La musica a Enna part. II
di Rocco Lombardo
Ma se della produzione poetica di questi artisti ci sono rimasti frammenti di versi o opere intere, della produzione musicale ci è rimasta la memoria encomiastica della valentia creativa e dell'abilità tecnica di questo o quel musico, l'arido elenco dei generi melodici più in voga, la descrizione tipologica degli strumenti usati, e rarissimi, isolati e frammentari esempi di notazione musicale, che rivelano insufficienti a darci anche la più pallida idea della melodia espressa da musici e cantori, affidata alla trasmissione orale e pertanto suscettibile di modifiche e aggiunte scaturenti dalla labilità memoriale o dall'estro creativo di chi di quella tradizione si faceva depositario e portavoce.
Conosciamo così la malinconia e la dolcezza, il pathos e la vivacità di tante composizioni poetiche; ne apprezziamo le descrizioni, le metafore, gli spunti, le similitudini; ne scandagliamo la struttura metrica, dilettandoci a scoprirne le regole e gli artifici ma per il momento siamo destinati a ignorare la tessitura e l'accompagnamento musicali che vi erano sottesi.
Le notizie riguardanti il semidio Dafni e il bifolco Diomo, incarnazione dell'ispirazione apollinea l'uno e di quella dionisiaca l'altro, ci confermano, comunque, l'esistenza nei siciliani mente mantenuto immutato nei secoli, a livello popolare espresso nella creazione, elaborazione e diffusione delle "canzuni" e a livello colto rinvigorito dagli apporti dei canti liturgici cristiani, dalla nascita e sviluppo delle cappelle musicali annesse alle chiese, dalla produzione dei madrigalisti del Cinque e Seicento e dei compositori di opere dei secoli successivi.
In epoca romana l'arte musicale sembra subire una stasi, che le invasioni barbariche accentuano, ma non scompare del tutto, se nel VI d. C. Severino Boezio scrive le Istituzioni musicali e Cassiodoro il Trattato sulla Musica e il Dialogo sui salmi. La Chiesa si fa depositaria della cultura del passato e mentre nei conventi i monaci amanuensi con la loro opera ci trasmettono i testi degli antichi autori salvandoli dall'oblio e dalla scomparsa, un papa, il benedettino Gregorio Magno, nel provvedere a rafforzare la disciplina, diffondere la parola di Cristo, nobilitare il culto, pensa pure a riformare e coordinare la liturgia musicale.
Dal suo intervento scaturisce l'Antifonario, la prima raccolta scritta di motivi sacri, resi più luminosi da melodie semplici e piane: era nato il canto gregoriano, potente strumento di preghiera che si diffonderà ben presto su un vastissimo territorio, perdurando per ben otto secoli grazie alla costituzione di "scholae cantorum" che addestrano i giovani al canto e all'esecuzione di brani musicali durante la Messa ed altre cerimonie religiose (Lodi, Mattutino, Ore, Vespri...).
Per almeno tre secoli esso non subisce innovazioni, rispettoso della simmetria espressiva, attento alla più stretta adesione fra parole e note, finché nel secolo IX nella lunga stagnante tradizione s'innesta la novità della "sequenza", capace di fornire allo sviluppo melodico d'un canto un testo di supporto, originale o ripreso da altri canti, e di consentire ai cantori prestazioni virtuosistiche non scevre da uno sfrenato esibizionismo che il Concilio di Trento (1545-1563) s'incaricherà di arginare adottando solo quattro "sequenze".
Pippo Lombardo











