Presentazione

Sicilianezze è uno spazio del nostro blog interamente dedicato a bellezze, prelibatezze e stranezze sparse per tutta la Sicilia. Voi amiche e amici contribuirete direttamente ad arricchire questo contenitore con foto (di paesaggi, monumenti, manufatti artigianali, artistici e simili) corredate da brevi didascalie. Potrete inviare anche una ricetta di cucina di antica tradizione, con breve nota dell'occasione in cui veniva preparata la prelibatezza in oggetto. Potrete proporre ancora antiche poesie e canti popolari, filastrocche e simili, sempre con brevi annotazioni che ne chiariscano la finalità, l'occasione. Potrete infine segnalare musei, mostre, chiese, dimore, fiere, sagre, antichi riti che a vostro avviso sono degni di essere menzionati.

In ogni caso ricordate sempre di aggiungere il vostro nome, cognome e luogo relativo  alla bellezza, prelibatezza o stranezza da voi segnalata. Email: sicilianezze@libriealtrove.com

Sicilianezza di Luglio 2024

Rossomanno, storia di una città senza nome

di Gaetano Cantaro

Il Monte Rossomanno (h. 885 m.) si erge tra gli Erei centrali ed è ubicato a sud di Valguarnera Caropepe (EN). L'area fa parte dell’omonima...

 

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Sicilianezza di Giugno 2024

Adele Gloria, l'unica artista futurista siciliana

di Pippo Lombardo

Ancora agli inizi nel '900 non era facile per una donna intraprendere la carriera di artista, nonostante già la storia dell'arte annoverasse artiste contemporanee anche...

 

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Sicilianezza di Aprile e Maggio 2024

Monastero e Chiesa di Santa Caterina a Palermo

Palermo è una città ricchissima di storia, altrettanto ricca di bellezze artistiche tra monumenti civili, palazzi...

 

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Sicilianezza

di Marzo 2024

Mostra “Palermo Liberty – The Golden Age”

di Pippo Lombardo

Nel magnifico Palazzo Sant’Elia, in Via Maqueda, 81, a Palermo è ancora visitabile, fino al 30 maggio 2024, la meravigliosa mostra “Palermo Liberty – The Golden Age”. Si tratta dell'esposizione di ben...

 

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Sicilianezza

di Febbraio 2024

Chiesa della Madonna del Carmine a Palermo

di Pippo Lombardo

Addentrandosi tra le vie e viuzze del centro di Palermo, andando verso il suo cuore più autentico e originario, si giunge in quel quartiere che prende nome di Albergheria, dove in tempi remotissimi si tramanda che i Fenici getterono le prime fondamenta della città. Qui si trova anche...

 

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Sicilianezza

di Gennaio 2024

La Madonna del Pilar - di Rocco Lombardo

Definito nei documenti "grande" in confronto ai quattro delle navate denominati "mezzani", il quadro è in effetti una grandiosa pala, collocata sull'altare sinistro del transetto. Dalle carte di archivio non si ricava...

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Sicilianezza di Dicembre 2023

Chiesa degli Agonizzanti e Oratorio del Santissimo Sacramento

di Pippo Lombardo

Carini è la cittadina che ospita queste due meraviglie che con i loro tesori abbagliano lo spettatore. Infatti, parliamo di luoghi sacri abbelliti con grande maestria da abili mani "serpottiane"...

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Sicilianezza di Novembre 2023

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

di Pippo Lombardo

Singolare la bellezza di questa scultura, come singolare il suo rinvenimento avvenuto nel Canale di Sicilia in due momenti diversi: nella primavera del 1997 e nello stesso punto nel...

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Sicilianezza di Ottobre 2023

La civiltà del vino nella Sicilia centrale e i palmenti rupestri di Cozzo Matrice

di Gaetano Cantaro

 

Nell’area dei Monti Erei sono censiti oltre un centinaio di siti archeologici, spesso misconosciuti, che coprono un lungo periodo storico compreso tra il Paleolitico superiore e l’Età del Ferro, cioè tra 15.000 anni fa e l’VIII secolo a.C.. Qui la popolazione umana si sviluppò...

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Sicilianezza di Settembre 2023

Paolo Vetri, insigne pittore ennese

In occasione del Premio Nazionale di Pittura "Paolo Vetri" - seconda edizione 2023, ci sembra opportuno proporre come "sicilianezza" lo stesso Paolo Vetri, insigne pittore ennese (1855-1937). Ripercorriamo brevemente...

