Artemisia Gentileschi: dall’essere all’essere violato, dall’atto alla sublimazione
di Pippo Lombardo
Ascoltare un pianto rattenuto che proviene da un contorto budello di Napoli, da scuri fondali secenteschi, appena rischiarati da candele esauste, sparse un po’ ovunque e poi vederla – proprio lei, la bella Artemisia, affranta dal tempo – emergere dalla penombra di uno stanzone annerito, mentre racconta di Annella de Rosa, pittrice. Ascoltare la storia di Annella, uccisa dal marito, certo Agostino Beltrano, pittore anche lui, geloso del talento e del successo della moglie: si potrebbe, si dovrebbe; si rabbrividirebbe. La notizia si è scatenata per la città, fremendo di bocca in bocca. Artemisia è turbata come non mai; è scompigliata nei capelli rossi, come sempre; è accigliata: ricorda di sé.
Soffre. E il grido ancora una volta si fa colore.
Infatti ora tace. Ora nessuna parola. Il travaglio dell’animo e basta! Tribolazione che si tramuta già in immagine. Abile, subito Artemisia agita pennelli e colori che impregnano la tela ancora di un gesto femminile di affermazione della propria dignità, di difesa della propria dignità, di riscatto della propria dignità. Sarà la volta della dignità di Susanna o di Giuditta? O di Giaele? O ancora di Betsabea? O si tratterà, forse, della dignità di Ester? Forse stavolta sarà quella di Danae, di Cleopatra, oppure di Lucrezia, di Corisca? O piuttosto sarà quella di Annella, la povera Annella, che non è riuscita a sottrarsi al suo carnefice? Ma potrebbe trattarsi, forse, anche della sua dignità, quella di Artemisia, che posa davanti allo specchio per ritrarre un corpo femminile, il suo, quello però che nello specchio si riflette come altro, quello che sulla tela diventa altro, a seconda dei panni che la bella Artemisia veste: di raffinato broccato, o di serici veli, o anche di candidi lini che recintano un corpo disteso, pacato, indifeso; teso, contratto, rattorto; dormiente, penitente, impudente; trasgressivo, violento, ma sempre (freudianamente) violato; ma sempre femminile, e, pur se ferito, sempre in qualche modo seducente in obbedienza alla volontà dei potenti di turno: siano duchi, come quello di Guisa; siano granduchi come Cosimo II de’ Medici, siano principi come don Antonio Ruffo, o ancora siano re, di Spagna, di Francia, di Inghilterra…
Ma Artemisia, prima che per l’essere pittrice, è stata consegnata alla Storia per l’essere donna e bella, e troppo frettolosamente: dagli atti di un processo per stupro. E nel suo intimo invece ha sempre chiesto altro alla sua bellezza, alla sua sensibilità, alla sua bravura indiscutibilmente femminili: l’elaborazione di un messaggio che trapeli la coltre dell’indifferenza dei suoi committenti, degli uomini in genere – a cui lascia il godimento dell’involucro di carne, colpendo solo i loro sensi – per giungere alle donne che ruotano loro attorno, asservite: a lei, semplicemente donna, caparbiamente artista, prima che alle altre: semplicemente donne, fortunosamente duchesse, principesse, regine, o donne qualunque. A tutte spalanca il suo cuore per raggiungere i loro animi, dove riecheggi con forza quella storia. Ascoltare Artemisia che racconta la sua storia in un’aula di un tribunale secentesco, di una Roma papalina del 1611: si può, si deve; si rabbrividisce.
« Serrò (Agostino Tassi) la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne ».
Parole crude per una storia da dimenticare, ma che resiste invece a ogni pennellata, in ogni pennellata, da quel momento in poi, da quando Artemisia cominciò a dipingere stillando lacrime intrise di rossi scarlatti, ocre brune, gialli ambrati, bianchi perlacei, blu oltremarini, che luminescenti potessero squarciare il buio in cui era stata precipitata.
Ascoltare: è ancora un pianto rattenuto che proviene da un tempo lontano per una vendetta desiderata, per una vendetta mai consumata, per una vendetta miracolosamente sempre sublimata in immagini ineffabili, quelle che emanano da un essere, Artemisia, passando dalla strettoia di un essere violato, Artemisia ragazzina, per consegnarsi comunque, incorrotte, agli occhi di un meravigliato spettatore che ne possa cogliere sempre l’Arte e l’arte di travalicare la triste realtà corruttibile.



