgere una mera funzione di quinta teatrale, né tantomeno occupa parti descrittive con mera funzione dilatoria o demarcativa, a seconda dei casi. Dedichiamoci al Tolstoj bucolico, cantore attento, raffinato e poetico  della Natura. Dal capitolo 12 della seconda parte  fino al 15 lo spazio è occupato dall’ambiente naturale, agreste, dove vive Levin  in strettissima connessione con  quanto lo circonda, ambiente  che fino a questo momento sembra essere l’unica ragione della sua vita. Anzi in questo momento rappresenta anche la consolazione vera al bruciante rifiuto di Kitty. Ebbene, ormai è proprio molto chiaro che Lev e Levin sono fatti della stessa pasta. E un lettore attento capisce il perché di questa sintonia tra autore e personaggio. Ma questa è un’altra storia. La Natura, dicevamo, è ormai lontana da quella Natura di stampo romantico, fatta di chiari di luna, selve paurose e languidi sospiri,  ora gode di una sua autonomia, di una sua bellezza  che può sembrarci  tragica, poetica, ma tutta sua, sempre oggettiva.  E non poteva essere altrimenti con Tolstoj che la conosce in ogni sfumatura, che la ama, la teme, la esalta, da vero uomo di campagna, con gli occhi ora del botanico, ora dello zoologo, ora dell’esperto di arte venatoria.  Attraverso un lessico curato, ma mai specialistico, la Natura del romanzo è anche motivo di riflessione profonda sulla condizione  sociale, economica, umana, storica di chi la vive, di chi ne vive, da proprietario affezionato come Levin, da proprietari incuranti come Stiva, che svende il suo bosco, da braccianti miserabili che vivono di stenti. E Tolsoj anche in questo si cala nella sua epoca, nella sua realtà storica e non risparmia certo critiche feroci a un sistema economico-sociale di cui già sentiva gli scricchiolii che da lì a poco avrebbero condotto alla Rivoluzione d’ottobre.

24/08/23

Un altro elemento narrativo che rende il romanzo “Anna Karenina” un grande capolavoro letterario è rappresentato dai dialoghi. Mai troppo lunghi, sempre adeguati  riguardo a contenuto e forma, hanno anche la funzione di evidenziare il personaggio nei suoi aspetti caratteriali e psicologici, integrandone  le eventuali descrizioni, attraverso un uso sapiente del lessico che in bocca a questo o a quell’altro ci restituisce persino l’ambiente di provenienza, la cultura, l’intelligenza, la sensibilità, persino le manie,  che lo identificano, rendendo così  la lettura dei dialoghi un vero piacere, perché ogni scelta stilistica dell’autore li rende assolutamente naturali, veri,  tanto da darci la sensazione di poterli quasi ascoltare ora da questo ora da quel personaggio, uomo o donna, giovani o vecchi, fino quasi a condurci alla percezione della sonorità delle voci, piegate ai momenti della narrazione, per cui ne percepisci lo stato d’animo tranquillo, agitato, ansioso, timoroso, e così via. Sembra quasi che i dialoghi evochino i timbri delle varie voci che ora sono sicure, ora incerte;  ora squillanti, ora flebili, ora che virano verso i sussurri, ora che tradiscono nervosismo.  E poi nei dialoghi la sintassi è accuratissima, tanto che è essenziale e semplice in bocca agli umili, che si limitano a brevi constatazioni, o brevi risposte agli interlocutori, fermandosi spesso a un soggetto e a un predicato, fermandosi sulla soglia della paratassi; mentre la sintassi si dispiega in tutte le sue possibilità espressive là dove segue ragionamenti profondi: politici, scientifici, sociali, ecc…, strutturandosi in una ipotassi evoluta, complessa.  E che dire delle incursioni di parole e  frasi in francese, in inglese? Si tratta di parole e frasi che sulla bocca di chi le pronuncia diventano anch’esse vera e propria ostentazione di uno status simbol che cela la crisi latente della classe aristocratica russa. Quasi si trattasse di un fatale   canto del cigno. Insomma, anche in questo caso, mio caro Lev,  sei un grande maestro.

26/08/23

Ecco uno dei momenti più drammatici della storia di Anna Karenina. Vronskij  è caduto rovinosamente da cavallo durante la corsa che avrebbe voluto vincere. Gli occhi di tutti i presenti sono puntati su di lui. Anche quelli di Karenin e di Anna che tradisce la sua profonda preoccupazione. Quando i due sono in carrozza diretti verso casa, diventa  inevitabile lo scontro da cui emergerà la verità con tutto quello che ne conseguirà. Sono pagine straordinarie per la tensione che riescono a trasmettere: le paure di Anna e le paure di Karenin, diverse rispetto alla causa, intense in entrambi i casi. Ora tutto precipiterà verso un futuro quanto mai incerto. Karenin timoroso, ma deciso a conoscere quanto accade alle sue spalle incalza senza tregua la moglie fino a quando non le dice:- Forse mi sbaglio. Nel qual caso vi prego di perdonarmi.

Ma lei pronta, benché altrettanto timorosa: -Non vi sbagliate, no, -scandì, lentamente, fissando disperata il volto algido di lui. – Non vi sbagliate. Sono sconvolta e non posso non esserlo. Ascolto voi, ma è a lui che penso. Lo amo, sono la sua amante. E non vi sopporto più, ho paura di voi e vi odio…fate di me ciò che volete.

L’intensità  di tutta questa sequenza narrativa e del  dialogo sono un vero capolavoro letterario. Il lettore ne resta rapito. Vedremo quale corso prenderà la storia.

(E così ho deciso che avrei dedicato al romanzo uno spazio sul blog. Perchè meritevole di maggiore considerazione che non fosse un semplice post su Fb. La mia lettura è continuata per quanto me lo hanno permesso i molteplici impegni, ma non l'ho mai interrotta. Ora era di qualche pagina, ora di molte pagine). D'ora in poi, pocederò in modo più sistematico e più attento, per quanto mi sarà possibile. E a ogni annotazione assegnerò anche un titolo.

Comincerò con: Karenin! Chi è costui?

Karenin! Chi è costui?

