La porta d'oro di Kiev
di Maria Giordano
Mi capita, a volte, di percepire lo stridente contrasto tra la bellezza dell’arte e la crudezza della realtà. In questo periodo mi accade tutte le volte che sento parlare dell’Ucraina e in particolare di Kiev. Non conosco questa città, non ci sono mai stata, ma il mio immaginario fino a qualche tempo fa associava il suo nome non alla guerra, ai bombardamenti, alla fuga disperata di centinaia di persone che da un giorno all’altro sono state costrette ad abbandonare tutto, bensì a un musicista geniale, Modest Petrovič Musorgskij, e a uno dei suoi capolavori, Quadri di un’esposizione, una suite per pianoforte composta nel 1874.
I quadri erano quelli di un suo amico, il pittore e architetto Victor Alexandrovich Hartmann. Musorgskij aveva avuto modo di ammirarli in occasione di una mostra e ne era rimasto talmente affascinato da pensare di tradurli in musica probabilmente anche per onorare la morte dell’amico avvenuta l’anno precedente.
I brani della suite che si riferiscono ai quadri sono dieci e pur essendo molto diversi tra loro hanno un comune denominatore: in ciascuno di essi Musorgskij va ben oltre la mera descrizione di un’immagine attraverso i suoni. Il suo personale e originalissimo stile, che forgia una nuova lingua musicale assumendo dal melos popolare armonie, ritmi e modalità antiche, trasforma le suggestioni visive in suggestioni sonore cariche di intense emozioni grazie anche al peculiare modo di far suonare il pianoforte. É difficile riconoscere nei Quadri la dolce, morbida cantabilità dello strumento principe del Romanticismo; ne viene evidenziato piuttosto l’aspetto percussivo, con potenzialità timbriche ed espressive sorprendenti. Ogni quadro sembra animarsi acquistando un colore tutto suo e suscitando in chi ascolta emozioni diverse. Così, restiamo sconcertati dai gesti scomposti dello gnomo; incantati dalla nostalgica atmosfera del vecchio castello; piacevolmente incuriositi dalle grida gioiose dei bambini che giocano nei giardini delle Tuilleries; intristiti dal pesante carro trascinato dai buoi in una fredda giornata invernale; divertiti dal balletto dei pulcini nei loro gusci; indignati dalla superbia del ricco Samuel Goldenberg che caccia via con disprezzo il povero Schmuyle; intrigati dalle contadine che chiacchierano nella piazza del mercato di Limoges; intimoriti dall’atmosfera cupa e spettrale delle Catacombe romane; inquietati dalla strega Baba Yaga che vola pestando nel suo mortaio ossa umane…
Quadri di un’esposizione si apre con la Promenade, la “passeggiata”, che si ripete, variata ma sempre chiaramente riconoscibile, tra un brano e l’altro, simboleggiando lo spostamento del visitatore da un quadro all’altro della mostra; non è un semplice “intermezzo”, ha un valore strutturale fondamentale perché costituisce il filo conduttore che dà carattere unitario alla suite: la sua ultima variazione coincide infatti con l’ultimo quadro, La grande porta di Kiev. Qui la Promenade assume un carattere grandioso; Musorgskji scrive infatti (sotto l’indicazione di tempo Allegro alla breve) Maestoso. Con grandezza. E realmente la musica ci trasmette l’emozione di chi, guardando il quadro, immagina di varcare la maestosa porta d’oro e di entrare nella città accompagnato dal suono delle campane.
Maurice Ravel restò profondamente colpito da quest’opera e nel 1922 ne fece una trascrizione per orchestra che ha contribuito ad esaltarne le peculiarità timbriche ed espressive. Anche in tempi a noi più vicini, i Quadri hanno continuato ad esercitare il loro fascino: il gruppo ELP (Emerson, Lake e Palmer) ne ha fatto una rivisitazione in stile rock nell’album del 1971 Pictures at an Exhibition, nel quale alcuni brani della suite si alternano a brani originali del trio.
Ho riascoltato, oggi, questo piccolo grande capolavoro e sulle note dell’ultimo quadro, La grande porta di Kiev, ho chiuso gli occhi e ho pensato a quanto sarebbe bello se le immagini, le sensazioni, le emozioni suscitate dalle grandi opere d’arte coincidessero con la realtà.











