Italia e videogiochi: il riassunto nel tweet di Ditonellapiaga
di Noele Di Nuzzo
Margherita Carducci, aka Ditonellapiaga, si è resa protagonista di un grande Sanremo insieme a Donatella Rettore con la canzone “Chimica”. La Carducci è stata in questi giorni oggetto di una serie di polemiche a causa di una dichiarazione espressa attraverso il suo account Twitter:
«Un buon modo per risollevare la propria autostima è pensare che esistono trentenni che giocano a Pokémon Go»
Oltre il triste modo per tirarsi su il morale, ad emergere da questo post è la tendenza, ancora evidentemente radicata, in una giovane donna del 1997, nel giudicare il medium videoludico come qualcosa che caratterizza in maniera negativa colui/colei che ne fa uso.
Il videogioco è ad oggi riconosciuto come uno dei medium d’intrattenimento più fruibili e in alcuni casi viene associato, senza troppi giri di parole, a vera e propria arte.
Tra le tante risposte che sono arrivate sotto il “cinguettio” di Carducci, colpisce quella di Adrian Fartade, divulgatore scientifico e content creator sul web, su YouTube Link4Universe:
«Poche cose tirano su di morale quanto vedere trentenni che non si fanno più intimidire da cliché e stereotipi e giocano a quello che li fa divertire e possono tranquillamente giocare a pokemon go ed essere comunque persone serie. C’è una sola vita se non si vive per le apparenze»
I social ci hanno dato il potere di conoscere e giudicare una quantità pressoché sterminata di informazioni e fatti, ma quello che è un diritto non si può tramutare nel dovere all’offesa.
Nella risposta di Fartade, classe ’87, è concentrato tutto il percorso del videogiocatore negli ultimi 40 anni, un percorso fatto di affermazione di sé, con la ferma volontà di far conoscere quello che ad oggi è il medium videoludico.
In Italia si respira ancora quell’odore di scetticismo nei confronti di tutto quello che è “nuovo” e di critica, talvolta spietata, nei confronti di chi appare diverso rispetto alla norma autoimposta dalla massa.
Ancora oggi abbiamo difficoltà nel comprendere che qualcuno possa guadagnare e vivere attraverso i videogiochi, non riuscendo ad accettare che l’impegno di un videogiocatore competitivo sia equiparabile a quello di un’atleta: diete, allenamenti faticosi e frustranti, spingere il proprio corpo e la propria mente oltre il limite. La società non accetta il videogioco come hobby, figuriamoci come lavoro.