27 ottobre 2023

Cominciamo dal capitolo 21 della Quinta parte. É proprio qui che Tolstoj torna indietro e ci racconta chi era Aleksèj Aleksàndrovič Karenin (un orfano di padre e madre cresciuto da uno zio), ovviamente perchè il lettore possa inquadrarlo meglio e forse perchè si vorrebbe giustificare in parte il comportamento di questo personaggio tra i più contraddittori di tutto il romanzo, anche tra i più tormentati, apparentemente sempre sicuro di sè, ma in fondo vulnerabile, sempre in lotta con se stesso e col mondo intero. L'espediente narrativo dell'autore vuole essere una sorta di giustificazione di matrice freudiana? Forse. Di certo è che a un certo punto l'avversione che si prova per Aleksèj in quanto burocrate, bigotto, contorto nelle sue elucubrazioni si trasforma lungo la narrazione in una forma di commiserazione mista a compassione. Per esempio, quando Karenin riscopre gli ardori di un sentimento religioso bruciante e consolante allo stesso tempo, sentimento che si traduce in una forma di magnanimità, travagliata, benchè a tratti ci appaia troppo ostentata e eccessiva, come quando crede addirittura di patire le sofferenze del tradimento di Anna, perchè chiamato alla altruistica missione della redenzione della peccatrice: lei la peccatrice che ha confessato il suo comportamento lubrico contrapposta a lui che passando per le pene della vergogna, ancor più della gogna sociale, esperisce il tentativo, poi fallito, di volgere quel peccato esacrando in un comportamento votato alla emulazione di un modello encomiabile di moglie e soprattutto di madre. E ancora la commiserazione sfuma in compassione, per esempio, per il fatto che è una figura dolente, tanto che concepisce una visione miope che nemmeno gli fa vedere che tutto vacilla: il suo presunto rinnovato rapporto con Anna di marito amorevole e comprensivo, nonostante tutto; il suo ruolo di padre affezionato a Serëža, soprattutto ad Annie, figlia del peccato a cui dà ospitalità generosa e persino il suo cognome. Commiserazione e compassione, per esempio, perchè in tutto questo sconvolgimento della sua vita non ricorda più nemmeno di essere stato spinto a sposare Anna (proprio da una zia di questa), e non perchè lo volesse. Eppure è convinto che è il tradimento a renderlo infelice, facendogli apparire felice la vita coniugale precedente, benchè mai lo sia stata, visto che si tratta piuttosto di "recite", così le definisce Anna quando rientra da Mosca all'inizio del romanzo.

Di certo l'abile penna di Tolstoj sa come entrare nella mente calcolatrice dell'alto funzionario governativo, nel cuore ferito del marito tradito, nelle zone più recondite del suo animo dove sono sempre in agguato paure accumulate nell'arco della sua vita, paure che lo assalgono a volte tanto repentinamente da disorientarlo in quella vita che sempre più per lui, a tradimento confessato dalla moglie, è diventata un vero labirinto da cui non riesce a venir fuori, nemmeno se l'Arianna di turno, la contessa Lidja Ivanovna, si "immola", assumendosi l'onere di "accudire" lui e le sue creature, ignara che "ormai temeva tutte le donne e di tutte diffidava, e solamente perchè erano donne". E con queste parole l'autore sembra quasi volerci suggerire che il tradimento della moglie diventa alibi della sua velata misoginia. Del resto viene spontaneo chiedersi: e forse per questo che si è sposato in età non certo giovanile?

Nelle tante pagine dedicate a Karenin si passa dalla descrizione dell'aspetto esterno, per esempio le grandi orecchie (Parte prima, cap. 30), il viso in particolare, in diversi passi sempre algido o contratto in smorfie che ne deformano i lineamenti; alla descrizione della sua voce "stridula e monotona" (Parte prima, cap. 30), venata spesso di sarcasmo; alle situazioni in cui egli tenta di agire e alla ripercussione che proprio queste situazioni hanno sul suo animo, il tutto finalizzato a squarciare la sua intimità, che viene data in pasto al lettore, come nella vicenda narrata viene data in pasto alla società in cui Karenin affonda irrimediabilmente. Magistrale quel breve passo che conclude il 22esimo capitolo sempre della Quinta parte: "Karenin ebbe un fremito a udir parlare della moglie, ma subito il suo viso riacquistò quel rigor mortis che era l'espressione della sua incapacità di reagire". Insomma, verrebbe da dire: ma Karenin è un uomo che agogna la vita o piuttosto un uomo che interpreta la morte? Fosse per lui, vorrebbe non agire, ma visto che è costretto ad agire, ecco che si sente indotto a tenere sotto controllo ogni situazione che si verifichi o addirittura che si verificherà, ogni persona che lo circonda, addirittura ogni sussulto del proprio animo, convinto che tale controllo sia doveroso perseguirlo e soprattutto legittimo esercitarlo sugli altri. Povero presuntuoso e illuso! Sembra un redivivo che si aggira nei dintorni della vita, vissuta come se si aggirasse in uno splendido mausoleo che è la società aristocratica russa.

Agli occhi degli altri, a qualunque costo, vuole sembrare "buono", e la bontà che elargisce a piene mani vuole che sia vista come merito tutto suo, mentre, se dentro sè in realtà prova moti di cattiveria, questa, ovviamente, egli è fermamente convinto che è provocata dagli altri, perchè non può assolutamente provenire da sè.

