Seconda parte

Introduzione all’autore

Alla luce delle premesse finora formulate, adesso, in qualche modo cercheremo di «mostrare il fiume carsico dell’inchiostro letterario; a puntare per una volta i riflettori su quanti da troppo tempo se ne stanno in ombra, relegati in un cono di indifferenza ed oblio».15

12 H. Bloom, The Anxiety of Influence: A Theory of Poetry, New York, Oxford University Press, 1973.

13 G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, p. 133.

14 ivi, p. 131.

15 S. Ferlita, Il libro è una strana trottola Genesi e trasformazione della parola letteraria, Palermo, il Palindromo, 2018, p. 91.

Infatti, ora si elaborerà un profilo che renda giustizia al “minore” e prolifico autore Francesco Cannarozzo. Autore che, attraverso le sue pubblicazioni, i suoi personaggi e temi, funse da modello e ne ispirò di altri, soprattutto nel contesto isolano di sua appartenenza.

«I poeti sopravvivono a causa della forza loro inerente; questa forza si manifesta attraverso la loro influenza su altri poeti forti e un’influenza che attraversi più di due generazioni di poeti forti tende a divenire parte della tradizione, a divenire persino la tradizione stessa».16

16 H. Bloom, A Map of Misreading, New York, Oxford University Press, 1975.

FRANCO ENNA: L’OCCHIO LUNGO DIMENTICATO

Correva l’anno 1921. Castrogiovanni, cittadina dell’entroterra siculo, contava poco meno di 20.000 abitanti. In Italia, il movimento del Fascio, guidato da Benito Mussolini, era in ascesa e ben presto questi si sarebbe posto a capo del Governo. Per il volere dello stesso Duce, che il lunedì 06 dicembre 1926 inviava un telegramma al Sindaco, Castrogiovanni veniva elevata a capoluogo di Provincia ed autorizzata a cambiare la propria denominazione in Enna, antico nome della città.

Quello che seguì fu un periodo di profondo cambiamento per l’antica cittadina di Castrogiovanni, che fu costretta ad adeguare le sue strette viuzze o i suoi antichi palazzi baronali alle nuove e mutate esigenze di un capoluogo di Provincia. Cominciò, così, un radicale rinnovamento in città tanto per la viabilità, quanto per le infrastrutture. Numerosi edifici, infatti, vennero abbattuti e/o ristrutturati; tanti altri sorsero ex novo per ospitare, ad esempio, il Tribunale, la Casa Balilla, la Prefettutra e gli edifici dell’amministrazione provinciale, la Guardia di Finanza, la Caserma dei Carabinieri, la Questura. Proprio in questo periodo vennero altresì intrapresi i lavori di edificazione del Teatro Comunale. Venne migliorato il percorso fognario, adeguato alle nuove discipline nazionali.

Arrivò così in città una moltitudine di nuova gente destinata, con il proprio contributo professionale, a far funzionare la nuova macchina amministrativa e burocratica della città.

A Franco Cannarozzo, rientrato in città nel 1946 dopo aver prestato il proprio servizio militare in aviazione in tempo di guerra, nella sua qualità di “reduce e combattente”, venne offerto un posto di lavoro presso la Prefettura della città.

Eppure, egli bramava altro per la sua vita. Voleva emigrare in Svizzera, lì dove sognava di fare lo scrittore. Quella terra non era per lui una mera entità geografica ma un luogo mentale presso il quale dare sfogo alle sue aspirazioni di uomo libero. Si sentiva tanto vicino ai Ticinesi per quel loro senso di responsabilità pressoché sconosciuto al popolo italiano, la cui diseducazione sociale ripudiava.

Riuscì, così, ad ottenere il passaporto per la Svizzera grazie al personale interessamento dell’amico Aldo Moro, allora Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri. Conosciuto a Bari, presso il Tribunale Territoriale Militare, Moro fu compagno di armi di Cannarozzo per un anno e mezzo. La sua figura fu determinante per il giovane scrittore siciliano, dal momento che fu proprio questi ad incoraggiarlo nei suoi esordi.17 Ma la loro amicizia non si esaurì nel tempo, anzi. A riconferma di ciò, basti pensare che nel 1970 Moro, allora Ministro degli Esteri, venuto a casuale conoscenza che Franco Enna aveva pubblicato, a Lugano, un testo per ragazzi dal titolo “Il meraviglioso Fùlax”, ne disposte l’acquisto di duecento copie, la cui distribuzione gratuita era destinata ai giovani meritevoli.18

Chi era Franco Cannarozzo?

