"La Letteratura e gli dei" - Roberto Calasso
di Pippo Lombardo
"La letteratura e gli dei" di Roberto Calasso si presenta come un saggio di straordinaria bellezza, nei contenuti che tratta e nella struttura linguistica elegante e ricercata che l'autore riesce a elaborare, come rivelatori di una cultura profonda, estesa, vissuta con intensità. Riporto qui alcune pagine che mi sono sembrate di singolare attualità, quasi predittive di ciò che accade sotto i nostri occhi esterrefatti di spettatori inermi rispetto alle atrocità che nel mondo insanguinano molte aree geografiche. E non da ora. Molti fattori, poi, giocano sulla percezione della prossimità di un evento nefasto e distruttivo come la guerra, per cui ci sono conflitti geograficamente a noi più vicini che percepiamo, però, più lontani, psicologicamente e culturalmente, mentre al contrario ci sono conflitti spazialmente distanti da noi, ma percepiti più prossimi, anche perchè hanno maggiore risonanza sui media di tutto il mondo.
Pippo Lombardo
Fra le idee che nel secolo ventesimo hanno avuto effetti immani, e variamente rovinosi, si staglia quella della comunità buona, dove forti sono i legami e la solidarietà fra i singoli, dove tutto si fonda su un comune sentire. Di questa idea la Germania nazista fu la manifestazione più lancinante; la Russia sovietica la più durevole ed espansa. E ancora il mondo è pieno di chi tale idea propugna. A che cosa si deve la persistenza del fenomeno? Innanzitutto, come sempre, a un desiderio: nella comunità – qualunque essa sia, e fosse anche una pura associazione criminale –, in quanto forma dove molto vi è di comune, dove i legami tra i singoli sono carichi di significato, molti continuano a riconoscere il luogo dove aspirerebbero a vivere. Così intenso è questo desiderio che tendenzialmente indifferenti appaiono le ragioni e la natura di quei legami: purché siano forti e stretti. Mentre, alla prova dei fatti, dovrebbe almeno sorgere un dubbio: non ci sarà qualcosa di funesto nell'idea stessa di comunità, almeno quando essa si manifesta, come più volte è avvenuto, all'interno di un mondo dove l'apparato tecnico si e stende sull'intero pianeta? Questo è infatti il punto: chiedersi se non vi sia incompatibilità fra comunità e tecnica. Non nel senso che una comunità non riesca a instaurarsi all'interno del mondo tecnico: come ben volta instaurata, tale comunità non può che portare a sappiano, è vero il contrario. Ma nel senso che, una risultati stravolti rispetto a qualsiasi intenzione originaria.
Tutto questo si profila oggi come interrogativo tenace a cui rispondere. Se non altro perché dalla risposta che esso riceve può dipendere la prosecuzione o l'arresto di un massacro fra i numerosi che si propongono, ogni volta rivestiti come fantocci da argomenti locali. Ma la questione, ritradotta dalle sue versioni vernacole, e poi sempre la stessa – e ingombra ormai una larga parte del campo visivo. Questione antica, di una antichità oscillante, a seconda delle prospettive, «tra la fine del Paleolitico e gli inizi della Rivoluzione industriale, come osservò una volta sornionamente Calvino. E questione che riguarda il tutto. Nella sua goffaggine, la parola «globalizzazione » ha almeno il pregio di essere sintomatica: perché costruita su un termine-globo – che indica la più vasta totalità concepibile. Ora, le comunità che si concepiscono come un tutto – ovvero, come le definiva Louis Dumont, le «società olistiche >> – sono state la norma nella storia dell'umanità, in tutte le sue fasi e in tutte le sue forme. Mentre la società fondata sulla tecnica spicca come imponente eccezione. E qui dilagano gli equivoci: da una parte sarebbe risibile addossare alla forma comunitaria in quanto tale le nefandezze che hanno attraversato l'ultimo secolo, dall'altra viene da chiedersi se le tradizionali critiche alla società tecnica – per il suo carattere disgregante, corrosivo, atomizzante, sradicante, secondo il rosario delle accuse – non colpiscano un falso bersaglio, o almeno soltanto una facciata. Mentre, dietro di essa, è all'opera una ulteriore, possente macchina olistica, che ora ha le dimensioni del pianeta e innerva anch'essa una comunità, esclusiva di ogni altra eppure capace di ospitare al proprio interno tutte le altre, per quanto ostili, quasi fossero riserve indiane, talvolta pullulanti di nativi e vaste come subcontinenti. È evidente che questa nuova entità ha qualcosa di radicalmente diverso rispetto a quelle che l'hanno preceduta. Qui per la prima volta la natura intera non è più ciò che avvolge, ma ciò che viene avvolto. Come in Cina il parco del Figlio del Cielo, ospita esemplari di tutti gli esseri, ma come campioni ed emblemi. La Terra non è più il luogo « su cui si circoscrive l'altare», ma è essa stessa il luogo circoscritto dove si prelevano i materiali per esperimento. Nessuno sa più come invocarla, perché, «vestita di Agni, la Terra dalle ginocchia nere» possa renderci «splendenti, acuminati». E nessuno potrebbe pretendere di avvertirne la fragranza, riconoscendovi quella stessa «che alle nozze di Sūryā, la Figlia del Sole, impregnava gli immortali sul bordo dei tempi, Accadde allora che, come un cavallo fa con la polvere, la Terra scosse via i popoli che dalla sua nascita hanno avuto residenza su di lei». Quei granelli di polvere dispersa ora l'assediano, ma quasi non sanno più carezzare il corpo di quella donna «dal petto d'oro» a cui a lungo si erano aggrappati come parassiti. In questa nuova, sterminata comunità vigono regole fondate sui fantasmi e sulle procedure - e certamente non meno coattive di quelle delle comunità arcaiche. Perché si formasse una tale potenza onniavvolgente doveva avviarsi al suo compimento un lentissimo colpo di Stato: quello con cui il polo analogico del cervello è stato soppiantato dal polo digitale, che è il polo della sostituzione, del valore di scambio, della convenzione su cui si fonda il linguaggio e l'imponente rete di procedure in mezzo a cui viviamo. Questo fenomeno al tempo stesso psichico, economico, sociale, logico è il risultato di una rivoluzione che è durata millenni – e dura ancora: unica rivoluzione permanente che si possa testimoniare. Il suo Zeus è l'algoritmo. Questo è l'evento da cui tutto il resto discende. Evento ancora in larga parte misconosciuto – e forse neppure riconoscibile in ogni suo tratto, perché in esso siamo immersi e sommersi. E allora gli interrogativi da porre sarebbero altri: è la comunità tecnica compatibile con se stessa? Non potrebbe essere sopraffatta dallo stesso processo che l'ha instaurata?
Certamente a tutto questo non pensava l'ignoto autore del breve testo che è d'uso chiamare Il primo programma sistematico dell'idealismo tedesco. (Era Schelling O Hegel? Questione tuttora dibattuta: il manoscritto, databile intorno al 1797, fu trovato fra le carte di Hegel e nella sua grafia). Ma a lui balenò un'idea che, con qualche ragione, dichiarava nuova: «Parlerò di un'idea che, per quanto ne so, non è venuta sinora in mente ad alcuno: dobbiamo avere una nuova mitologia». Ora, tale idea appartiene al vasto implicito che si dirama dalla parola comunità». E ciò non sfuggiva all'ignoto autore, che così proseguiva: «Fino a che non riusciamo a rendere estetiche, cioè mitologiche, le idee, esse non hanno alcun interesse per il popolo». La parola fatale, «popolo», già risuona, parola di cui «comunità è solo una versione attenuata. Il presupposto è quello che un giorno enuncerà Nietzsche con il suo tono ultimativo: «Senza mito ogni civiltà perde la sua sana e creativa forza di natura: solo un orizzonte delimitato da miti può chiudere in unità tutto un movimento di civiltà».
(Dal III capitolo "Incipit parodia", pagg. 53, 54, 55, 56)