Cosa accade, quindi? Spesso chi legge è come se si sentisse catapultato in quell'epoca, in quella storia per viverla come uno dei tanti aristocratici che conoscono il potente funzionario governativo; come uno dei tanti postulanti che lo ossequiano; come uno dei tanti subalterni che lo temono; come uno dei tanti nemici che lo osteggiano; come uno dei tanti uomini o tante donne che con lui si rapportano, tutti però oscillando tra formalità, educazione, disprezzo, che purtuttavia egli coglie col suo acume ora in uno sguardo, ora in una parola, ora in una movenza che tradiscono sempre e comunque quell'ipocrisia che malgrado tutto mantiene quell'instabile equilibrio nei rapporti umani, sociali, equilibrio che nonostante tutto e sommamente a lui consente di matenersi a galla durante il naufragio familiare. Del resto anch'egli è un ipocrita, vuoi per la professione che esercita, vuoi per il ruolo sociale che ricopre, in cui a volte si ha la netta sensazione che egli reciti una parte, per la quale già si è preparato in tempo e sempre con molta dovizia di particolari, quasi in maniera maniacale. A cominciare dal rapporto con sua moglie Anna, che non è mai stato spontaneo, bensì sempre adulterato perchè contaminato dall'ossessione del giudizio altrui, dalla connaturata latente viltà, quella stessa che gli impedisce di affrontare in duello Vronskij, il suo rivale in amore, perchè il suo opposto. Ecco quello che da subito percepisce Anna di quel giovane militare, la diversità rispetto a Karenin e glielo legge negli occhi, e non poteva essere altrimenti, perchè proprio lei, nel lungo esercizio di finzione che pretende la società, ancor più quella aristocratica, ha ben imparato dalla vita a sapere interpretare altrettanto bene cosa volesse sottindendere persino un battito di ciglia, specialmente in quella vita vissuta col marito tra le pareti domestiche, via via diventate sempre più labirintiche.

Ancora magistrale Tolstoj che attraverso l'osservazione acuta di Anna riguardo al marito ci informa su chi è Karenin. E se pur in certi passi sembra che questo personaggio gli sfugga dal ruolo che egli gli ha imposto, ebbene subito tirannicamente gli impedisce di esautorarlo del potere dell'autore sui personaggi. E così Karenin ci intriga. Ma forse l'autore fa il doppio gioco, con sapienza: da un lato richiama al suo compito questo personaggio, dall'altro fa così per incatenarci a lui, e tramite lui a tutta la storia. E spinge Karenin a continuare a lottare con se stesso, con Anna, con gli altri; a perseverare nel credere di poter cambiare, fino al punto che anzi egli è assolutamente convinto di essere cambiato, e anche profondamente, ma Tolstoij ci concede anche di smascherarlo, cogliendolo sì nella sua complessità, ma in flagranza nell'atto di barare con la vita di personaggio, con la vita che egli è chiamato a rappresentare. E Karenin a questo punto sembra persino aver perso il ruolo di vero antagonista dell'eroina di turno che qui è Anna.

Allora chi è Karenin?

Ecco, dalla Quinta parte a metà del capitolo XXI, un passo illuminante che getta luce su questo personaggio: Di nuovo solo, Karenin capì di non avere forze a sufficienza per sostenere la parte dell'uomo forte e sicuro. Ordinò che congedassero la vettura e cancellassero i suoi appuntamenti, e non lasciò il suo studio nemmeno per pranzare. Non avrebbe retto, lo sentiva, al peso del disprezzo e della cattiveria che aveva colto sul viso del commesso, di Kornej e di chiunque altro aveva incontrato in quei due giorni, nessuno escluso. Nè sarebbe mai riuscito, lo sentiva, a sbarazzarsi dell'odio altrui, perchè quell'odio non era frutto di torti che aveva commesso (o gli sarebbe bastato comportarsi meglio), ma della sua infelicità disonorevole e vergognosa. Proprio per quello - lo sentiva -, proprio per quel suo cuore infranto non gli avrebbero usato alcuna pietà. Lo avrebbero azzannato come il branco azzanna il cane ferito che guaisce di dolore. Nascondere le ferite - lo sapeva - era l'unico modo per salvarsi, e inconsciamente per un paio di giorni aveva anche provato a farlo; ora, però, non aveva più forze per proseguire in quello scontro impari.

A rinfocolare tanta disperazione c'era la consapevolezza di essere solo con il suo dolore. Non aveva nessuno a cui confidare ciò che provava e da cui pretendere la giusta compassione che si deve a colui che soffre e non a un proprio superiore o a un nome in vista, e non l'aveva a Pietroburgo nè altrove.

Karenin, proprio qui, sembra uscire dal romanzo, sembra proprio in carne e ossa, sembra palpitare di umanità vera e Tolstoij, qui più che altrove, sembra consegnarlo al nostro giudizio, chiedendoci: Chi è, secondo voi, Karenin? E sembra ancora porci questa domanda per suggerirci allo stesso tempo una risposta: Kerenin è un personaggio che tra i tanti del romanzo vibra tra le pagine, vivendo di una sua vita propria, perchè incarna quella parte di umanità che si agita chissà tra quanti uomini e donne che come lui recitano sul palcoscenico della vita, pretendendo di esserne bravi interpreti fino al punto di suscitare l'ammirazione altrui, mentre invece ogni loro tentativo, studiato per quanto si voglia, risulta alla fine goffo in quanto assolutamente inconcludente. Ecco cosa fa soffrire veramente Karenin: l'incocludenza della sua presunta obbedienza a un dovere di cui non sa, però, individuare il perimetro ed è per questo che abdica alla vita consegnandosi lentamente, ma inesorabilmente, a una morte che pur sempre gli garantisce i battiti del cuore, ma non gli consente nemmeno un palpito.

Ma narrativamente perchè Tostoij ci conduce a un'osservazione tanto ravvicinata di questo uomo? Forse ha calcolato che così facendo, mentre si legge di Karenin, si debba anche pensare ad Anna. Perchè per Tolstoij Anna se l'è guadagnato proprio quel titolo eponimo, a partire dal quale già il lettore è stato avvisato che Anna non riuscirà mai ad essere altro se non Karenina - benchè non lo voglia più con tutte le sue forze -, a significare un legame che si rivela ineluttabile, un legame che solo la morte potrà sciogliere. Ma solo la propria di morte. E per questo Anna pretende la propria presenza in ogni pagina del romanzo, anche là dove non si parla direttamente di lei, lei pretende almeno di aleggiare, consapevole che senza ciò che lei è stata capace di fare nessuno e niente in quel romanzo avrebbe senso (risultato veramente magistrale di un'arte letteraria che raggiunge livelli eccelsi), a partire proprio da Karenin.

E a lui, per concludere, dobbiamo tornare, a lui che alla fine si rivela un "costui" che chissà quante volte abbiamo incontrato nella nostra vita, quella vera, e chissà quante volte anche a noi è capitato di assomigliargli nel bene e nel male, forse più nel male, benchè lo negheremmo sempre con assoluta fermezza, tanto, ahinoi!, alla fine del romanzo proviamo una ripugnanza irrefrenabile verso questo paradigma umano.