L’interrogativo sorge spontaneo allorché ci si imbatte più o meno casualmente nel suo pseudonimo, Franco Enna.

Un giovane ennese potrebbe trovare curioso l’utilizzo del nome della propria città quale pseudonimo. Approfondendone la conoscenza ci si imbatte in una personalità che, certamente, non lascia indifferenti.

Tuttavia, si apprende con rammarico che Franco Cannarozzo sia stato ormai dimenticato, persino quando era ancora in vita, dai suoi stessi concittadini, oltre che dallo stesso ambito letterario locale e non. Eppure egli, fu un famosissimo autore di gialli, poeta, drammaturgo e stimato scrittore di racconti di fantascienza, ospitati nella rivista “Urania”, che poté vantare una prolifica produzione. Ma procediamo con ordine.

Franco Cannarozzo nasceva a Castrogiovanni il 16 settembre del 1921 dal maresciallo dei carabinieri Luigi Cannarozzo e da Emanuela Silliti. Fu, tuttavia, dalla seconda moglie del padre, Maria, che egli ricevette tutto l’affetto materno che gli era stato negato dalla sua madre biologica, a causa della morte prematura di quest’ultima, sopraggiunta quando lo scrittore aveva soltanto quattro anni.

Benché la sua famiglia fosse costretta a spostarsi con frequenza da una stazione di carabinieri all’altra, fu ad Enna, ove soggiornava presso una zia che ivi risiedeva, che Franco Cannarozzo rimase per condurre i suoi studi presso il Liceo Classico.

Scoppiata la guerra, ormai ventenne, venne arruolato in Aviazione e ed assegnato al Tribunale Militare di Bari, ove rimase per tutta la durata del conflitto, come si è già detto.19

Al termine della guerra, fece rientro ad Enna, dove venne impiegato presso la Prefettura. Impiego che, nonostante tutto, non lo stimolava adeguatamente, curioso ed inquieto del mondo, come egli era. Nel 1948, dunque, si trasferì a Lugano. Nel 1959 fece ritorno in Italia ma, dopo quattro anni, ritornò in Svizzera, dove visse la sua vita fino alla morte, avvenuta il 09 luglio 1990.

17 F. Enna, Riciclaggio. Metodo garantito per trasformare le menzogne in verità per almeno 50 anni, Chiasso, Elvetica Edizioni, 1991, p. 27.

18 S. Ferlita, Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento, Italia, G. B. Palumbo Editore, 2011, p. 124.

19 S. Ferlita, Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento, Italia, G. B. Palumbo Editore, 2011, p. 124.

Il primo giallista all’italiana

«Sentii il rumore di un aereo che si avvicinava, sollevai lo sguardo, non vidi niente. L’occhialuto allora mi toccò sulla spalla, mi fece cenno di talìare sotto. E infatti l’aereo, piccolo, stava volando basso e io perciò lo vedevo dal di sopra.

“Ma a quanto siamo?” spiai sbalordito.

“A mille metri. Enna è il capoluogo più alto d’Italia”. Poi si presentò. Si chiamava Franco Cannarozzo.

“Che fai?”

“L’impiegato”, rispose. “Ma diventerò uno scrittore”.

“Anch’io” dissi, ma con minore convinzione. La nostra amicizia fu istantanea.

Con lo pseudonimo di Franco Enna sarebbe diventato un noto autore di gialli e di fantascienza, ma quel giorno, e nei giorni appresso, fu la mia guida per conoscere la città e per fare nuove amicizie».20

«Io me ne andai da Enna e non ebbi più notizie di lui. Finché un giorno non mi capitò in mano un romanzo della collezione di fantascienza “Urania” firmato da un tale Franco Enna. Nella nota dell’autore era scritto che quello era lo pseudonimo dello scrittore ennese Franco Cannarozzo».21

Della sua amicizia con Franco Cannarozzo, Andrea Camilleri ha avuto modo di raccontare in talune interviste e in alcune sue opere, rivelando talvolta anche simpatici aneddoti riguardanti la loro amicizia.

