
Per "Ciò che nel silenzio non tace", parto dalla fine del libro, da Rainer Maria Rilke, da un verso di una sua poesia, verso che qui diventa titolo, da cui si diramano le isotopie che ci guidano lungo un percorso narrativo ora storico ora di invenzione. Una linea sottile "che porterà l'autore a intrecciare in un tessuto narrativo che si manterrà predominante i fatti storici che gli serviranno da supporto". (Josè Saramago, 1995).
La Storia è quella della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza, di chi ha vissuto veramente quei giorni atroci, della Torino di quel tempo; l'altra storia è quella della giovane Aila, dell'anziana Teresa, di Gilberto, di Montevicino, luogo inventato, e non dico altro.
E le parole, la sintassi, l'impalcatura di fabula e intreccio reggono magistralmente il gioco raffinato delle tracimazioni del passato in un presente più vicino a noi. Senza sbandamenti, sempre in modo sorvegliato, ma non freddo, sapientemente pianificato, mai sciatto, così le pagine si contorcono di fronte alla brutalità, si distendono di fronte a un'umanità profonda, e orrore ed emozione rapiscono.
Le tetre mura del carcere Le Nuove di Torino (oggi museo), una suora che raggira il "bottom-up" tedesco, salvando un bambino (che nelle ultime pagine si svela nel suo essere realmente vissuto); Martina Merletti, giovane scrittrice di grande talento, che sa ravvivare il cuore del lettore con palpitazioni profonde di commozioni e ansie, questo il mix di una lettura che lascia un segno profondo.
Pippo Lombardo