 

Anna Karenina e la sua bellezza

Anna Karenina è un personaggio talmente complesso che richiede molta attenzione nell'analizzarlo. Ammesso che per questa sua complessità potremmo mai esser capaci di metterla sotto una lente di ingrandimento, per non tralasciare nessun aspetto, eppure ci sfuggirà sempre un qualcosa di inafferrabile che è insito in una protagnista così eccedente, diremmo un'iperprotagonista, quantitativamente e qualtativamente. Purtuttavia, chi accetta di procedere, forse con un po' di azzardo, sa che corre un rischio molto alto: errare. Ma sa anche, però, che a un lettore appassionato potrebbe esser concessa qualche indulgenza, che non potrà mai giustificare, comunque, l'errore di interpretazione commesso per superficialità.

Allora...da dove cominciare a maneggiare questo "essere letterario" così ragguardevole? Almeno unanimamente è considerato tale. Ma perchè mai? É ragguardevole in se stesso o per l'elevata influenza che ha esercitato su chi ne ha conosciuto le vicende, a cominciare dai lettori, fino ad arrivare ai letterati e financo ai critici? Ma certamente per l'una e per l'altra ragione. E anche per questo Anna è un personaggio letterario specialissimo. A partire dalla sua bellezza.

E allora cominciamo da qui, da questo elemento senza il quale lei non sarebbe polo di attrazione nel romanzo, nè nell'immaginario collettivo, sartrianamente inteso, visto che è diventata molto presto un archetipo estetico, grazie all'industria culturale, soprattutto cinematografica. Perchè, diciamoci la verità, nessuno riesce a sottrarsi al fascino di questa bellezza, nè chi le ruota attorno nè chi ne legge le vicende, uomini e donne indistintamente. Il significato molto profondo e misterioso di questa bellezza sembra risiedere non tanto, anzi non solo, nella bellezza fisica, ma nell'armonia rarissima, e per questo abbastanza unica, di bellezza esteriore accentuata da una bellezza interiore tutta sua, che la penna sapiente di Tolstoj ha saputo immaginare e con perizia encomiabile ha saputo mantenere in un equilibrio costante lungo tutto il romanzo. Diremmo che è una bellezza che splende. Da subito. Da quando lei esordisce sulle labbra del fratello Oblonskij (pag. 66)1 che aveva detto a Vronskij, con lui alla stazione, che aspettava una "bella donna". Ma lo scrittore, a pagina 69, quasi lo corregge, perchè da subito non vuole presentare Anna solo come una generica "bella donna". Infatti, con un colpo da maestro ci conduce all'osservazione di Anna prima attraverso gli occhi di Vronskij, poi attraverso il suo animo che percepisce quella tal bellezza, che non è solo quella esteriore. Egli "sentì il bisogno di guardarla un'altra volta", per poter cogliere l'altra bellezza che traspariva dal viso, e che proviene da dentro, che egli decifra come dolcezza e tenerezza "tutte particolari". Poi anche per la sua eleganza, per la sua grazia "discreta che comunque profondeva". Poi non avrebbero potuto sfuggirgli gli splendidi occhi grigi, resi ancora più belli dalle ciglia foltissime, occhi da cui coglie "una sorta di gaiezza imbrigliata", e poi dallo sguardo si passa al sorriso, naturale, e poi ancora agli occhi che emanano una luce particolare, che "splendeva", nonostante lei tentasse di spegnerla. E scesa dal treno ne osservò il passo "deciso e lieve" e ancor più la "grazia e la fermezza insieme", con cui cinse il collo (di Oblonskij) con il braccio sinistro, lo attirò a sè e lo baciò".

1 Pubblicazione di riferimento: Lev Tolstoj - Anna Karenina - Giulio Einaudi editore - 2016 - To

Per Vronskij tutto ciò ha uno strano sapore erotico che lo spinge a fissarla e a "sorridere senza sapere perchè". E si comporta come chi resta stregato da una forza incoercibile, tanto che persevera in quella sua osservazione più che attenta di Anna, approfittando del fatto che è tornata allo scompartimento a salutare la vecchia Vronskaja, compagna di viaggio da Pietroburgo a Mosca, anche lei affascinata, mentre ancora quella dispensa il suo sorriso che "guizzava tra le labbra e gli occhi". E non poteva che essere "graziosa" la sua mano porta a Vronskij, che, seguendo con gli occhi la donna mentre si allontanava, ne individuò "le forme alquanto floride", accompagnandola "con gli occhi fino a che la sagoma aggraziata di lei non scomparve".

Ma poche pagine dopo, ancora l'autore insiste sulla bellezza affascinante di Anna, osservata però con gli occhi di una giovane donna, Kitty, che prova un inspiegabile imbarazzo davanti alla "gran dama di Pietroburgo per la quale tutti avevano parole di lode". Ma rotto il ghiaccio, "Kitty si ritrovò conquistata, innamorata persino", perchè "Anna non somigliava nè a una dama del bel mondo nè alla madre di un bambino di otto anni. Pareva più una ventenne: per flessuosità di movenze e freschezza, per il brio che aveva impresso sul volto e che si mostrava ora nel sorriso ora nello sguardo, e per l'espressione seria per non dire triste dei suoi occhi, che colpì Kitty, affascinandola. Kitty sentiva che Anna era una persona semplice che nulla nascondeva, ma sentiva anche che celava un mondo altro, superiore, un mondo di interessi poetici e complessi ai quali a lei era precluso l'accesso". Insomma, la Karenina risulta così essere non solo affascinante, per natura, ammaliante, per vocazione, ma addirittura mesmerica, per quell'armonia di cui sopra. Così emerge la sua sensibilità fuori dal comune nella reazione al suicidio dell'uomo alla stazione, nel consolare Dolly per il tradimento del marito, nel manifestare a Kitty ammirazione per la sua bellezza. Ma se andassimo a cercare altri passi dove l'autore sempre più insiste sulla bellezza, ma forse a questo punto dovremmo dire sulle bellezze di questa protagonista specialissima uscita dalla sua pena, ecco che ne troveremmo ancora tanti nel folto delle 885 pagine. Subito un altro momento in cui emerge tutta questa bellezza, osservata ancora una volta con gli occhi di Kitty a un ballo dell'alta società, dove si trovano entrambe le donne e durante il quale sarà Kitty a crcare Anna: "L'abito era di velluto con una scollatura profonda che le scopriva il seno, le spalle piene e tornite come l'avorio antico e le braccia morbide che si chiudevano in un polso minuscolo e sottile". E poi le viole del pensiero che ne ornano il capo e una cintura e poi ricami al tombolo veneziano e trine, e l'acconciatura, fino ad arrivare a "un filo di perle (che) le cingeva il bel collo scultoreo". Interessante la considerazione che Kitty fa dopo aver squadrato dalla testa ai piedi Anna: "...il suo fascino consisteva proprio nel risaltare nonostante la mise e che le sue mises mai le avrebbero rubato la scena. Nemmeno quell'abito nero con i suoi pizzi sontuosi. Era, anch'esso, solo una cornice. A risaltare era sempre e soltanto lei, Anna: semplice, spontanea, elegantissima e insieme gaia e divertita". Insomma, "quella che aveva davanti agli occhi era una donna diversa e sorprendente".

