Parole della storia tra leggenda e arte
di Pippo Lombardo
Intricato labirinto la parola, dove perdere ogni senso o trovare ogni nesso che denoti cose o idee in un mescolamento che favorisca il cambiamento in una direzione anziché verso un’altra e quindi il ritorno, a volte, verso la parola stessa, però nuova nel significante e più carica di significato. E a un punto brocardico la storia cambia per variabili incontrollabili e dinanzi a un barrage (Costantino –Massenzio) si concretizza in parole come “In hoc signo vinces” ( Roma, presso Ponte Milvio la sera del 27 Ottobre del 312 d. C.) nell’immensa luce che esse sprigionano trafitte in una croce nel cielo, durante un sogno di Flavio Valerio Costantino, parole della storia riportate in due tempi diversi da Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiae: "Εν τουτο νικα", prima e poi in Sulla vita di Costantino nella versione più conosciuta) che ne ha colto dalle labbra imperiali la testimonianza e anche dal contemporaneo Lattanzio (capitolo XLIV del suo De mortibus persecutorum e lo splendore ricorda la sola luce riassunta nel labarum: il chi (Х) e il ro (Р) greci , iniziali della parola greca Cristo, suo simbolo per la cristianità, nuovo orifiamma romano, ma omessa tre anni dopo l’evento miracoloso dall’arco di trionfo eretto in onore dell’unico sovrano di Roma, non già dell’unico eterno sovrano del mondo, perdendo così una irripetibile occasione di propaganda, senza tributare il giusto riconoscimento a chi gli avesse consentito di vincere sul truce Massenzio, forse a sottolineare che per Costantino si trattava solo di semplice calcolo politico. Ma la storia segue percorsi che a volte sembrano controsensi, benché abbiano decretato cambiamenti radicali. E le parole “In hoc signo vinces” ostracizzate dalla storia e dall’arte romana trovano esilio nella leggenda, risarcendone il danno. Qui la parola in frase, in segno, ha influito sul destino di un augusto, dopo la battaglia di Ponte Milvio, unico imperatore, e sul destino di quanti soffrivano per la professione di una fede avversata dal potere politico. Nelle contraddizioni apparenti a Ponte Milvio il fragore delle armi romane trova quiete nell’affermazione della parola per eccellenza, quella di Cristo, ma pur se Costantino ci crede (?), non ci crede, è scettico, è calcolatore perché brama il potere, eppure si avvale di parole e segno (la croce), per traghettare l’umanità a lui sottomessa verso una nuova direzione, assecondando i disegni divini che le parole traducono insinuandosi iconologicamente nel suo sonno su una croce che la tradizione vuole del legno dell’albero edenico, attorno a cui satana osò avvilupparsi per screditare l’umanità intera. E le parole della leggenda del sogno di Costantino cercano per molti secoli visibilità, fino al 1450 circa, presso la cappella Bacci ad Arezzo, nella Chiesa di S. Francesco, dove una strana storia impedisce – non si sanno i motivi – al pittore Bicci di Lorenzo di accontentare i committenti nell’esecuzione di un ciclo di affreschi su “La leggenda della vera Croce”. (Segnaliamo qui che la storia della croce era tema comune nelle chiese dedicate a San Francesco, a partire dal 1362, quando i francescani assursero a custodi dei santi luoghi di Gerusalemme).
Subentra così Piero della Francesca, che ipostatizza il Rinascimento, raggiungendo proprio in questo luogo la sua personale apoteosi, nell’uso di un corredo culturale di leggende sulla vera Croce come sopraggitto di capacità tecniche, sensibilità spirituale, che colgono Costantino non già nel lucore imperiale di paramenti o armature più o meno regali (come Raffaello, Rubens, Borremans), bensì nella più comune e umana delle attività fisiologiche: un sonno ristoratore, e Costantino diventa così tanto docile quanto umanissimo strumento del disegno divino di dare nuovo corso al mondo. Egli per Piero della Francesca è semplicemente un uomo, non è così nemmeno il Costantino imperatore santo della Chiesa Cristiana Ortodossa, commemorato nel Sinassario Costantinopolitano il 21 Maggio, assieme alla madre Sant’Elena Imperatrice, presente invece da sola nel Martirologio Romano il 18 Agosto. Ogni tensione storica e morale di quel momento si stempera pertanto in una semplicità di linee equilibrate nelle masse e in una forza del colore elaborato emotivamente che rendono l’affresco un mirabile esempio di perfezione artistica e il primo esempio di notturno dal Rinascimento in poi e forse anche un velato monito indirizzato a tutti quei sovrani europei del tempo che ritenevano di anteporre la loro potenza alla potenza di Dio, in quell’altalenante lotta tra potere temporale e potere spirituale, quest’ultimo ancora più debole per l’affermarsi di un umanesimo sempre più critico e aconfessionale.