La violenza culturale

Danilo Dolci, una rivoluzione nonviolenta

di Noele Di Nuzzo

Prima parte - Seconda parte

La violenza permea la vita di ognuno di noi. I media ci bombardano violentemente di immagini e colori, i nostri politici usano l’odio come mezzo per salire al potere alzando barriere tra uomini, il linguaggio che siamo soliti usare è intriso di rabbia. Tutto intorno a noi è fatto per confonderci per far sopire le nostre coscienze e allontanarci, con logica spietata, da ciò che sono le vere crisi, non solo economiche, ma soprattutto umanitarie ed ecologiche. Si iniziano guerre per evitarne altre, come se fosse giusto uccidere per evitare che si uccida.

Lo spreco di cibo è enorme, lo sfruttamento animale è contrassegnato da domande di mercato assurde; il pianeta Terra sta morendo e la politica non è intenzionata ad agire in merito, il disperato appello di Greta Thunberg è un grido che dovrebbe destare chi, in questo momento, ha in mano le redini del mondo.

La mia analisi parte dalla violenza culturale e si sofferma sui grandi esempi della nonviolenza italiana. I grandi esempi di Maria Montessori, fondatrice di un metodo che mirasse alla costruzione di una vera e propria educazione di pace, attraverso la quale il fanciullo educato alla nonviolenza una volta divenuto uomo si sarebbe inserito nel mondo, cambiandolo; di Adriano Olivetti, che con la sua fabbrica ha cercato di creare un mondo comunitario per e con i suoi dipendenti. Poi maggiore spazio sarà dedicato alla rappresentazione simbolica della nonviolenza: Danilo Dolci.

Quest’ultimo, in quel di Trappeto dal 1952, ha ridonato la coscienza attiva ad un gruppo di uomini, senza violarla mai né con le parole né con i fatti. Dal digiuno allo sciopero alla rovescia, passando per la radio dei “poveri cristi”, il Borgo di Dio e la diga sul fiume Jato, intendo dimostrare come attraverso l’azione attiva, corale e non violenta, le cose si possano cambiare. Sottolineerò l’amicizia epistolare che lega Danilo Dolci e Aldo Capitini, entrambi conosciuti anche con il nome di “Ghandi d’Italia”, accomunati da una filosofia attiva della nonviolenza. Due modi di lavorare totalmente differenti, ma accomunati dall’azione nonviolenta. Lì dove Capitini agiva con metodo e raziocinio, Danilo Dolci si lasciava trasportare spesso dal pathos del momento. Influenzandosi a vicenda dimostreranno con il loro operato che la nonviolenza non è utopia o chiacchiera, ma lotta vera e propria che, se condotta nel giusto modo, porta risultati strabilianti. Dal loro carteggio emergono nomi, come quello di Johan Galtung e l’italiano Giuliano Pontara, che in futuro saranno tra le colonne della nonviolenza nel mondo. Galtung in particolare ci dimostra come la violenza non è solo quella fisica, ma che, viscidamente si annida in noi nel quotidiano, definendola appunto culturale, poiché ormai la violenza è parte della nostra cultura e, in quanto tale, la tolleriamo, giustificandola.

Il 20 settembre 2019 ho avuto possibilità di incontrare Amico Dolci, figlio di Danilo, che da anni tenta di far conoscere e portare avanti l’operato del padre.

Attraverso un dialogo abbiamo cercato di raccogliere l’eredità dolciana e immaginare l’opinione Danilo Dolci oggi, mantenendo il suo essere apartitico.

Richiamerò alla memoria i nomi dei collaboratori di Dolci che non sempre vengono menzionati e se, nei rari casi in cui essi lo siano, non si raccontano le “gesta” e i ruoli fondamentali che hanno avuto nello sviluppo delle vicende dolciane; penso ad esempio a Franco Alasia, il più stretto collaboratore di Dolci, collega di digiuni e di lotte nonviolente, con un linguaggio meno forbito e più diretto, ma con a cuore il progetto di Danilo; Pino Lombardo, il maestro del Borgo, il più giovane di tutti, che a ventisette anni raccoglieva le speranze dei più piccoli insieme a Lorenzo Barbera, i cui appelli tentavano di destare le pigre coscienze dei “picciotti” di Trappeto, Partinico e Palermo; senza contare quelli di cui ci stiamo lentamente scordando.

L’attività nonviolenta non si risolve in mere parole e  la storia si cambia anche con la pace, mettendo se stessi in prima linea come soldati di pace. Aldo Capitini, Danilo Dolci, Franco Alasia e ancora tutti quei “maestri della liberazione” mossi da una necessità interiore hanno deciso di lavorare, anche se con metodi diversi, attivamente al progetto di un mondo nonviolento partendo dal bisogno di rendere anche l’ultimo dei poveri cristi protagonista della sua vita.

Il cambiamento è possibile.

Seconda parte

La violenza culturale

«Della nonviolenza si può dare una definizione molto semplice: essa è la scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri

umani».1

    1. La violenza culturale e i metodi per combatterla

L’educazione è impregnata di filosofia, laddove tende ad educare

qualcuno a qualcosa”, ed Aldo Capitini è sicuramente un filosofo educatore. La sua proposta pedagogica si basa sul concetto di nonviolenza, termine al quale intende fornire uno statuto organico, in positivo, superando la concezione di uno stato di “assenza di violenza”. L’intento del filosofo perugino è quello di «[…] fondare, anche filosoficamente, la nonviolenza sul piano dell’agire pratico e politico»2. Ma per farlo è necessario conoscere contro cosa si sta combattendo, ovvero ciò che si vuole sradicare dalla quotidianità.