Del tutto casuale il primo loro incontro – al quale il dialogo su riportato si riferisce – che avvenne ad Enna nel 1946, periodo durante il quale il giovane Camilleri soggiornava in città, in compagnia della sua famiglia.

È suggestiva l’immagine di quel giovane ventenne, “magro, occhialuto, con il suo paio di ipotetici baffetti” che avrebbe potuto appoggiarsi alla balaustra del Belvedere Marconi – splendida terrazza dalla quale, considerati i 1100 m di altitudine della città, è possibile godere di un panorama mozzafiato – accanto al coetaneo Camilleri, in una giornata di inverno. È in inverno, infatti, che l’aria tersa e, spesso, gelida della città rende il paesaggio maggiormente nitido e visibile.

Quell’incontro inaspettato fu quasi una sorta di passaggio del testimone. Nell’apprendere contezza, infatti, non si può non pensare al casuale filo rosso che accomuna entrambi i citati autori, ovvero la scelta del genere letterario delle loro opere prevalenti: il giallo.

L’esordio da giallista di Franco Cannarozzo risale al 1955, periodo durante il quale il suo amico Alberto Tedeschi, esperto del genere e direttore della collana dei “Gialli Mondadori”, interessato a rilanciare il thriller italiano, gli propose di scrivere dei “raccontini-quiz” a sfondo poliziesco per una rivista da lui diretta. Fu lo stesso Tedeschi, per di più, a scegliere lo pseudonimo di “Franco Enna”, avuto riguardo alla città natale dell’autore stesso. A ben vedere, quello di Franco Enna, non fu l’unico pseudonimo da lui utilizzato, anzi! Per esigenze di marketing, egli ne utilizzò più o meno una trentina,

20 A. Camilleri, intervista su Travel n. 11, 2000.

21 A. Camilleri, Certi momenti, Milano, Chiarelettere Editore, 2016, p. 100.

anche in lingua straniera. V’è stato chi ha addirittura considerato Franco Enna molto meglio del pur bravo Andrea Camilleri, il quale, a differenza dell’amico, ha avuto la fortuna di veder trasposti i propri gialli in TV, con la serie de “Il Commissario Montalbano”.22

Al di là di qualsivoglia considerazione critica sul punto, un dato risulta essere incontrovertibile, e cioè che l’autore ennese è stato l’iniziatore assoluto del genere giallo all’italiana, ambientato in provincia, nonché il primo ideatore dei commissari siciliani (ed alla siciliana).

In una sua lettera inviata a Leonardo Sciascia nel 1965, Italo Calvino si convinse della «impossibilità del giallo in ambiente siciliano», da questi considerato quale terra in cui tutto è prevedibile, alla stregua del gioco degli scacchi. Evidentemente, lo stesso Calvino non era ben a conoscenza di quanto il contesto isolano, pregno di intrighi, complotti, inganni ed omicidi, fosse ben adatto alla perfetta ambientazione di un giallo.23 Già prima di Andrea Camilleri, Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, solo per citarne alcuni, Franco Enna ha optato per la Sicilia quale ambientazione dei suoi romanzi, riuscendo spesso a rappresentare una Sicilia verosimile, quasi mai scenografica o edulcorata, ma riprodotta con l’intento di rivelarne la vera natura ed a metterne a nudo le piaghe che la avviliscono ed innalzandola all’unico scenario possibile per gli intrighi e le passioni delle storie narrate.24 Si pensi, inoltre, che due degli eroi più famosi da lui creati sono rappresentati dal commissario Federico Sartori, siciliano che indaga negli ambienti metropolitani, affetto da un’inguaribile nostalgia, protagonista di un fortunato ciclo romanzesco, e dal maresciallo Lo Cascio, il quale, a differenza del primo, indaga nel piccolo paesino di Mazara del Vallo.25

Forse il Calvino stesso non avrebbe mai potuto immaginare che la chiave vincente dei gialli di casa nostra potesse essere proprio la loro ambientazione e l’atmosfera di cui questi sono connotati. In più, in essi, ciò che probabilmente rileva non è solo la mera esposizione circa la realizzazione del delitto e della consequenziale ricerca del colpevole, bensì la logica che i protagonisti dei gialli made in Sicily seguono nel condurre le loro indagini. Una logica ed una metodologia investigativa inevitabilmente legate alla cultura siciliana ed alla natura del siciliano.