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Sicilianezza di Agosto 2023

Lu fattu di Bbissana

(Bhotta di sangu)

Opera in versi dialettali siciliani di Alessio Di Giovanni

Alessio Di Giovanni (Cianciana 1872-Palermo 1946) rappresenta uno dei massimi cantori in dialetto siciliano di tutti i tempi. Uomo studioso e colto, scelse di scrivere le sue numerose e svariate opere usando la parlata siciliana allo scopo, non solo di custodire e tramandare il valore...


 

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Sicilianezza di Luglio 2023

Gipsoteca dell'Accademia di Belle Arti di Palermo

di Pippo Lombardo

Si tratta di una collezione di notevole interesse storico-artistico che custodisce ben 150 gessi che riproducono fedelmente capolavori di scultura che spaziano dall’antichità fino a giungere all’Otto e Novecento.


 

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Sicilianezza di Giugno 2023

Connessione: tra sintesi e sìnchisi

di Pippo Lombardo

Connessione: norma moderna, anzi modernissima, mendace in tal senso, infatti è vetusta almeno come scaturigine certa di ogni attività connessa, appunto, alla natura.

 

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Sicilianezza di Maggio 2023

Donne, amori e bellezze nella girandola del tempo -

Di Gaetano Cantaro

Una volta, nelle placide notti stellate ennesi il suono del marranzano (“nangalarruni”) accompagnava i canti d’amore o di “sdegno”, dedicati a quelle donne che, a seconda dalle circostanze, erano destinatarie di amore oppure disprezzo...

 

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Sicilianezza di Aprile 2023

La Settimana Santa in Sicilia: tra estasi ed estetica nell'arte fotografica di Salvo Alibrio

di Pippo Lombardo

Sussulti estetici e spasmi emozionali colgono lo spettatore davanti agli scatti di Salvo Alibrio che in appena qualche secondo cattura secoli di atmosfere pasquali, restituendole al futuro per custodirne la memoria...

 

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Sicilianezza di Marzo 2023

Aidone e il suo Museo archeologico

di Serena Raffiotta

A sfogliare il guest book, il libro dei visitatori, del museo archeologico regionale di Aidone e a leggerne le recensioni sui più noti portali turistici saltano immediatamente agli occhi i commenti più ricorrenti: “Una piacevole sorpresa”, “Meta irrinunciabile” o ancora “Da non perdere”.

 

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  1. Acrolito, fine VI secolo a.C. - marmo di Thasos
  2. Testa di terracotta policroma da statua votiva raffigurante Ade, IV-III secolo a.C

  3. Mezzobusto votivo di divinità femminile in terracotta, III secolo a.C

  4. La dea di Morgantina, statua di divinità femminile in calcare e marmo di Paros, fine V secolo a.C

  5. Statuetta votiva di divinità femminile in terracotta, III secolo a.C.

  6. Testa in marmo di Paros della dea di Morgantina, fine V secolo a.C.

  7. Olpe attica a figure nere con Dioniso e satiro dalla necropoli arcaica, fine VI secolo a.C

Sicilianezza di Febbraio 2023

Il "casciarizzo" del Duomo di Enna

A distanza di 700 anni dalla sua fondazione, il Duomo è il monumento della città che più di ogni altro continua a rivestire un ruolo attivo per l’identità della nostra comunità. Edificato per volontà della Regina Eleonora d’Angiò, moglie di Federico d’Aragona, e inaugurato nel 1307, il Duomo di Enna “è quello che è” grazie all’impegno di intere generazioni di cittadini e rappresenta, anzi contiene, “l’anima della religiosità” del popolo ennese.

Una delle opere d’arte più rilevanti del monumento è il Casciarizzo, il mobile da sacrestia che occupa l’intero lato destro della Cappella di S. Andrea.

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"Casciarizzo" del Duomo di Enna (frontale)

Sicilianezza di Gennaio 2023

Oratorio di San Lorenzo - Palermo

Forse non tutti sanno che sull'altare dell'oratorio di San Lorenzo a Palermo fino al 1969 campeggiava "La natività con i santi Francesco e Lorenzo" (1609), una delle poche opere che il Caravaggio lasciò in Sicilia durante gli ultimi anni della sua vita, quando andava fuggendo perchè colpito dalla condanna a morte per l'uccisione a Roma di Ranuccio Tomassoni nel 1606. E forse non tutti sanno che si possono ammirare affrecshi di Gugliemo Borremans e ancora forse pochi sanno che l'oratorio di san Lorenzo conserva splendide decorazioni di Giacomo Serpotta (Palermo 1656 - 1732), maestro insuperato nell'arte dello stucco.