Johan Galtung, nel libro Pace con mezzi pacifici, scrive della pace come «assenza di violenza strutturale» , sia come «realizzazione di tutte le potenzialità umane (economiche, sociali e ambientali)»3. La violenza diretta ha però radici in un’altra forma di violenza: la violenza culturale. Essa non va intesa come violenza diretta o strutturale tra gruppi di diversa cultura, ma come «[…] l’insieme di valori, credenze, atteggiamenti condivisi che sostiene e giustifica la

1 A. CAPITINI, La nonviolenza oggi. Edizioni di Comunità, Milano 1984 p . 29.

2 P. PUGLIESE, introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini. Elementi per la liberazione dalla violenza, goWare, Firenze 2018, p. 62.

3 J. GALTUNG, Pace con mezzi pacifici, tr. it. M. Zanda, Esperia, Milano 2000 p. 23.

violenza diretta tanto da legittimarla e da renderla, all’estremo, addirittura indistinguibile dalla normalità»4. Galtung la definisce come «[…] la violenza più profonda, più difficile da sradicare, più persistente nel tempo»5 , questa è sempre simbolica e la ritroviamo nei campi più disparati, dalla religione fino all’educazione. La sua funzione è piuttosto semplice: legittimare la violenza diretta e quella strutturale6.

Per contrastarla occorre uno sforzo di volontà:

La nonviolenza è lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti e le abitudini altrui e proprio, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza7.

Tra un atteggiamento pacifista e un atteggiamento nonviolento vi è differenza. Il pacifismo è un atteggiamento rivolto alla negazione della guerra e dell’uso delle armi, precisamente quella: «dottrina, o tendenza, che rifiuta e condanna il ricorso alla guerra e a ogni tipo di scontro armato o di aggressione come mezzi per risolvere le controversie internazionali»8; la nonviolenza, invece, si completa con una metodologia d’azione che le conferisce un aspetto pratico unico e implica il rifiuto di rispondere con la risposta violenta alla violenza:

la nonviolenza non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, li tutto intatto. La nonviolenza è guerra anch’essa, o per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie,

4 E. BUCCOLIERO, F. MAGGI, Bullismo, bullismi: le prepotenze in adolescenza dall’analisi dei casi agli strumenti d’intervento, Franco Angeli, Milano, 2005 p. 36.

5 ibidem.

6 Cfr. E. BUCCOLIERO, F. MAGGI, Bullismo, bullismi: le prepotenze in adolescenza dall’analisi dei casi agli strumenti d’intervento, Franco Angeli, Milano, 2005 p. 38.

7 A. CAPITINI, Teoria della nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1980 p. 6.

8 Pacifismo in vocabolario Treccani online, http://www.treccani.it/vocabolario/pacifismo/, 09-09-2019.

contro il proprio animao e il subcosciente, contro i propri sogni, che, sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata9.

Una violenza culturale costantemente giustificata è quella contro il pianeta Terra stesso. La violenza perpetuata sull’ambiente da ormai quasi un secolo ha portato sostanziali cambiamenti nella qualità dell’aria nelle città. «Circa il 90% degli abitanti delle città è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute»10.

Il direttore esecutivo dell’AEA (Agenzia Europea dell’Ambiente) commenta così la situazione attuale per ciò che riguarda l’inquinamento atmosferico:

l’inquinamento atmosferico sta danneggiando la salute umana e gli ecosistemi. Larghe fasce della popolazione non vivono in un ambiente sano, in base alle norme attuali. Per imboccare un cammino sostenibile, l’Europa dovrà essere ambiziosa e andare oltre la legislazione attuale11.

In una situazione del genere fa riflettere come ancora gli Stati Uniti d’America siano rimasti l’unico paese al mondo a non aderire all’accordo di Parigi12. Se durante la presidenza Obama gli Stati Uniti avevano firmato “Cop 21”, un accordo sulla riduzione delle emissioni inquinanti, nel giugno del 2017 Donald Trump ha affermato di non voler rispettarne il contenuto. Già in campagna elettorale il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti propugnava l’accordo di Parigi dicendo che tale accordo, definito

9 A. CAPITINI, Il problema religioso attuale, Guonda, Milano 1948, p. 31.

10 AA. VV. Indice Europeo della Qualità dell’Aria: informazioni aggiornate sulla qualità dell’aria a portata di mano, https://www.eea.europa.eu/it/themes/air/intro, 2017, 23-08-2019.

11 H. BRUYNINCKX, Rapporto 2017 sulla qualità dell’aria in Europa, https://www.eea.europa.eu/highlights/

improving-air-quality-in-european#_blank, 2017, 23-08-2019.