Ma se ormai è chiaro che Tolstoij dota Anna di queste bellezze, dovremmo cercare di capire il perchè di tanta generosità verso questo personaggio. Certo è evidente che la cura che l'autore mette nel maneggiare questo "essere letterario" è di gran lunga superiore rispetto alla cura impiegata per gli altri. E questo aspetto non sfugge nemmeno a un lettore ingenuo. E ciò ci spinge a riflettere su tanta esagerazione che avrà una funzione narrativa ben studiata, che mira a un obiettivo, o a più obiettivi. Intanto, Anna è specialissima perchè la sua contrapposizione a tutto il resto sia fortemente marcata, perchè questo è uno dei fondamenti di tutta la storia. Anna per necessità non può e non deve essere uguale a nessun altro personaggio, a nessun altro essere umano, altrimenti il gioco letterario della unicità della sua vita fallirebbe. E così all'inizio del romanzo la sua giovane bellezza è messa in fortissimo contrasto con la Vronskaja, vecchia e magra, e non solo dal punto di vista fisico, ma anche morale, perchè ci viene detto che questa donna non è certo un modello di virtù. E qui entra in scena Vronskij, suo figlio, che con lei ha un rapporto ipocrita, che la detesta come persona, e sta al gioco dei ruoli madre-figlio secondo le regole della buona educazione, mentre da subito è attratto fortissimamente da Anna, che nello sviluppo del romanzo, si posizionerà coraggiosamente all'opposto di quel modello di madre e soprattutto di donna. É perseguito con grande abilità affabulatoria il fine di introdurre Anna nelle vicende narrate con un triplice confronto con tre donne che sono molto diverse da lei: della Vronskaja già abbiamo detto; Dolly è una donna affranta, sempre insicura, esito di una educazione che ha subito passivamente, fino alla quasi totale privazione della sua vera natura; Kitty può pareggiare in bellezza con Anna, ma fino a un certo punto, perchè non sa farne uso come arma di potere, non svilupperà mai la capacità di disarmare chi la fronteggia, semplicemente perforando gli animi con quegli occhi, con quello sguardo, con quel sorriso tutto di matrice kareniniana e poi spesso manca di determinazione, spesso resta in balia di circostanze in cui si aggrovigliano stati d'animo che non riesce a interpretare nel giusto modo e a gestire emotivamente, anche a causa della sua giovane età e non ci è dato sapere se invecchiando sarebbe cambiata. E sono tre donne che nella vita di Anna avranno una notevole influenza, per motivi diversi, ma sempre fino alla fine l'opposizione tra l'una e le altre tre non potrà mai essere superata. Tolta la Vronskaja che osteggerà con ogni forza il legame di suo figlio con Anna, che nello sviluppo della storia arriverà a chiamarla "donnaccia", che compare nel lunghissimo romanzo solo per poche battute, Tolstoj gioca letterariamente con Anna, Dolly e Kitty quali simulacri di tre possibili vite al femminile: la prima incarna la donna passionale e tormentata, la seconda la donna succube di un ménage asfittico, la terza la donna che riesce a ritagliarsi un angolo di serenità.

Ora finalmente, possiamo chiederci: che cosa rappresenta Anna?