Otto "teatrini" racchiudono scene dei due santi, e tutto intorno si sviluppa un tessuto scultoreo di pregevole fattura e costruzione artistica esaltata da magnifiche figure femminili allegoriche, lungo le pareti di destra e sinistra, di altrettante belle figure maschili "sedute" sulle mensole dei grandi finestroni, e da un fitto gioco di angeli e putti alati che arricchiscono esteticamente le pareti. Ci vollero lunghi anni di lavoro, dal 1699 al 1706, per realizzare questo capolavoro assoluto. La naturalezza delle forme e delle pose, la sbrigliatezza dell'immaginazione serpottiana, la lucentezza della superficie degli stucchi, quasi si trattase di opere scolpite in marmo, rendono l'ambiente unico nel suo genere.

Di certo, chiunque resta abbagliato da tanta perizia, da tanta creatività, da tanta bellezza. Consigliamo, quindi, a chi si trovasse a Palermo nelle vicinanze della Kalsa, di recarsi in via Immacolatella, al n. 5, ed entrare nell'Oratorio di san Lorenzo, se vuole assaporare l'estasi.

Pippo Lombardo

Sicilianezza di Dicembre

Casa-Museo Giovanni Verga

Per il centenario della morte del grande scrittore siciliano Giovanni Verga, molte sono state le inziative culturali di notevole interesse organizzate per celebrare uno dei più importanti scrittori italiani di tutti i tempi. Dalla sua prolifica penna sono nati numerosi romanzi, novelle, bozzetti, popolati da figure letterarie di straordinaria forza e profondo significato: padron 'Ntoni, mastro don Gesualdo, Rosso Malpelo, la Lupa, Mazzarò, e tanti altri ancora, ma la Sicilia è la sua più autentica protagonista, soprattutto nelle sue famosissime pagine veriste.

A lui poi sono debitori molti scrittori posteriori come De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, solo per citarne alcuni, ma l'lelnco è molto più esteso.

Quindi, a conclusione di questo anno durante il quale Verga è tornato protagonista, è doveroso dedicargli l'angolo della "Sicilianezza" di dicembre con uno spazio dedicato alla sua Casa-Museo che custodisce sia gli ambienti in cui visse lo scrittore, sia la sua biblioteca, sia i suoi cimeli.

Ovviamente con l'invito di andare a visitare un luogo che inevitabilmente suggestiona il visitatore che ha amato Verga e la sua letteratura senza tempo.

Pippo Lombardo

Sicilianezza di Novembre

FLORENTINUS CIVIS MAZZARENI”: RIFLESSIONI SULL’OPERA DI FILIPPO PALADINI PER IL DUOMO DI ENNA

Di Filippo Paladini non parlano molto i libri di storia dell’arte, nonostante nel 1967 il grande storico dell’arte Cesare Brandi abbia prestato la sua penna al saggio introduttivo del catalogo della mostra monografica organizzata a Palermo. Si tratta di un pittore di fatto siciliano benché, come lo descrivono le fonti d’archivio fosse “florentinus civis Mazzareni” (Fiorentino cittadino di Mazzarino).

La vita di Filippo Paladini è molto vicina, per accadimenti, a quella di un altro grande e ben più famoso artista: Caravaggio. Filippo nasce nel 1544 a Casi in Val di Sieve e già giovanissimo realizza una prima opera a Vinci. In Toscana è vicino al sentire artistico di Andrea Del Sarto e del Pontormo, i quali, entrambi, ritorneranno straordinariamente anche nell’opera ennese del nostro. Nel 1586, poco più che ventenne, viene condannato alla galea per delle violenze e l’anno successivo si trova a Pisa per scontare la pena che doveva essere di tre anni, salvo poi ritrovarlo a Malta già nel 1589 dove firma gli affreschi del palazzo del Gran Maestro dell’ordine di Malta. Nel 1595 i suoi benefattori maltesi ne chiedono il rientro in Toscana, ma nel 1601 lo troviamo a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, dove qualche anno dopo sarà detto “civis” anche a causa di un matrimonio contratto con una donna del luogo. Tra il 1612 e il 1613 firma le 5 pale che decorano l’abside del duomo di Enna, poco prima di morire, nel 1614, a Mazzarino.

