Pëtr Il’ič Čajkovskij e il valzer “sbagliato”
di Maria Giordano
La Sesta Sinfonia di Pëtr Il’ič Čajkovskij, composta poco prima della morte, è certamente una fra le opere più affascinanti che siano mai state scritte. Non soltanto da un punto di vista specificamente musicologico ma anche e soprattutto per la componente soggettiva, tipicamente romantica, alla quale lo stesso Čajkovskij accenna nelle sue lettere. La Patetica – questo il nome suggerito dal fratello Modest dopo la prima esecuzione - è una sorta di proiezione del mondo interiore del musicista, dell’angoscia e della disperazione che lacerano il suo animo, ed è anche un testamento spirituale: nove giorni dopo la prima esecuzione – avvenuta il 28 ottobre 1893 - Čajkovskij si tolse la vita.
Dal punto di vista formale - pur innestandosi nel solco della tradizione del classicismo viennese e del neo-classicismo brahmsiano - è un po’ atipica: nonostante sia suddivisa nei quattro canonici movimenti, il movimento lento che nella sinfonia classica si trova solitamente in seconda posizione è posto alla fine; è un Adagio lamentoso in cui la drammatica e impetuosa contrapposizione dei temi che caratterizza il primo movimento si dissolve dolorosamente in un annichilimento definitivo e disperato. Dal carattere più leggero i movimenti centrali - Allegro con grazia e Allegro molto vivace - che sembrano essere in contrasto con la tragicità del primo e soprattutto dell’ultimo movimento. Ma è un contrasto solo apparente.
Nell’ Allegro molto vivace, infatti, l’inizio nebuloso e indefinito dal punto di vista tematico e poi la ripetizione quasi ossessiva del tema, una volta che viene finalmente enunciato, offuscano l’esuberante gaiezza della marcia trionfale.
Ma quello che mi colpisce di più è il secondo movimento: si tratta di un valzer e l’indicazione di tempo dice Allegro con grazia. In effetti, cosa c’è di più aggraziato del valzer? La circolarità del movimento suggerita dalla misura ternaria è quasi come un “cerchio magico” dal quale ci sentiamo avvolgere tutte le volte che ci lasciamo trasportare dal ritmo di questa seducente danza. Čajkovskij lo sa bene; dalla sua penna sono usciti splendidi valzer: chi non rimane incantato dall’eleganza del Valzer de La Bella Addormentata o dalle magiche sonorità del Valzer dei fiori de Lo schiaccianoci? Eppure, per il valzer della Sinfonia Patetica, Čajkovskij, invece della canonica misura ternaria - il 3/4 - sceglie il 5/4, un tempo asimmetrico in cui la perfetta fluidità del ritmo ternario si inceppa e il “cerchio magico” si spezza: splendida, struggente metafora di un equilibrio che si rompe, di una perfezione che si incrina, di un appagamento che si rivela tragica illusione!
A mio parere è proprio questo movimento, più ancora che il primo, a preannunciare il tragico annichilimento del finale della sinfonia. Troppo azzardato? Non so, forse. Pure…mi capita spesso, quando mi imbatto nelle brutture del nostro tempo, che nessuna “finta” bellezza riesce a mascherare, di sentirmi risuonare dentro le note del “valzer sbagliato” della Sinfonia Patetica di Čajkovskij.