La novità di questo personaggio sta nel fatto che è lei il fulcro della narrazione anche quando non è il contenuto di un capitolo, perché tutto afferisce a lei, tutto ruota attorno a lei, che è presente sempre, che aleggia, in realtà, in ogni pagina. Infatti, molti personaggi, per amore o per forza, si rapportano a lei, che in qualche maniera ne ha condizionato il modo di pensare, in quanto generatrice di un nuovo modello sociale di donna, non solo per le sue bellezze, non solo per le sue scelte, ma soprattutto perchè scardina ogni convenzione finora accettata, pagando ovviamente con l’isolamento che la trafigge e crocifigge. Tocca a lei questo compito così gravoso, suo malgrado, e ancora suo malgrado le viene imposto, perché agisce passionalmente con tutta la sua bellezza e la sua sensibilità in nome di un amore che avrebbe dovuto essere totalizzante, ma che invece si risolverà in una lacerazione continua tra lei e lei stessa, tra lei e chi la circonda, tra lei e il mondo. E l'esito sembra, ovviamente, non poter essere che esiziale. Una lotta così impegnativa sfiancherebbe chiunque. Dobbiamo desumere che l'autore, dopo aver esaltato in ogni modo le doti fisiche e umane di Anna (e abbiamo visto in qualche esempio anche come: direttamente e indirettamente), voglia sospingerla verso una condanna senza appello, tanto da punirla sacrificandola a un gesto inconsulto che la priverà di quanto lui così premuroso l'ha munita senza alcun risparmio di energia creativa? Sembrerebbe un controsenso. Allora la bellezza è una trappola? Allora quella bellezza, di cui andiamo parlando, per chi la possiede diventa una calamità, non già una fortuna? Tolstoj ci vuole spingere su un piano più universale tramite la storia di Anna? A caldo sembra proprio così. Anna paga un conto salatissimo alla vita a partire dall'essere oggetto del ludibrio pubblico per quella sua relazione giudicata troppo anticonformista, per non parlare delle sofferenze provate per il distacco dal figlio, del rischio corso con la gravidanza, dell'equilibrio psichico che giorno dopo giorno viene minato nell'indifferenza più totale di tutti, persino di chi le ripete di amarla, cioè Vronskij. La sua bellezza, le sue bellezze, si riveleranno insufficienti a sopravvivere rispetto alla lotta titanica che ingaggia, anzi si riveleranno persino controproducenti, armi finalizzate al seppuku finale a cui è destinata. Ma il lettore, ogni lettore, non ci sta a queste condizioni. Non si possono scrivere più di ottocento pagine per condurre il personaggio principale, l'iperpersonaggio, a una fine da considerarsi inadeguata. Almeno a prima vista. Chi splendeva di tante bellezze non può finire così, nemmeno in un gioco di finzione di un romanzo melenso. Ci deve essere per forza un'altra chiave di lettura. Non sopportiamo che Tostoj si prenda gioco di noi lettori che abbiamo dedicato tanto tempo con dedizione assoluta al suo capolavoro. E poi sarebbe artefice di un doppio tradimento: verso di noi, appunto; ma soprattutto verso Anna, che sapeva già gli avrebbe regalato tanta fama. Peccherebbe di somma ingratitudine. Tolstoj non può deluderci così. Anna, quell'Anna Karenina che ha osato affrontare il marito, quel marito, in carrozza al ritorno dalle corse dove Vronskij si è ferito, dicendogli accoratamente quanto lei ami quel giovane, esige con altrettanta audacia la sua riabilitazione, urla la sua redenzione, si rifiuta di sfumare, quasi alla fine del romanzo, senza la possibilità di un riscatto. Ma non vuole essere relegata al ruolo di eroina, non sarebbe quella la sua riabilitazione; ancor meno vuole essere risarcita consegnandola a una redenzione cristiana; perora una causa ben più signifcativa: la libertà della donna, di ogni donna: bella, meno bella, madre, moglie, figlia, sorella, amante. Ecco quello che reclama: liberare la donna dai ceppi della schiavitù delle regole sociali che mortificano la sua femminilità; liberare la donna dagli stereotipi maschilisti secondo i quali la bellezza di una donna giustifica un comportamento predatorio, in un gioco che spesso la costringe ad assumere il ruolo di vittima; liberare la donna da milleni di cultura che l'hanno costretta sempre ai margini, reprimendo sul nascere anche ogni timido tentativo di ribellione. Liberarla.

Ma Tolstoj, acuto com'è, non se la sente di ascoltare quell'appello così accorato di Anna, e non gli si può addebitare questa colpa, forse i tempi erano prematuri. Però, egli magistralmente, come sanno fare solo i più grandi, delega il lettore, magari quello un po' più attento, a portare a termine questa delicata missione, perchè di missione si tratta. Infatti, non tutti sono votati all'abnegazione, eh sì, perchè distribuire i diritti in egual misura tra tutti comporta una riduzione dei propri e allora, si sa che il tornaconto personale ha il sopravvento, anche sulle più sane intenzioni di venire in soccorso di chi chiede aiuto. Un aiuto più che giustificato. E allora ecco che Anna ancora di più splende della sua bellezza, delle sue bellezze. Alla fine più che mai della bellezza assoluta delle vittime. Sì, perchè non vi è bellezza comparabile a quella delle vittime, ancor più quelle incolpevoli. Si tratta di una bellezza altamente nobilitante, non di censo, ma di animo. Cara Anna, questo è il riscatto a cui agognavi? Forse sì. No, con quella sensibilità che ti era stata donata, non avresti mai chiesto all'autore di prolungare la tua vita coronando il tuo sogno d'amore , affrontando una vita tutta rose e fiori, fino al sopraggiungere della vecchiezza dispensiera delle gioie dei dolci ricordi passati, quando si giunge al bilancio finale constatando che è valsa la pena di vivere, in assenza di rimpianti, perchè soddisfatti delle proprie scelte, e in assenza di rimorsi, perchè i propri comportamenti non hanno arrecato male a nessuno. Tutto questo sarebbe stato veramente, semplicemente e troppo grossolanamente romanzesco. Ma Anna ha preteso che la sua vita fosse palpitante di vita vera, anzi ha preteso che la sua vita fittizia si confondesse con quella vera fino a rendere l'arte vita e la vita arte. E così facendo si lascia alle spalle ogni romanticismo tipico di certe figure femminili che l'avevano preceduta. E l'elenco è lungo.