Da questa vita rocambolesca, la Sicilia centrale ottiene un buon numero di opere realizzate da un pittore toscano vicino ai grandi maestri del Manierismo centro-italiano. Filippo Paladini, quindi, fu capace di portare in Sicilia, e in particolare nelle impervie aree centrali dell’isola, una ventata di novità artistica capace di porre in relazione l’esperienza dell’Italia continentale con quella della Sicilia. Oltre a un confronto con il Manierismo toscano emerge poi, soprattutto nelle opere ennesi, il tocco di un pittore colto, conoscitore anche delle opere del primo Cinquecento di stampo nordico, come le incisioni di Albrecht Dürer.

Questa splendida commistione stilistica rintracciabile nella figura del Paladini risulta ancora più evidente se si guarda alle opere ennesi. Si prenda come primo esempio la Presentazione al tempio di Gesù (Fig. 1) del duomo di Enna. Da un fondo scuro emerge l’altare visto d’angolo su cui si impongono le figure del Bambin Gesù, della Vergine e del sommo sacerdote, mentre un’ancella offre le spalle all’osservatore. Sul fondo una serie di altri personaggi attende alla scena mentre un angelo turiferario in alto agita un turibolo carico di incenso. L’opera sembra essere in stretto contatto con la serie de La vita della Vergine del tedesco Dürer del 1506, soprattutto in riferimento all’angelo turiferaio de La nascita della Vergine (Fig. 2), mentre l’impianto generale ricorda quello de La presentazione al Tempio (Fig. 3) dell’incisore tedesco. L’opera di Paladini così densa di abilità pittorica, probabilmente, guarda molto da vicino anche il Caravaggio napoletano. A riguardo, infatti, l’angelo del Paladini avvolto in un turbinoso tessuto sembra essere una diretta conseguenza di quello de Le sette opere di Misericordia (Fig. 4) di Caravaggio a Napoli, che torna anche se si guarda all’indigente sdraiato di spalle nella parte bassa sia nell’opera di Caravaggio, sia nella Presentazione al Tempio della Vergine (fig. 5) del Paladini a Enna.

Per i contatti con il Manierismo toscano, invece, si faccia riferimento, alla Visitazione (Fig. 6) del Paladini nel duomo di Enna. Nella parte bassa si nota un’ancella ritratta di spalle e a mezzobusto con una caratteristica cuffietta (Fig. 7). La posa, la forma, lo stile e la cuffietta sembrano guardare a un identico dettaglio rintracciabile negli affreschi per la Certosa di Galluzzo (Firenze) eseguiti tra il 1523 e il 1525 da Pontormo (Fig. 7.1). Nello stesso quadro del Paladini, poi, sulla destra si vede un uomo con un sacco sottobraccio (San Giuseppe) (Fig. 8), che senza ombra di dubbio è rielaborato dall’omonimo soggetto di Andrea del Sarto del 1524 presente a Firenze nel chiostro dello Scalzo (Fig. 8.1).

Questi riferimenti e contatti, quindi, servono a dare conto dell’importanza di Filippo Paladini nel panorama artistico non solo siciliano, ma genericamente italiano. Grazie all’attività di questo straordinario pittore la Sicilia centrale, come accaduto altre ma rare volte nella sua storia, riuscì a imporsi come centro culturale e artistico di rilievo. L’opera del Paladini, quindi, considerata la sua importanza, potrebbe essere uno dei tanti punti di avvio di una rinascita culturale della Sicilia centrale che custodisce segreti e qualità artistiche che non sono seconde ad altri territori più gettonati.

Angelo Bartuccio

Sicilianezza di Ottobre

L’archeologia urbana a Enna:

dal Mito alla Storia

di una città antica “invisibile”

Francesca Valbruzzi

 

La città antica di Enna è ritenuta ancora oggi invisibile non certo perché i frammenti del passato siano spariti e non siano più rintracciabili sotto i depositi del tempo. La sua natura rupestre, infatti, ne assicura la conservazione nelle fondamenta della città moderna. Come vedremo, infatti, gli archeologi negli ultimi quindici anni hanno fatto emergere le pietre antiche. Ma il problema è che queste restano “nuda pietra” se non si riesce a spiegare cosa erano, permettendo, ovviamente, a tutti di poterle vedere e capire il passato della città, per connetterlo al proprio presente.