12 Cfr. AA.VV., Gli stati uniti sono rimasti l’unico paese al mondo a non aderire all’accordo di Parigi, https:// www.ilpost.it/2017/11/07/gli-stati-uniti-siria-clima-parigi/, 2017, 20-08-2019.

ingiusto”, avrebbe danneggiato l’economia degli Stati Uniti. L’accordo impegna tutti i contraenti a impedire che la temperatura globale si alzi più di 2° centigradi sopra il livello raggiunto nell’era pre-industriale, una soglia ritenuta dai climatologi potenzialmente irreversibile; inoltre i contratti si impegnano a ridurre le emissioni di gas serra e, dopo il 2050, a produrne una quantità tale da poter essere assorbita in maniera naturale. Infine è previsto il versamento di cento miliardi di dollari ogni anno ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a investire in tecnologie meno inquinanti.

Nel dicembre 2018 durante la Cop 24 di Katowice, in Polonia, la quindicenne Greta Thunberg , ha avuto la possibilità di dire la sua.

«Ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginare cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente».13

    1. Capitini, il Ghandi italiano

Se l’azione nonviolenta è corale, sradicare la violenza culturale insita dentro ognuno di noi sarà possibile.

Capitini riprende le parole dell’amico Calvino in chiusura de “Le città invisibili”:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e

13 G. THUNBERG, COP24 conferenza delle nazioni unite sul clima, KATOWICE, 2018.

apprendimento continui; cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio14.

Attenzione e apprendimento continui oggi sono necessari, si deve incominciare non solo dai contesti scolastici, ma anche da tutti gli altri contesti che ci ritroviamo a frequentare e che dovremmo sempre cercare di rendere «spazi non violenti, ragionanti e non menzogneri»15. Ciò è possibile mettendo in atto e praticando tecniche appropriate, costanza e grande determinazione. La prima realizzazione di questi spazi si ebbe quando Capitini tentò nel 1944 un esperimento di democrazia diretta e di decentralizzazione del potere, fondando a Perugia, il primo Centro di Orientamento Sociale (COS), un ambiente progettuale e uno spazio politico aperto alla libera partecipazione dei cittadini. L’obiettivo delle riunioni del COS era quello di rendere “tutti amministratori e tutti controllati”. Dietro ogni progetto di Capitini vi è una raffinata e complessa ricerca filosofica che non si ferma alla teoria, ma si fa prassi. Si fa prassi nei COS, nel primo movimento per la pace capace di proporre una propria agenda di disarmo militare, culturale e politico, a pochi mesi dalla costruzione del muro di Berlino; nella critica al potere promuovendo il superamento della democrazia nell’omnicrazia. «Capitini ci appare sempre più attuale, mentre nel nostro Paese ci appare -a suo paragone- ancora del tutto inattuale»16. L’omnicrazia non è una dimensione astratta e ideale, ma è il perfezionamento della democrazia parlamentare, la quale ancora non è esente dall’elogio della prassi violenta, che per

14 I. CALVINO, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972, p. 60.

15 A. CAPITINI, L’atto di educare, La Nuova Italia, Firenze 2010, p. 30.

16 P. PUGLIESE, introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini. Elementi per la liberazione dalla violenza, cit., p. 40.

Capitini va superata totalmente; a riguardo il filosofo perugino scrive:

Lo sviluppo della democrazia, in quanto cerca di allargare il potere al maggior numero possibile di individui, superando le difficoltà conseguenti alle diversità di razza, di classe sociale, di ricchezza, di cultura, tende al potere di tutti, ma non lo raggiunge effettivamente. La democrazia attuale attribuisce alla maggioranza un potere che qualche volta è eccessivo rispetto ai diritti delle minoranze; fa guerre di Stato contro Stato; conferisce alle polizie il potere di torturare (come avviene in tutti i Paesi) e molte volte un soverchio intervento nell'ordine pubblico; non è sufficientemente aperta a ciò che potranno dare o vorranno essere i giovanissimi e i posteri; preferisce strumenti coercitivi e repressivi a strumenti persuasivi ed educativi; si lascia sopraffare dalle burocrazie trascurando il servizio al pubblico anonimo; concentra il potere preferendo l'efficienza al controllo, e finisce col non considerare sufficientemente i mezzi e le loro conseguenze, pur di raggiungere un fine17.

Guardando il panorama mondiale degli ultimi trent’anni riecheggia con forza il concetto di “guerra preventiva”, spesso attuata per salvaguardare quei valori di democrazia e libertà, anch’essi ingabbiati nella logica illogica della violenza, dove si parla di “violenza legittima” quando ciò che si compie è una “violenza illegittima” a tutti gli effetti.

La teoria della omnicrazia capitiniana, in quanto proseguimento e miglioramento ideale della democrazia rappresentativa, cerca di attuare tutte le condizioni possibili non solo per rinunciare alla violenza aggressiva, ma per rinunciare al potere mediante la violenza.

A prendere parte alla lotta contro la violenza devono esserci tutti, la violenza deve vedere davanti a sé un esercito che va al di sopra delle differenze intellettuali, culturali, economiche, sociali, fisiche, di collocazione geografica, di razza, di religione. L’arma principale

17 A. CAPITINI, N. BOBBIO, Lettere 1937-1968, Epistolario di Aldo Capitini, a cura di P. Polito, Carocci, Roma 2012, p. VI.

di questo esercito sarà il dialogo con l’altro, lo scambio dei punti di vista, il dibattere creando la vera tolleranza. Non si mira al semplice convivere, ma alla compresenza e alla condivisione progressiva del potere sociale.