Ecco, sembra si sia verificato una sorta di miracolo, quello della parola che diventa coessenziale alla realtà. E ora forse come lettori potremmo sentirci appagati. Almeno in parte. Perchè a ragionare ancora un po' su queste bellezze di Anna, ecco che ci rendiamo conto che sono sottolineate con tanta acribia in quanto narrativamente devono innescare un processo di vittimizzazione, attarverso cui passerà la sublimazione del personaggio, ricompensa che esaudirà le ambizioni del personaggio stesso che anche per questa via si caratterizzerà come iperpersonaggio. Ma che tipo di vittima è la Karenina? Rientra all'interno del sacrificio rituale che sacralizza la vittima stessa? Proviamo una risposta. Perchè proprio qui il gioco letterario potrebbe farsi veramente raffinato. E in questa raffinatezza potremmo individuare quell'elemento precipuo di questo romanzo, quello che lo proietta tra le opere che hanno raggiunto i livelli massimi della produzione letteraria di tutti i tempi. Ancora una volta qualche risposta la troveremo se osserviamo con attenzione il meccanismo narrativo della contrapposizione, così pervicacemente perseguito dall'autore. Infatti, egli mette molta attenzione nel ravvivarlo quando sta per languire, perchè capisce che le sue pagine perdono di vigore narrativo, perdono anche di caratura artistica, perchè sperimenta che è arduo mantenere uno standard elevato di qualità letteraria. E di certo non vuole arrendersi all'eventualità di esssere intruppato nella affollatissima schiera degli autori di poco conto, visto che ambisce a far parte della ristrettisima cerchia dei migliori di sempre. Egli sa che per riuscire in questa impresa intellettuale niente può essere lasciato al caso. E lui ha trovato nel meccanismo della contrapposizione il suo filo di Arianna che lo salverà dal fallimento della sua prova testuale, vero labirinto dentro il quale ogni autore entra con l'incertezza dell'esito positivo, e per questo deve imporsi di procedere con molto zelo, se vuole che la sua prova diventi capolavoro. E non tutti ci riescono. E Tolstoj a tal proposito si dimostra encomiabilmente zelante. E allora manovra Anna studiando situazioni in cui il lettore sarà sospinto a percepire il come e il quanto lei si contrapponga ora a Dolly, ora a Kitty, ora a Karenin, ora a Vronskij, ora a Stiva, anzichè a Levin, o anche all'aristocrazia pietroburghese, anzichè a quella moscovita, e così via. E siccome egli sperimenta a partire da sè, come lettore, che questo meccanismo narrativamente è un propulsore nobile e nobilitante di questa storia, sapendo anche quanta fatica costa riuscire a farlo funzionare egregiamente, perchè il prodotto finale sia di alta qualità, ecco che innnesca il processo di vittimizzazione di Anna, che obbedisce al suo autore, senza fiatare, ma ancora una volta stipulando un patto con lui, cioè accetta il ruolo di vittima (della società, della cultura maschilista, dell'epoca), ma ponendo una condizione: che alcun sacerdote la faccia stramazzare secondo tradizione, bensì essa stessa pretenderà di essere sacerdotessa di un rito nuovo, per il quale carnefice e vittima si identificheranno nella stessa persona, con quell'atto estremo che sottolinea la conquista della sua libertà. Anna è vittima, sì, ma libera di essere tale, e proprio questa scelta le consentirà di sottrarsi anche fisicamente alla riprovazione altrui che la tormenta, evolvendo in proclama della sua libertà. Lei presume che la sua grandezza sia insita in questo, vuole diventar sacra da sè stessa, visto che il mondo intero l'ha desacralizzata quando l'ha moralmente vittimizzata a causa dei pregiudizi, delle convenzioni, delle falsità e sarà la sua sconfitta più bruciante quando si renderà conto che tanti, tante aspettavano con ansia quel momento, come "le fanciulle (che ) erano ben felici delle illazioni sul conto di Anna (che invidiavano e che non sopportavano, stanche di sentirsi ripetere quanto fosse saggia ) e attendevano soltanto di vedere confermato il suo mutamento di condotta per rovesciarle addosso tutto il peso del loro disprezzo: avevano già pronto il fango da scagliarle al momento opportuno. Quanto ai più anziani e altolocati, non vedevano di buon occhio lo scandalo incombente".

E accettare di essere moralmente vittima per lei è stato ancor più difficile che diventarlo fisicamente.

Basta citare il passo in cui ostinatamente, in forma di sfida aperta, aveva deciso di recarsi a teatro, in fortissimo contrasto col parere di Vronskij, che al par di lei ne prevedeva le conseguenze, con la differenza che Anna, già minata nella sua capacità di decidere con lucidità, perchè troppo ha sofferto, troppi sono già stati i supplizi da sopportare, vuole verificare direttamente gli esiti e proprio nella fossa dei leoni: il bel mondo aristicratico riunito a teatro per divertirsi. Fino all'ultimo lei spera che la sua coerenza venga apprezzata. Ogni sforzo di Vronskij che tenta di metterla in guardia è risultato vano. Anna vuole imporsi all'attenzione di tutti quelli che la giudicano frettolosamente e superficialmente, come una donna che sa decidere del suo destino, capace di rompere le regole del mondo a cui appartiene e per un fine nobilissimo che è il vero amore e con tutta la coerenza morale di cui è capace, qualità umana, questa, che invece è disprezzata e pertanto genererà altro disprezzo, quello riservato alle donne ritenute perdute, non perchè abbiano derogato alla loro onestà, ma perchè non hanno saputo mantenere l'equilibrio tra matrimonio e tradimento, tra marito e amante, tra dovere e piacere. Assistiamo a un rovesciamento di valori, accettato da tutti, perchè per tutti quell'equilibrio, pur se immorale, non è però deplorevole, in quanto è la confort zone che risparmia ogni ludibrio, garantendo, invece, rispettabilità e quieto vivere. Anna osa modificare le regole e per questo viene punita. Nessuno in società la sostiene, perchè lei devia da una pratica inveterata di commistione di turpi consuetudini, irrefrenabili passioni e morbosi vizi. Anna non appartiene a quel mondo, è una creatura superiore a tanto squallore, perciò, dalla fossa dei leoni ne esce a pezzi. Quella sera non la salvano da una disfatta così cocente nè la sua mise elegantissima, nè la sua magnifica bellezza. Ha perso la sua sfida e anche in modo smaccato quanto plateale per tramite di madame Kartasova che la insulta a gran voce, lasciando il palco attiguo, costringendo il marito a seguirla. Si avvera così quanto Vronskij le aveva detto poco prima, cioè che di fatto con quella decisione avrebbe abdicato per sempre alla speranza di tornare a far parte dell'aristocrazia pietroburghese. Siamo alla quinta parte, al capitolo 32. Il processo di vittimizzazione di Anna è al suo acme e il meccanismo di contrapposizione "Anna diversa da tutti" è spinto fino al massimo perchè insieme queste trovate letterarie suscitino emozioni fortissime nel lettore, sollecitandolo a una sentita e profonda compassione per Anna che si avvia verso un ineluttabile baratro. Con quel gesto la Kartasova, nobildonna solo di rango ma non di sentimenti come tante altre sue simili, ha segnato un confine invalicabile oltre il quale la nostra protagonista non potrà più andare nè avanti, costruendosi una nuova rispettabilità sposando il suo amante, ancor meno indietro, tornando nell'alveo familiare. Entrambe le possibilità per quelle come lei sono precluse. Per lei solo l'abisso della solitudine di chi, pur se nel giusto, perde comunque e inesorabilmente; per lei l'isolamento da tutto e da tutti, quello che spetta a chi ha osato trasgredire.