Italo Calvino è riuscito a darci un’immagine letteraria di queste “città invisibili” che stentano a riemergere dal passato e nel suo testo omonimo troviamo felici definizioni di ciò che dovrebbero cercare gli archeologi nella memoria di pietra delle città antiche: “Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano

La memoria depositata nelle stratificazioni di una città non “dice il suo passato”, ma “lo contiene” come un segno muto. Proverò in questo breve racconto a leggere i segni della storia antica di Enna mettendo insieme i frammenti del passato riemersi dal sottosuolo in questi ultimi anni.

L'immagine della città antica di Enna è ormai scomparsa nella sua originaria unità urbanistica, architettonica e paesaggistica. La lunga continuità d'uso del sito urbano sul vasto pianoro ondulato della montagna che domina la Sicilia centrale ha determinato la scomparsa dei livelli di vita dell'insediamento antico. Costruendo "per via di levare" le generazioni che si sono succedute sull’elevata formazione rocciosa hanno finito per insediarsi al di sotto dei livelli precedenti ed hanno utilizzato le parti costruttive dei monumenti antichi come materiali di spoglio per l'edificazione della città medievale e moderna. 

L'archeologia urbana a Enna, quindi, deve necessariamente cercare le tracce dell'antico nelle stratigrafie rovesciate dei depositi moderni accumulati sulle scoscese pendici e nelle "grotte" riutilizzate fino in età contemporanea.

Negli ultimi quindici anni sulle pendici del centro storico di Enna sono state realizzate indagini archeologiche sistematiche a cura della Soprintendenza in collaborazione con il Comune di Enna sotto la mia direzione scientifica e degli archeologi Enrico Giannitrapani e Rossella Nicoletti. Tali vaste ricerche hanno illuminato alcuni squarci di storia urbana, a partire dalle fasi medievali fino all’età greco-romana (Fig. 1).

Una campagna di scavi archeologici è stata condotta nel 2006 nell’area di Ianniscuro, caratterizzata da una porta urbica in pietra lungo un percorso medievale di accesso alla parte sud-occidentale del pianoro sommitale, dove sorse alla fine del XIV secolo il quartiere di Fundrisi, che ospitò la popolazione cacciata ad opera del re Martino dal casale di Fundrò. Nel corso di queste ricerche è stato possibile datare ad età altomedievale l’epoca di costruzione di una torre quadrata di difesa che conobbe varie fasi di vita fino all’ultima età sveva, quando venne distrutta (Fig. 2). 

Lungo tutte le pendici della montagna sono state condotte esplorazioni sistematiche da cui è emersa una presenza diffusa nel perimetro del pianoro di ipogei funerari assegnabili per la tipologia architettonica ad età romana e bizantina.

Si può oggi associare alla tipologia del columbarium il vasto ipogeo denominato della Spezieria, che lo studio topografico del grande Soprintendente archeologo Paolo Orsi, nel 1930, qualificava come “antro sacro di età greca con edicole” (Fig. 3). La nuova identificazione e datazione nella prima età imperiale è scaturita dal confronto con altri ipogei con nicchie per la deposizione di urne rinvenuti nelle necropoli rupestri del territorio ennese: le necropoli di Canalotto, presso Calascibetta, e di S. Onofrio, presso Nicosia. Tale monumento funerario, posto a strapiombo sul costone meridionale della montagna, si affacciava sulla antica via di accesso alla città che si inerpicava attraverso il vallone Pisciotto. 

Arrampicandomi in cordata sulle pareti quasi verticali che dominano il vallone con l’aiuto dei rocciatori che stavano lavorando alla messa in sicurezza della strada sottostante, io stessa ho potuto documentare un sistema di catacombe, realizzato in epoca tardoantica scavando l’intera larghezza del costone roccioso, che conserva ancora ampie camere ipogeiche dotate di loculi e arcosoli paleocristiani.