Come osservava Norberto Bobbio: la forza della proposta capitiniana sta nella sua «continua messa in questione»18 del mondo al fine di mutarlo, anche quando paiono chiudersi via via gli spiragli per un’azione critica e di sovvertimento.

La nonviolenza capitiniana- scrive Pasquale Pugliese- non si oppone come il pacifismo solo alla guerra, che è l’effetto ultimo della violenza, ma va alla ricerca delle sue cause profonde, cioè gli schemi che costringono l’umanità nella necessità di produrre ancora guerre e violenze19.

    1. Milani, Montessori, Olivetti: soldati di pace

Bisogna educare alla nonviolenza in un mondo che insegna a primeggiare sugli altri, a sottrarre con ogni mezzo e con fredda lucidità quello che Emmanuel Lèvinas chiamava “il posto al sole dell’altro”. L’educazione alla pace e la pratica della non violenza costituiscono una sfida per le scuole; le nuove generazioni vanno plasmate sul valore del riconoscersi nell’altro, scrive Edgar Morin:

«Nell’era planetaria un’avventura accomuna gli uomini ovunque siano»20, e continua dicendo

L’educazione del futuro dovrà essere un insegnamento primario e universale relativo alla condizione umana. […] Questi [gli uomini e le donne del nostro tempo] devono

18 ivi, p. V.

19P. PUGLIESE, introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini. Elementi per la liberazione dalla violenza, cit., p. 45.

20 E. MORIN, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, tr. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina Editore MINIMA, Milano 2001 p. 67.

riconoscersi nella loro umanità comune e allo stesso tempo riconoscere la diversità culturale inerente a tutto ciò che è umano21.

Non è forse nel momento in cui riconosciamo l’altro uguale a noi che smettiamo di provare il desiderio di sovrastarlo? Desiderio come già visto incarnato e radicato nella violenza culturale.

Un primo esempio di scuola basata sulla presa di coscienza di ciò che avviene intorno fu quello della scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani. Per quanto sicuramente non esente da contraddizioni, la scuola di Don Milani formava uomini che conoscevano gli orrori che avvenivano quotidianamente nel mondo. Nella lettera ai giudici che avrebbero dovuto dovuto processarlo il 30 Ottobre 1965, Don Milani, gravemente malato, scrisse:

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto22.

Nella conferenza “Peace and Education” che Maria Montessori tenne a Ginevra nel 1932, ella sottolineò come

L’atto educativo è per sua profonda natura un atto pacifico e solo nella pace può esprimere i più alti frutti di intelligenza, socialità, amore. L’educazione è l’arma della

pace e la pace è la condizione della buona educazione23.

Il fanciullo educato alla pace è in grado di superare facilmente le barriere sociali, politiche, etniche, culturali, linguistiche, religiose

21 ivi, p. 69.

22 L. MILANI, L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di Don Milani, a cura di C. Galeotti, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1965, p. 34.

23 M. MONTESSORI, Peace and education, International Bureau of Education, Ginevra 1932

che lo separano dagli altri, in questo modo sarà possibile instaurare un rapporto costruttivo tra le diversità che compongono il mondo per ottenere infine un’unità di ideali che trascende ogni differenza.

L’educazione diventa così un mezzo di resistenza attiva contro la violenza e l’educatore svolge un ruolo fondamentale nell’educazione del bambino, che:

[…] non è debole e povero; il bambino è il padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esitazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità24.

Maria Montessori parlò di un’educazione nuova, che porti alla creazione di un uomo nuovo. L’adulto non deve plasmare il bambino «come se fosse cera molle»25, ma deve far in modo, sin dalla nascita, che emerga il “maestro interiore” che è nel fanciullo, solo così quest’ultimo avrà la possibilità di sviluppare tutto il suo potenziale e, quindi di divenire un adulto libero capace di autodeterminarsi, autonomo e in pacifica armonia con gli altri.

La filosofia deve accompagnare necessariamente l’attività educativa e domandarsi costantemente com’è possibile che l’uomo abbia potuto progettare scientificamente tragedie come Auschwitz, Hiroshima, l’arcipelago Gulag. Lo scandalo di questa violenza tra uomini mette in moto il pensiero filosofico. Jean-Marie Muller nel suo libro Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace afferma che: «Il dibattito sulla non violenza — in tutte le sue dimensioni etica, culturale, strategica e politica — può aprirsi solo con una

24 AA. VV., Carta nazionale del Nido Montessori, ONM, Roma 2003 p. 1.

25 M. MONTESSORI, Peace and education, international Bureau of Education, Ginevra, 1932

disputa filosofica che permetta di confutare a fondo l’ideologia che considera la violenza necessaria, legittima e onorevole»26. Per Muller la filosofia comincia con la presa di coscienza della violenza come ostacolo alla riconciliazione dell’uomo con se stesso e con l’altro. «Se la violenza è fatale, se l’uomo deve necessariamente farsi complice della violenza, allora la speranza non è possibile»27. In questo senso la nonviolenza ci permette di affermare che la speranza è possibile. Essa ci libera dalla fatalità della violenza. Ciò non è collegato ad una filosofia particolare, ma all‘atto stesso di filosofare. Ogni filosofia non può non riconoscere la violenza come contraddizione, per cui non è possibile avanzare alcuna giustificazione della violenza.

