Paolo Milone - L'arte di legare le persone

“Non chiedermi Anna, la sera, perché ho la faccia stanca. Non è per la follia.
La follia è un giardino dove abbevero i miei cavalli stanchi, sciolgo i calzari, siedo all’ombra, e lascio riposare lo sguardo su colline lontane.
Non chiedermi la sera perché ho la parola confusa: non è per la follia” (p.11)
Paolo Milone, psichiatra genovese, ha lavorato per 40 anni nell’ambito della psichiatria: prima in un Centro di Salute Mentale, poi in un reparto di Psichiatria d’urgenza. L’arte di legare le persone, pubblicato nel 2021, è il suo primo libro.
L’autore narra di alcuni momenti vissuti nel Reparto 77 di Psichiatria d’urgenza, raccontando di pazienti, infermieri, passanti, medici, tra Tso ed emozioni, stanchezza e quotidianità del reparto, ironia e pensieri inconfessabili.
C’è tutto un mondo da esplorare dietro le pagine di questo libro, in alcuni momenti sembra quasi di leggere un testo poetico, non foss’altro per l’umanità che trasuda dietro frasi, parole, pensieri, sguardi egregiamente trasportati nero su bianco dall’autore, che di umanità senza filtri né confini ne deve aver vista parecchia in quarant’anni di professione sanitaria in ambito psichiatrico.
Come accennato, il racconto di Milone non si focalizza solo sul mistero, tanto affascinante quanto crudo, della malattia mentale, ma anche sull’umanità che quotidianamente ne ha a che fare per motivi di lavoro e che, alla fine di ogni turno, deve togliersi di dosso il camice e il peso della mole di emozioni della giornata, tornare a casa e indossare i panni della propria “normale” vita al di fuori del Reparto 77. Semplice? Non molto, poiché se dietro la malattia mentale, spesso, cinema e letteratura hanno costruito fiumi e fiumi di affascinante mistero e poesia, la realtà spesso è molto più cruda e banale, poiché porta a toccare con mano il reale disagio che la follia, nel suo essere spiazzante, porta con sé.
“Poetico è il mal d’amore, il rimpianto, il lutto,
poetico è il dolore tragico che trova ragione, vendetta, riscatto,
impoetico è questo dolore, monotono, lento, insaziabile, sequestratore.
Poetica è la nostalgia, impoetica è la depressione.
Poetica è la fantasia, impoetico è il delirio.
Poetico è il timore, impoetica l’ansia.
Poetico il desiderio, impoetica la dipendenza.
La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia.
Dove non entra la vanga della poesia, zolle dure, secche, infertili e fredde.
Noi ci occupiamo del dolore impoetico.” (p.172)
Eppure questo libro, talmente tanto intimo da sembrare quasi un diario dell’autore stesso, narra in maniera meravigliosamente poetica il dolore dell’altro, quello che fa più paura poiché incomprensibile, il fondo, il buio e l’entropia che la mente umana può incontrare. Senza dimenticare, con altrettanta poesia, della fatica e delle disillusioni di chi, come in un fronte di guerra quotidiano, lavora, a volte schivando colpi fisici ed emotivi, per comprendere l’incomprensibile e prestare cura e attenzione.
Il titolo richiama alla mente le pratiche pre-Basaglia, che prevedevano soprattutto il contenimento fisico dei pazienti psichiatrici (basti pensare banalmente alla camicia di forza). Assai probabilmente questo richiamo è voluto, magnificamente provocatorio se vogliamo, ma presumibilmente si riferisce a ben altro, ovvero alla nuova frontiera della Psichiatria, che fa della parola e della relazione il motore della cura psichiatrica, in un’ottica di salute mentale che pone la persona al centro del proprio benessere, e non focalizzandosi esclusivamente sulla malattia e sulla sintomatologia manifestata. In piena ottica biopsicosociale complessa.
Laura Ventimiglia