Il paesaggio funerario urbano trova delle forti analogie nel contesto rurale, caratterizzato da una diffusa presenza di necropoli rupestri con tombe a cassa e ad arcosolio. Lungo le principali direttrici viarie dell’annona di Roma che collegavano il Municipium di Henna ai caricatori del grano della costa tirrenica, si dislocarono, in questa epoca, insediamenti agrari dotati di architetture funerarie che si rifanno alle tipologie urbane. Tale evidente analogia dei monumenti sepolcrali deve essere interpretata alla luce di una stretta interrelazione sociale ed economica tra città e campagna. La ricca produzione agricola delle campagne ennesi dovette, infatti, essere alla base dello sviluppo urbano di età romana e bizantina che sembra di cogliere dalla vasta estensione delle necropoli paleocristiane sulla montagna di Enna.

In età romana imperiale l'area delle necropoli di Henna si estese lungo tutto il versante orientale, fino ad invadere lo spazio sacro dell'acropoli greco-romana, con la realizzazione degli ipogei con arcosoli che ancora parzialmente si conservano alla base della Rocca di Cerere (Fig. 4).

Le ricerche archeologiche condotte in contrada S. Ninfa nel 2008, entro una valletta che si apre tra il Castello di Lombardia e la Rocca di Cerere, hanno rivelato la presenza di tombe scavate sul banco roccioso che sovrasta il terrazzo su cui sono stati rinvenuti i resti di un piccolo edificio basilicale riferibile ad età bizantina, che ha restituito frammenti di affreschi figurati (Fig. 5).

Tale contesto cultuale paleocristiano oblitera una precedente opera di monumentalizzazione della stessa area. In epoca classica, infatti, erano state realizzate sulla parete rocciosa antistante alla basilichetta una serie di edicole con timpano, che vennero poi cristianizzate dall'incisione di croci (Fig. 6).

In età greca venne realizzato anche l’ambiente rettangolare, parzialmente scavato nel banco roccioso sul terrazzo soprastante alle edicole, che ha le misure delle sale con le banchine per i pasti rituali, che si rinvengono in Sicilia all’interno dei santuari demetriaci. Interessante anche la presenza lungo il margine orientale del terrazzo di un profondo incavo intagliato nella roccia con gradini che potrebbe essere interpretato pozzo di deposizione nelle viscere della terra delle offerte sacre alle dee ctonie, Demetra e Persefone (Cerere e Proserpina/Libera), quali porcellini, frutti o vasellame e statuette figurate (Fig. 7). 

Cicerone nelle Verrine decanta la bellezza del grande santuario “panellenico” (onorato da tutte le città greche e dalla stessa Roma) che egli stesso aveva visitato sull’Acropoli di Henna, quando nel 70 a.C. girò tutta l’Isola per cercare le prove delle malversazioni e depredazioni del governatore romano. 

Sulla parte sommitale sorgevano i Templi dedicati a Cerere e Libera, davanti a cui erano collocate due grandi statue della Madre e di Trittolemo. Orsi aveva individuato la posizione dei plinti statuarie dagli intagli evidenti sul piano della Rocca. Inoltre nel tempio a lei dedicato era custodita un’antica statua bronzea di Demetra, molto preziosa. Ma a causa dell’opposizione del popolo Ennese il governatore Verre riuscì a sottrarre al santuario solo la piccola statua della Vittoria che la statua colossale della Dea recava sul palmo della mano. L’oratore romano descrive l’ampiezza e l’amenità del santuario demetriaco che comprendeva le pendici della montagna con boschi e fonti perenni, fino ad affermare: “Questa città non sembra tanto una città, quanto una dimora consacrata a Cerere”.

Dovette servire proprio a segnare l’ampiezza del temenos, il recinto del santuario demetriaco, la famosa iscrizione documentata da Rosario Carta, assistente di Paolo Orsi, che era incisa su un masso situato sulle pendici sottostanti la Rocca, mai più ritrovato. 

L’iscrizione in pietra, databile tra il IV ed il III sec. a. C., recava una dedica alla “DAMETER ENNAION”, alla “Demetra degli Ennesi”, probabilmente un ex voto da parte di un cittadino del cui nome era leggibile solo la terminazione “..ARKOS” (Fig. 8).

La più antica monetazione di Henna, con la dicitura ENNAION (degli Ennesi), riporta un'originale iconografia di Demetra, con un fascio di spighe di grano, che conduce una quadriga trainata da cavalli sul dritto, e la stessa Dea in atto di compiere un sacrificio accanto ad un altare cittadino, recante in mano una torcia accesa. Si tratta di litre in argento, datate tra il 460 ed il 450, che testimoniano della stretta connessione tra il culto di Demetra e la polis di ENNA. Successivamente la monetazione bronzea della città ellenistico-romana richiamerà nuovamente le immagini delle divinità del culto demetriaco, tra le quali, insieme alla Madre, la figlia Persefone e l'eroe attico Trittolemo.