Sembra che Tolstoj immagini la sequenza narrativa legata a questo episodio proprio per far rifulgere più che altrove e più che mai le bellezze di Anna, ma anche la bellezza della sua scrittura che si manifesta in questi due capitoli proprio nella loro costruzione bilanciata sapientemente tra descrizioni minuziose e vivide, e dialoghi di una naturalezza tale che in alcuni punti sembra proprio di sentirli, sembra proprio assistere di presenza a quanto sta accadendo. Si presta a esempio il passo in cui Anna ha deciso di andare a teatro a vedere e ascoltare la Patti, famosa cantante lirica:

"Come poteva pensare di presentarsi a teatro in un giorno d'abbonamento e con tutta l'alta società riunita? La guardò, serissimo, ma Anna gli rispose con un'occhiata di sfida e di allegria mista a sconforto che Vronskij non comprese. A pranzo, poi, si mostrò fin troppo allegra e arrivò persino a civettare con Tuškevič e Jašvin. Quando si alzarono da tavola e Tuškevič andò a informarsi per il palco a teatro, Jašvin chiese di fumare e Vronskij lo condusse nella sua stanza. Restò con lui qualche minuto, poi tornò di corsa da lei. Anna era già pronta, in un abito di seta chiara e velluto che si era fatta confezionare a Parigi: era molto scollato e aveva un bel pizzo bianco prezioso che le incorniciava il viso e metteva in risalto la sua radiosa bellezza.

-Davvero intendete andare a tatro? - le chiese, sforzandosi di non guardarla.

-Perchè me lo domandate con tanta apprensione? - ribattè Anna, ferita dagli occhi bassi di lui. - Ritenete forse che non debba?

Sembrava non aver colto il senso della domanda.

- Non c'è ragione per cui non dobbiate, figurarsi, - le rispose lui, cupo.

-E quel che dico anch'io, - ribattè Anna, che finse di non cogliere l'ironia del commento di lui e continuò a infilarsi i lunghi guanti profumati.

-Per l'amor di Dio, Anna, che avete? - esclamò Vornskij, cercando di riportarla alla realtà come un tempo aveva tentato di fare Karenin.

-Non capisco che cosa intendiate.

-Sapete bene di non poter andare.

-E perchè mai? Non sarò sola. Mi accompagna la principessa Varvara, che è giusto andata a cambiarsi.

Vronskij la guardò perplesso e sconfortato.

-Ma non capite che... -cominciò.

- Non capisco e non voglio capire! - gridò quasi Anna. -Nossignore. Mi pento forse della mia scelta? No e poi no! E la rifarei, se tornassi indietro. Per noi, per me e per voi, conta una cosa soltanto: che ci amiamo. Non c'è altro che importi. Perchè viviamo in stanze separate e quasi non ci vediamo? Perchè non posso andare a teatro? Io ti amo e del resto non mi curo, - disse in russo con uno strano guizzo negli occhi che Vronskij non comprese. - Sempre che i tuoi sentimenti non siano cambiati...Perchè non mi guardi, ora?

Vronskij la guardò. Era bellissima: bellissimo era il suo viso e bellissimo era quell'abito, che le era sempre stato a meraviglia. Ma proprio la sua bellezza, proprio la sua eleganza lo irritavano, in quel momento.

- I miei sentimenti non possono cambiare, e lo sapete. Ma vi prego, vi supplico, di non andare a teatro, - le rispose in francese. Tuttavia, se la sua voce la pregava, dolce, i suoi occhi la gelavano.

Anna non sentì le parole, ma vide il gelo negli occhi di Vronskij.

- E io vi prego di dirmi chiaro e tondo perchè non dovrei farlo, - gli rispose stizzita.

- Perchè potreste finire per... - ma si impuntò.

- Continuo a non capire. Jašvin n'est pas compromettant e la principessa Varvara non ha nulla da invidiare a nessuno. Eccola che arriva, piuttosto.

Giusto per inciso non si può non convenire che si tratti di un dialogo magnifico, come tanti altri sparsi lungo il pur ponderoso volume, che solo la magnifica penna di Tolstoj rende accattivante.

Qui sono ben espresse le posizioni dei due amanti, ben chiari i ruoli di un uomo e di una donna che andavano recitati in determinate occasioni, e ancor più chiaro è come Anna affronta Vronskij ambendo alla parità dei ruoli, parità che lei tenta di invocare in nome di quell'amore a cui si aggrappa con tutte le sue forze, perchè sinceramente è la ragione più importante della sua vita. Anna comprende attraverso la strettoia di un amore così impegnativo su tutti i fronti, che, se è vero amore, esso anela alla parità dei soggetti, sempre e comunque e in ogni situazione. Anche nell'alcova, come tra le righe si intuisce in alcuni passaggi precedenti e ancor più seguenti, quando esige che le attenzioni passionali di Vronskij siano tutte solo a suo appannaggio, tese all'appagamento dei suoi accesi desideri di donna. Quanto le è costato recepire gli insegnamenti di questo amore! E ancor più quanto le costa metterli in pratica. L'amore non può essere timore, sottomissione, soggezione, ma coraggio, emancipazione, libertà.

E questi due capitoli e questo passo in particolare sono cruciali nello svolgimento degli eventi, anzi nel precipitarsi degli eventi a cominciare da questi primi dissensi che via via aumenteranno, da ora in poi, tanto da scalfire giorno dopo giorno quel legame vissuto dai due con tanta unicità, se pur con sfumature diverse,.

Da qui in poi tutto si offusca, Anna comincia lentamente ad andare incontro a una sorta di accecamento che la allontanerà prima da se stessa, da quella Anna della "gaiezza imbrigliata", poi da Vronskij, da tutti gli altri, fino all'esaurimento di ogni energia vitale, a causa della gelosia che le corrode l'animo, a causa della diffidenza che la condanna a un isolamento doloroso, a causa dell'ubbia ricorrente che la sua vita sempre più assomigli a un naufragio.

Anna in poche parole perde sempre più la sua bellezza interiore, quella che lei alimentava con il desiderio di sentirsi sempre se stessa, di sentirsi in grado di dispensare amore rispetto a chi nella sua vita l'aveva sospinta a vivere profondamente la sua femminilità costituita di amore materno, amore per un uomo, amore per chi la apprezzava sinceramente.

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