Siamo tutti Via del popolo
di Elisa Di Dio
Lo spettacolo di Saverio La Ruina parte attivando il ricordo che illumina, a intermittenza, quella terra che si chiama passato, scopre e rinomina luoghi, persone, fatti, dentro una costruzione che sostituisce, al tempo lineare, il tempo mobile dell'emozione, mentre la musica è eco sbiadita, velo sonoro capace di costruire proustiane recherches di ragioni intime e politiche.
Quella di Saverio La Ruina è un'operazione che della nostalgia si serve per problematizzare il nostro rapporto con il progresso, la necessità di migliorarsi e andare avanti. Ma poi svela che il tempo è quell'orologio molle, citazione del surreale quotidiano, che si dondola su un'altalena: un meccanismo ingannevole, come ingannevole è il cuore, dominato da un altro battito, alogico, atemporale.
Traiettorie si intersecano a zig zag fra lumi di cimitero/lampioni di una strada fantasma. Saverio usa il dialetto aspro della sua Castrovillari, koinè di un Meridione sempre più nudo e svuotato. Si commuove e ci commuove. I suoi silenzi sono il nostro essere rimasti, in questa terra, senza parole e senza prole, dato che i figli, tutti, scelgono il nord per formarsi e poi non trovando nulla al sud, rimangono bloccati in un altrove che spesso non amano.
La Ruina finisce dove comincia, su una domanda, senza risposta, a chi amiamo, che c'è nel tempo magico della creazione teatrale, ma non c'è più e proprio per questo, ci sarà sempre.
Applausi e riflessioni, a fine spettacolo, anche per Marco Greco, capace di dire quello che è giusto vada detto: che sarebbe ora di dare fiducia ai giovani, se vogliamo avere una speranza contro il feroce spopolamento dei piccoli centri.