Del paesaggio sacro descritto da Cicerone dovevano far parte le strutture rupestri individuate dagli scavi archeologici nel 2008. Esse sorgono, infatti, lungo un antico percorso che scalava l’Acropoli da sud-est, costituendo una sorta di via sacra, lungo la quale si svolgevano, probabilmente, i riti demetriaci dell’Anabasi (la Risalita) verso i templi ove avveniva l’Epifania (l’Apparizione) delle Dee. Tali cerimonie erano riservate alle donne e prevedevano una loro permanenza di alcuni giorni nell’area sacra, con il consumo di pasti rituali in comune, la deposizione presso altari e pozzi sacri di offerte votive, e la veglia notturna presso un alloggiamento con tende.

È suggestivo osservare la posizione scenografica del sito ove sorge la sala per banchetti: la terrazza è proiettata, a volo d’uccello, verso la sommità dell’Etna e le sue bocche infuocate, presso le quali il Mito raccontava che Demetra avesse acceso la fiaccola per illuminare le notti nella sua ricerca disperata della figlia rapita da Ade. Viene in mente l’immagine della più antica moneta “degli Ennesi”, che rappresenta Demetra ritratta in atto di sacrificare presso un altare, con in mano una fiaccola accesa. Sembra, quindi, che l’acropoli orientale di Enna fosse il luogo naturale dove far rivivere in Sicilia il mito e i misteri delle Dee eleusine.     

Nell’area oggi occupata dal Castello di Lombardia non resta nulla dell’antico splendore dei templi, che vennero smontati per realizzare le strutture difensive, quando l’Acropoli, in età alto medievale, perde le sue funzioni cultuali millenarie, per assumere un ruolo strategico nella difesa della città sotto l'incalzare degli assalti islamici. Prima di allora, con il tramonto del paganesimo, era già divenuta luogo di sepoltura con edifici di culto paleocristiani.

Negli anni 1912-1913 l'Orsi aveva esplorato, all'interno del cortile orientale del Castello di Lombardia, denominato di S.Martino per la presenza di un’antica chiesetta, alcune tombe antropomorfe intagliate nella roccia, attribuendole ad età bizantina. Più recentemente nel cortile occidentale della Maddalena, sono stati messi in luce dagli scavi della Soprintendenza una serie di catacombe e loculi paleocristiani, inglobati più tardi nel fossato difensivo di età tardo bizantina (Fig. 9). 

Anche la piccola basilica bizantina di S.Ninfa, durante gli assalti islamici, venne dismessa a favore della realizzazione di un muraglione di difesa a guardia della via di accesso da oriente alla città. 

Dopo la caduta della città nel 859, nella valletta si costituì un alloggiamento militare con capanne scavate nella roccia a presidio dell’accesso da valle all’estremità orientale della Montagna, su cui sorgerà in fasi successive il Castello medievale. Di questo accampamento sono emersi dagli scavi focolari all’aperto con il loro modesto corredo di pentole. Sono i segni della fine dell’età antica e del sopraggiungere del Medioevo in cui la millenaria città di Henna si trasformerà nella nuova Qasr Janni. In età normanna, mentre sorgeva il Castello, la valletta di Santa Ninfa venne completamente abbandonata. La vita nel sito riprenderà solo in età Sveva, quando sorgerà, a fianco del maniero monumentale, un quartiere artigianale. Gli scavi hanno riportato in luce un complesso sistema di canalizzazione collegato ad un pozzo, dentro il quale giaceva un deposito di maioliche che datano la fine del suo utilizzo all’epoca di Manfredi (Fig. 10).

Questa la storia della città di Enna in età antica ed altomedievale ricostruibile attraverso le “nude pietre” che gli archeologi hanno pazientemente messo in luce e restituito alla memoria collettiva.