Se la Montessori si occupò di rendere il fanciullo un uomo nuovo, in Italia un enorme contributo all’educazione di uomini già formati fu dato dall’impegno della fabbrica Olivetti.

Adriano Olivetti, durante il secondo dopoguerra, fu una di quelle voci che realizzarono progetti educativi di tipo comunitario in forte anticipo rispetto ai tempi. Egli, con la sua «fabbrica dal volto umano»28, fu l’ideatore di una “democrazia senza partiti politici”, questa, costruita dal basso, pone al proprio centro la crescita integrale della persona.

La fabbrica di Olivetti doveva avere il volto umano perché in questo modo l’operaio avrebbe riconosciuto qualcosa di familiare e non un luogo avulso dalla sua casa. L’intento di Olivetti era quello

26 J.M. MULLER, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, tr.it. di E. Peryetti, Plus editore, Pisa 2004, p. 26.

27 ivi, p. 27.

28 M. TOMARCHIO, S. ULIVIERI, Pedagogia militante. Diritti, culture, territori, Edizioni ETS, Pisa 2015, p. 787.

di avviare un processo di internazionalizzazione che non riguardasse solo l’economia, ma anche, e in primo luogo, la cultura italiana. Egli incoraggiò la traduzione e la diffusione di opere straniere fino ad allora sconosciute. Al fondo di questa operazione culturale vi era il “progetto comunitario”: un programma di vasta portata finalizzato alla costruzione di una democrazia che coinvolgesse tutti i cittadini italiani nella rinascita dello Stato italiano.

Si tratta di un’utopia pedagogica, la cui parola chiave era il concetto di comunità intesa come luogo di sviluppo interiore dell’uomo e come luogo di educazione ad una democrazia consapevole e responsabile. Ferrarotti ci ricorda che

alla domanda degli ingegneri: «ma perché non addestrare gli operai mentre lavorano, realizzando così notevoli risparmi?», la risposta di Olivetti […] era sempre la stessa:

«gli animali si addestrano. Le persone si educano»29.

Nelle fabbriche di Ivrea e di Pozzuoli — inaugurata nel 1955 — si attuava una pedagogia comunitaria che si attuava attraverso una serie di “buone pratiche” pensate come rete di supporto per i dipendenti in ogni area della loro vita. L’ambiente di lavoro da disumanizzante e alienante era stato reso un mezzo di rinascita della persona e del territorio. A ben vedere, si tratta di una «micro- comunità empatica»30, di uno «spazio in cui una persona può vivere effettivamente la propria vita relazionale»31, luogo di elevazione

29 F. FERRAROTI, La concreta utopia di Adriano Olivetti, EDB, Bologna 2013, p. 27.

30 A. BELLINGRERI, La cura dell’anima, Profili di una pedagogia del sé, Vita e Pensiero di Adriano Olivetti, Milano 2010, p. 40.

31 E. RENZI, Comunità concreta. Le opere e il pensiero di Adriano Olivetti, Guida, Napoli 2008, p. 48.

spirituale in tutti operai e dirigenti, i quali erano considerati espressione del divino.

Per Olivetti la persona veniva prima di ogni altra cosa, egli riconosceva il valore della persona in sé, citando il suo stretto collaboratore Massimo Fichera, quella di Ivrea era in primo luogo

«fabbrica di bene»32.

Secondo Olivetti « […] solo un nuovo tipo di democrazia, quello della comunità concreta, potrà realizzare l’ideale dei giusti, degli umili, degli innocenti, dei mansueti»33, poiché solo la comunità rende possibile “il trionfo della persona” e la conciliazione tra mondo materiale e spirituale.

La persona nasce da una vocazione, dalla consapevolezza cioè del compito che ogni uomo ha nella società terrena, e che come tale essa si traduce in un arricchimento dei valori morali dell’individuo. In virtù di ciò, la Persona ha profondo il senso, e quindi il rispetto, sostanzialmente e intimamente cristiani, della dignità altrui, sente profondamente i legami che l’uniscono alla Comunità cui appartiene, ha vivissima la coscienza di un dovere sociale; essa in sostanza possiede un principio interiore spirituale che crea e sostiene la sua vocazione indirizzandola verso un fine superiore34

    1. Un esercito cosciente

Ritornando al concetto di violenza culturale, intendiamo cultura con la definizione che ne ha dato Marcel Mauss:«[…] l’insieme delle forme acquisite dal comportamento nelle società umane».35

32 A. OLIVETTI, Le fabbriche di bene, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2011, p. 37.

33 A. OLIVETTI, Il cammino della comunità, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2013, p. 57.

34 A. OLIVETTI, L’ordine politico delle comunità, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea 2014, p. 42.

35 M. MAUSS, Teoria generale della magia e altri saggi, tr. it. di F. Zannino, Einaudi, Torino 1965, p. 9.

Gli individui, sotto l’influenza sociale, orientano il loro comportamento privilegiando la violenza come mezzo per difendere la loro comunità di fronte alle minacce che gravano su di essa. La cultura di massa onora la violenza inculcando negli individui l’idea che essa è la virtù della persona forte, della persona coraggiosa, della persona d’onore che si assume il rischio di morire per difendere i valori che danno senso alla sua vita e alla sua società. Affinché ciò avvenga, però, gli individui devono costantemente giustificare la brutalità. Ciò è possibile tramite l’ideologia della violenza, la cui funzione è quella di costruire una rappresentazione di essa che eviti di vedere ciò che ha di irrazionale ed inaccettabile e a farne prevalere una rappresentazione che la valorizzi positivamente. La brutalità viene così banalizzata e banalizzando il male lo si rende più facile da reiterare.