Agostino Cannarozzo, fratello di Franco, è certo che la fortuna dei romanzi del fratello sia da attribuire alla «creazione di un Commissario che parla la lingua “del popolo”, vive la vita “del popolo” ed affronta ogni situazione facendo i conti con la realtà che lo circonda. […] Con Sartori e Lo Cascio siamo davanti a due personaggi che, per risolvere un caso, mettono in gioco i loro valori e le loro capacità. È in queste figure,

22 Gazzetta Svizzera, «Mea culpa per Franco Enna, ora si torna a leggere i suoi gialli», https://gazzettasvizzera.org/mea-culpa-per-franco-enna-ora-si-torna-a-leggere-i-suoi-gialli/, 29/09/2018.

23 S. Ferlita, «Bentornato Enna giallista della prima ora», La Repubblica, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/04/02/bentornato-enna-giallista- della-prima-ora.html, 02/04/2002.

24 S. Ferlita, I soliti ignoti – Scritti sulla letteratura siciliana sommersa del Novecento, Palermo, Dario Flaccovio Editore, 2011, p. 29.

25 S. Ferlita, Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento, Italia, G. B. Palumbo Editore, 2011, p. 125.

intelligenti ma profondamente umane e per questo soggette ad errori, che il lettore può rispecchiarsi».26

Benché i suoi rapporti con la Sicilia fossero di amore-odio, l’Isola è presente in molte opere di Franco Cannarozzo. Non v’è dubbio alcuno, invero, circa il fatto che quanto meglio lo scrittore conosce i luoghi e la natura della propria ambientazione, tanto meglio riuscirà a creare un’opera realistica, meglio dettagliata e sentita, affascinando e travolgendo il lettore.

Il commissario Sartori è un personaggio addirittura autobiografico: Fefè ama suo padre, Maresciallo dell’Arma, col quale da bambino aveva percorso l’Italia, ritiene che il valore più importante sia quello della famiglia e nutre nostalgia per la Sicilia, abbandonata da giovane. Tale autobiografismo rende il personaggio maggiormente credibile e simpatico, facendone un poliziotto in carne ed ossa dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta.27

Gli studiosi che più si sono occupati dello scrittore ennese (Ravegnani, Pederiali, Padovani) gli hanno concordemente riconosciuto un’inconfondibile originalità di scrittore e la stessa definizione di Simenon italiano, usata proprio per etichettare la sua vasta opera di “giallista”.

Dal punto di vista quantitativo, infatti, può certamente affermarsi che la produzione di Franco Enna riguardi una mole enorme di pagine pubblicate, anche in linea con le esigenze di mercato dell’epoca impostegli. Nondimeno, è da ritenere che le sue opere fondano in una perfetta alchimia la quantità con la qualità, frutto di costante ricerca dell’autore.28

Il fratello Agostino rivela che «la sua scelta del giallo è stata dettata dai ricordi di indagini poliziesche condotte da nostro padre Luigi, Maresciallo dei Carabinieri, dalla possibilità di celare se stesso di volta in volta nell’assassino o nell’investigatore, da quella, per lui importantissima, di sottolineare gli ideali di verità, onestà, giustizia e coerenza».29

Eppure, la riduttiva definizione di “giallista” non rende giustizia alla vasta e variegata opera dello scrittore siciliano che fu pure drammaturgo, poeta e, ancora, scrittore per la televisione e per il cinema, autori di libri per ragazzi, di testi giornalistici e critici, di romanzi storici e di denuncia nonché traduttore di opere straniere.