Scrive Lévinas che «la morale non appartiene alla cultura: essa permette di giudicarla»36. Per giudicare la cultura che permea il nostro vivere dobbiamo slegarci da tutti quesi pregiudizi inculcatici, e squarciato questo velo di Maya rinnoveremo il nostro sguardo sul mondo.

Non è una lotta che va combattuta necessariamente da soli. Il nostro mezzo per reclutare “compagni d’arme” sarà il dialogo. Il filosofo Martin Buber vede come essenza dell’essere umano la concezione dialogica. Buber distingue infatti due dimensioni della sfera relazionale: quella dell’esso e quella del tu; la prima appartiene all’esperienza, al mondo dell’oggetto, delle scienze; la seconda appartiene all’infinita vita dello spirito: «il mondo come esperienza appartiene alla parola-base Io-Esso. La parola-base Io-Tu produca il

36 E. LEVINAS, Il tempo e l’altro, tr. it. di F. P. Ciglia, Il Nuovo Melangolo, Genova 2005, p. 24.

mondo della relazione»37.

Attraverso l’autentico dialogo, reso possibile da una terra di mezzo tra io e tu, l’individuo diventa persona. Nel continuo incontro — e anche scontro — con l’altro si cresce. Non si può non pensare all’importanza del dialogo nella filosofia classica, fra tutti l’esempio di Socrate spicca.

Buber sa che: «senza esso l’uomo non può vivere; ma non è uomo chi se n’accontenta»38. Siamo tutti chiamati a riconoscere l’altro e a instaurare un dialogo, l’esercito della nonviolenza deve essere in continuo dialogo con gli uomini e con il mondo.

In un mondo dove il monologo — che condurrà sempre al ripiegamento in se stessi — è la forma di discorso preferita, il dialogo è l’unico mezzo attraverso il quale può partire un’azione concreta nonviolenta.

Senza dialogo non c’è confronto, e un’azione compiuta senza essersi confrontati con gli altri è mossa solo da interessi personali ed è quindi violenta.

Quell’Io-Tu deve diventare un Noi e lo deve diventare per un futuro migliore, fatto di confronti, in cui neanche il più povero dei cristi viene escluso. Vanno messe da parte tutte quelle cose che, in particolare televisione e social network, ci fanno apparire come necessario, come ad esempio l’assennata corsa alla perfezione estetica o l’acquisto di costosi prodotti inutili. Chi può permettersi queste cose vive un finto stato di felicità, ma chi non può vive nella frustrazione e da qui s’inizieranno ad insidiare sentimenti negativi come l’invidia e l’odio. La gente muore ancora di fame, gli stessi problemi di cinquanta anni fa persistono ancora oggi. E le persone

37 M. BUBER, Confessioni estatiche, tr. it. di C. Romano, Biblioteca Adelphi, Milano, 1987, p.12.

38 M. BUBER, Il principio dialogico, tr. it. di A. M. Pastore, Edizioni di Comunità, Milano 1959, p. 58.

cosa fanno? Si scannano per il posto al sole, quando se solamente compissimo il passo oltre noi stessi — ritrovandoci — potremmo davvero vedere che di posti al sole ce n’è per tutti, ma siamo influenzati nel vederne solo uno e minuscolo. Il Tu che incontro nella relazione è, al pari dell’Io, unico e irripetibile. Quest’incontro è un dono.

Ma come possiamo realmente vederlo come un dono? Per filosofo Emmanuel Lévinas il pensiero occidentale è egologia, primato e prevaricazione del medesimo nei confronti dell’altro, quindi annullamento di ogni differenza nell’universalità dell’essere. Dal 1935, anno in cui scrisse il saggio l’Evasione, Lévinas si chiederò se è possibile intraprendere una nuova strada rispetto a quella dell’essere. Ciò su cui egli basa la sua etica è il faccia a faccia con l’altro. Se in un primo momento siamo mossi dall’istinto radicato in noi di prevaricare sull’altro con ogni mezzo, è quando vediamo il volto dell’altro che siamo chiamati a prendercene cura.

Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui io contemplo ancora soltanto dei dati; ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto, sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia39.

Il volto dell’altro è il grido d’aiuto che ci comanda di “non uccidere”, l’altro si mostra a noi nel suo essere più debole, nella sua nudità, senza tutte quelle maschere che il volto è costretto ad indossare per non essere preda.

«L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il potere del mio potere. […] Il volto

39 E. LÉVINAS, Dio, la morte e il tempo, tr. it. du S. Petrosino, M. Odorici, Jaca Book, Milano 1996, p. 26.

mi parla e così mi invita ad una relazione»40. Ma il volto dell’altro non è anche il mio volto, l’altro non sono io? L’altro va rispettato come io vorrei si rispettasse me stesso, non devo uccidere l’altro poiché io non voglio morire; il mio volto chiede la stessa pietà che chiede l’altro. Vedere il volto dell’altro mi dà la responsabilità inalienabile di prendermi la responsabilità dell’altro.

Lévinas introduce inoltre il concetto di terzo che definisce come

«un altro rispetto al prossimo, ma anche un altro prossimo»41. Quindi non ci si dovrà fermare al rispettare il “singolo altro”, ma, in questo costante vedere Altri, il soggetto avrà il dovere di non usare la violenza nei confronti di nessun altro e mediare tra le figure.

Amico di Martin Buber, e promotore della pace in Italia è Giorgio La Pira. La Pira continua ad essere tutt’oggi una figura attuale, avendo promosso anzitempo un incontro tra popoli nel Mediterraneo. Da studioso di diritto romano La Pira ritiene che la storia ci permette di scavare e raggiungere le radici degli eventi ed è proprio all’origine che scopriamo una società affratellata, un’etica della fraternità, per la quale siamo tutti fratelli che sono distinti gli uni dagli altri, ma sono legati dal medesimo rapporto di figliolanza con il Padre. Lì dove per padre s’intende il Dio cristiano. Qui la teologia della storia diventa teologia della pace.

In La Pira è forte la percezione che il mondo è avviato verso un futuro di pace e di giustizia. A dispetto di tutte le apparenze e resistenze contrarie, l’umanità è entrata in una fase storica nuova, in cui sperimenta in modo sempre più chiaro di essere una sola famiglia. In un discorso del 1963 La Pira disse così:

40 E. LÉVINAS, Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità, tr. it. di A. Lingis, Jaca Book, Milano 1980, p. 33.

41 E. LÉVINAS, Scoprire l’esistenza con Husserl e Heidegger, tr. it. di F. Sossi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, p. 128.

«noi siamo consapevoli […] della radicale novità sempre più crescente della storia del mondo. La luce nell’azione è elementare e così vera! É la tesi, tanto semplice e tanto vera, dell’unità — a tutti i livelli, ricca di articolazioni — della famiglia umana. Un Padre celeste comune, una terra comune, una destinazione temporale ed eterna comune».42

L’utopia di La Pira consisteva nel trasformare il Mediterraneo nel grande lago di Tiberiade, luogo dove Gesù scelse i suoi discepoli tra i pescatori. Rendere il mar Mediterraneo un lago significa avvicinarci tutti, unendoci. Ma perché proprio La Pira negli anni sessanta vede il Mediterraneo così importante per la pace? Sul mare nostrum si affacciavano i popoli usciti o uscenti dai vincoli coloniali, e conseguentemente era il mare in cui insistevano importanti ristrutturazione geopolitiche, nonché lo Stato d’Israele.

Una caratteristica della strategia lapiriana è la “diplomazia disarmata”, fondata su due elementi: il valore delle città e la lettura che La Pira diede dei principi della coesistenza pacifica di Bandung43, associati alla dottrina della nonviolenza gandhiana.44

La nonviolenza è possibile attraverso il concetto gandhiano di Satyagtaha inteso come: “tenersi alla verità”, “forza della verità”. Capitini alla “verità” attribuisce un significato fondamentale. Essa è il valore in sé, il bene in sé e allo stesso tempo la legge, cioè che è giusto, tenendo così a contrastare due pregiudizi sulla non violenza.

42 C. M. MARTINI, Commemorazione di Giorgio La Pira. Discorso tenuto alla Camera dei deputati il 25 febbraio 2004, in occasione del centenario della nascita di Giorgio La Pira, in Aggiornamenti Sociali 4 aprile 2004.

43 I cinque principi di Bandung sono: il rispetto reciproco dell’integrità territoriale e sovranità: reciproca non- aggressione; reciproca non-interferenza negli affari interni; uguaglianza e beneficio reciproco; coesistenza pacifica.

44 Cfr. G. LA PIRA, Il sentiero di Isaia. Scritti e discorsi: 1965-1977, Paoline, Milano, 2004, pp. 173,197.

Il primo che la vede come inerzia e inefficienza, mentre:

L’azione diretta nonviolenta è proprio un intervento diretto, con una condotta di contrasto, senza violenza. Di fronte alla lotta di liberazione nonviolenta del popolo indiano, in gran parte analfabeta, Capitini si chiede se c’è qualcuno ancora che possa

dire che la nonviolenza è “passiva” o “individuale”, o che “non è adatta alle masse45.

Cosa fa chi crede nella nonviolenza? «L’amico della nonviolenza»46 non accetta le oppressioni, gli sfruttamenti, le potenze prepotenti esistenti e compie un grande lavoro di “risveglio” , ossia di formazione delle coscienze, di “coscientizzazione”

Il secondo pregiudizio che Capitini intende contrastare è quello che considera la nonviolenza come una pratica di singoli individui isolati, mentre essa è un metodo di lotta anzitutto collettivo:

La nonviolenza non è cosa che riguarda soltanto i giusti e le situazioni degli individui; anzi essa allaccia e unisce la gente, affratella moltitudini, e bisogna vederla proprio in questa sua virtù, senza logorarsi troppo nella minuta casistica come se tutto stesse nel rendere o non rendere uno schiaffo, nel liberarsi dal potere di un assassino ecc. C’è ben altro: c’è la grande prassi dell’unire masse con il metodo della nonviolenza, portarle ad essere una forza47.

L’individuo nonviolento deve tendere sempre instancabilmente alla ricerca dell’altro creando modi di informazione, di controllo e di intervento.