L’occhio lungo dimenticato

Dalla prefazione dell’autore inserita nel testo “Riciclaggio”, ultimo testo di Franco Enna, pubblicato postumo, si coglie la stessa indignazione di Cannarozzo, il quale, giunto ormai al termine della sua vita, constatava con amarezza che l’animo speranzoso e fiducioso di quel giovane, che lasciava la sua terra natia per raggiungere la Svizzera, cedeva il posto alla lucidità dell’uomo che percepisce l’ingiustizia dell’invidia e della gelosia professionale, presente probabilmente anche nel luogo più paradisiaco esistente.

26 F. Enna, L’occhio lungo, Palermo, Sellerio Editore, 2012, p. 293.

27 S. Ferlita, Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento, Italia, G. B. Palumbo Editore, 2011, p. 127.

28 V. Vettori, Franco Enna, da paladino a testimone, pref. in Enna, Riciclaggio. Metodo garantito per trasformare le menzogne in verità per almeno 50 anni, Chiasso, Elvetica Edizioni, 1991, p. 7. 29 F. Enna, L’occhio lungo, Palermo, Sellerio Editore, 2012, p. 294.

Il perché Franco Enna sia stato dimenticato è difficile da comprendersi. Dimenticato dalla sua città, Enna, e dai suoi concittadini…

Eppure è strano. Numerosi sono, infatti, gli ennesi che si sono distinti, oggi come in passato, nell’ambito dell’arte, della politica, dello sport e della cultura e la Città ne ha, generalmente, conservato memoria.

Nel 2015, anno di ricorrenza del 25esimo anniversario della sua morte, Enna è rimasta indifferente. Sebbene diverse siano le opere di Franco Enna fruibili presso la Biblioteca Comunale di Enna, è un’ardua impresa reperire i testi riguardo l’autore utilizzati – primi fra tutti quelli di Gisella Padovani, la quale a Franco Enna ha dedicato diversi saggi – che trattano del profilo dell’autore dal punto di vista biografico e tecnico. Anche le librerie locali ne sono sprovviste.

Dimenticato dalla letteratura…

Oggi, i romanzi gialli sono ritornati ad una sorprendente vitalità, forse poiché essi rappresentano delle letture poco impegnative, che conferiscono la possibilità al lettore di evadere dalla quotidianità. O forse, volendo ricercare una ragione più profonda, essi piacciono tanto perché raccontano dei cambiamenti sociali: offrono ai lettori la possibilità, attraverso le movenze dei protagonisti, di riconoscersi in loro.

A titolo meramente esemplificativo, basti pensare al Montalbano “camilleriano” ed alla varietà delle problematiche che, con l’andare del tempo e con il cambiamento sociale, si è ritrovato a fronteggiare. Sartori, invece, viveva negli anni Sessanta e Settanta di un’Italia non statica, vittima dei primi fenomeni di speculazione edilizia e di corruzione politica.

Nel 2002, la Sellerio Editore Palermo ha provveduto alla ristampa del romanzo dello scrittore ennese “L’occhio lungo”, romanzo che chiude il ciclo dedicato al commissario Fefè Sartori, probabilmente riposto sulla scia del successo di Camilleri e del suo Montalbano.

Certamente ciò non sarà sufficiente a tacitare i rimorsi di coscienza dei critici distratti e la differenza che ha sempre caratterizzato, in Italia, l’approccio alla narrativa poliziesca, classificata ingiustamente come prodotto di serie B. Tuttavia, le opere di Franco Enna, pur se costruite sulla scorta del genere giallo, non mancano di originalità poiché non rimangano in esse ingabbiate.30 Esse fondono gli elementi di diversi generi letterari, da quello rosa, a quello di fantascienza o, ancora, al romanzo di costume o di avventura.

È, dunque, giunto il momento di ricostruire il volto del giallo all’italiana e, siffatta attività, non può certamente prescindere dalla dovuta rivalutazione della figura dell’autore Franco Enna. Lui sì che, con il suo Occhio, aveva proprio visto Lungo!

30 S. Ferlita, I soliti ignoti Scritti sulla letteratura siciliana sommersa del Novecento, Palermo, Dario Flaccovio Editore, 2011, p. 30.

 

 

 

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