45 A. CAPITINI, W. BINNI, Lettere 1931-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 1", a cura di L. Binni e L. Giuliani, Carocci, Roma 2008, p. 23.

46 A. CAPITINI, N. BOBBIO Lettere 1937-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 5" ,cit., p. 49.

47 ibidem.

Tutto ciò non deve essere ritenuto in alcun modo utopistico. A tal proposito non possiamo esimerci dal citare Herbert Marcuse e la sua opera la fine dell’utopia. Gli elementi per una trasformazione radicale della società, per il grande salto di qualità dalla preistoria alla storia erano già interamente dati, nello sviluppo delle forze produttive così come nelle «qualità erotico-estetiche»48, naturali e storiche ad un tempo, dei soggetti. Questo significa appunto la «fine dell’utopia»49: non la rinuncia a immaginare la radicale trasformazione dei rapporti sociali, non la resa di fronte all’esperienza dei fallimenti, ma la consapevolezza che le condizioni per eliminare miseria e repressione, per la resa dei conti tra il principio di prestazione [Leistugsprinzip] e il principio del piacere [Lustprinzip], erano ormai maturate.

L’utopia cessava dunque di essere tale in quanto potenzialità

concretamente e pienamente inscritta nella costellazione del presente.

La realizzazione di un mondo nonviolento non va quindi assolutamente inteso come un utopia non realizzabile. Quante persone si fermano al guardare l’utopia come impossibile, non andando oltre, fermandosi a quel possibile che viene propinato. Il potenziale della rivoluzione nonviolenta è immenso.

La nonviolenza assume le caratteristiche di una rivoluzione permanente che «impegna tute le energie e tutti i sogni»50, in una prospettiva nella quale «non si può accettare che le cose valgano

48 H. MARCUSE, La fine dell’utopia, tr. it. di S. Vertone, Laterza, Bari 1968, p. 11.

49 ibidem.

50 A. CAPITINI, L’atto di educare, cit., p. 95.

più delle persone»51. Di fronte ad una società ingiusta è richiesto il coraggio di fare la rivoluzione:

Più volte fino ad oggi sono state fatte “rivoluzioni” […]. Noi non abbiamo paura di questa parola, anzi ci diciamo senz’altro “rivoluzionari”, proprio perché non possiamo accettare che la società e la realtà restino come sono, con il male, che è anche sociale, ed è l’oppressione, lo sfruttamento, la frode, la violenza, la cattiva amministrazione, le leggi ingiuste. Rivoluzione vuol dire cambiamento di tute queste cose.52

Il termine “coscientizzazione” durante quegli anni non era usato solo da Capitini. In Brasile, Paulo Freire ne stava dando un significato nuovo:

L’espressione coscientizzazione esplica un processo educativo che ha come obiettivo fondamentale quello di ridare la parola a tutte quelle persone oppresse e deboli all’interno delle società, per renderli consapevoli della loro situazione sociale e per permettere loro di evolversi dalla situazione di disagio attraverso l’utilizzo della parola e del pensiero critico. Il concetto di coscientizzazione è complementare a quello di alfabetizzazione e si esplica in un’educazione particolare detta “problematizzante”53.

Per Freire l’intervento educativo non deve essere solo un semplice fatto tecnico che mira all’alfabetizzazione, ma deve essere un processo che agisce in profondità, portando i soggetti deboli ad innalzarsi dal loro stato di disagio in una sorta di riscatto sociale. La

51 A. CAPITINI, D. DOLCI, Lettere 1952-1968, "Epistolario di Aldo Capitini, 2" a cura di G. Barone e S. Mazzi, Carocci, Roma 2005 p. 6.

52 ivi, p. 9.

53G.CHIOSSO, I significati dell’educazione. Teorie pedagogiche e della formazione contemporanee, Mondadori, Milano 2009, p. 74.

parola è ciò che consente ai soggetti di sentirsi ed essere veramente liberi, segno di conquista della piena autonomia e coscienza e della contrapposizione tra società aperte e oppressive. Il processo di coscientizzazione prevede l’utilizzo e la comprensione di parole generatrici dense di significati non solo grammaticali, ma anche e soprattutto etico-politici.

Freire afferma:

È la coscientizzazione che rende possibile l’inserimento dell’individuo, come soggetto, nel processo storico, evita i fanatismi e inserisce ogni uomo nella ricerca della sua identità54.

Paulo Freire ha compreso che è violenza alfabetizzare delle persone analfabete, se non lo si fa partendo dalla loro cultura e rispettando la loro identità. É violenza imporre la cultura dominante attraverso il sistema scolastico.

Dall’altra parte del mondo, in Sicilia, un uomo nel 1952 giunge in un piccolo paese di 2400 persone, Trappeto, situato sulla costa occidentale della Sicilia nel golfo di Castellammare, quell’uomo è Danilo Dolci. Lo scenario in cui si sviluppa l’operato pedagogico dolciano è quello della Sicilia occidentale devastata dalla mafia e dall’abbandono statale. I bambini muoiono di fame, il lavoro scarseggia o diventa sfruttamento, gli ultimi vengono abbandonati al loro destino, nessuno è interessato a far rialzare dal fango la povera gente.

54 P. FREIRE, La pedagogia degli oppressi, tr. it. di L. Bimbi, C. Alziati, Mondadori, Milano 1971, p. 22.

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