Spiace che nel “Museo del Mito”, appena realizzato per opera del Comune, non siano illustrate le scoperte archeologiche che ho fin qui descritto. Come purtroppo capita sempre più spesso, infatti, il museo aperto dall’oggi al domani, con grande clamore trionfale da parte del Comune, sotto la Rocca di Cerere presenta solo un allestimento multimediale con un video che mescola riferimenti generici al Mito di Demetra con immagini stereotipate che nulla hanno a che fare con la storia del grande santuario panellenico di Enna che l’archeologia è riuscita a raccontare, facendo riemergere i segni antichi che la “città invisibile” ancora contiene. 

Ma la città non “dice il suo passato”, ha bisogno di acquistare voce attraverso i suoi interpreti, gli archeologi e gli storici. Occorrerebbe, quindi, smontare il roboante “Museo del Mito”, che oggi costituisce un “non-luogo”, un deludente miraggio turistico, peraltro assai costoso, che ha privato di memoria storica un luogo invece fortemente simbolico per la comunità cittadina.  Nella sua sede dovrà essere progettato, in forte connessione con il percorso del parco archeologico urbano di Santa Ninfa, un nuovo allestimento museale che sappia raccontare agli Ennesi e al mondo la storia di una Città che, come ricorda Cicerone, poteva ben dirsi “una dimora consacrata a Cerere”.

 

Bibliografia essenziale

Giannitrapani E., Valbruzzi F. (2016) - Dāmā́tēr Ennaion (Demetra, Dea degli Ennesi). Per un museo del mito a Enna, in Miti, Luoghi, paesaggi e itinerari di Demetra e Kore Ennesi. Enna, FAI Delegazione.

Giannitrapani, E., Nicoletti, R., F. Valbruzzi. (2020) - Nuovi dati provenienti dalle indagini archeologiche presso la Rocca di Cerere a Enna: crisi e trasformazione delle strutture urbane in età tardoantica e altomedievale, in Arcifa L., Sgarlata M. (a cura di), From Polis to Madina. La trasformazione delle città siciliane tra tardoantico e altomedioevo: 173-191. Bari: Edipuglia.

Valbruzzi F. (2014) - Contributo all’archeologia dell’antica Henna e del territorio degli Erei. Sicilia Antiqua XI: 501-514.

Valbruzzi F. (2014) - Henna: l'immagine scomparsa di una città antica e l'archeologia urbana, in Congiu M., Micciché C., Modeo S. (a cura di), Viaggio in Sicilia. Racconti, segni e città ritrovate: 73-97. Caltanissetta, S. Sciascia Editore.

Valbruzzi F. (2015) - Sulle orme di Paolo Orsi: la ricerca archeologica nell'antica Enna dall'Unità d'Italia al nuovo millennio, in Guida M. K., Russo P. (a cura di), Arti al Centro. Ricerche sul patrimonio culturale della Sicilia centrale 1861-2011: 251-267. Enna, Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna.

Valbruzzi F. (2016) - Il paesaggio funerario di Henna e del suo territorio in età tardoantica, in Parello M. C., Rizzo M. S. (a cura di), Paesaggi urbani tardoantichi. Casi a confronto, Atti della VIII edizione delle Giornate gregoriane: 215-222. Bari, Edipuglia.

Valbruzzi F., Giannitrapani E. (2015) - L'immagine ritrovata di una città antica: l'archeologia urbana a Enna, in Anichini F., Gattiglia G., Gualandi M. L. (a cura di), Mappa Data Book 1. I dati dell'archeologia urbana italiana: 39-55. Roma, Edizioni Nuova Cultura.

 

Didascalie

Fig. 1 – Carta archeologica di Enna

Fig. 2 – Veduta del lato occidentale del bastione di età medievale di San Bartolomeo-Janniscuro

Fig. 3 – La Grotta della Spezieria

Fig. 4 – Carta di distribuzione e vedute delle necropoli ipogeiche di età greco-romana di Enna

Fig. 5 – La piccola basilica paleocristiana di Contrada Santa Ninfa

Fig. 6 – Il santuario di Demetra a Contrada Santa Ninfa: la parete con le edicole votive di età ellenistica

Fig. 7 – Il santuario di Demetra a Contrada Santa Ninfa: la lesche o sala dei banchetti di età ellenistica

Fig. 8 - Taccuino Orsi n. 147 (1930) descrizione e rilievo dell'iscrizione dedicata a Demetra rinvenuta nei pressi della Rocca di Cerere

Fig. 9 – Veduta del Castello di Lomabardia

Fig. 10 – L'impianto artigianale di età medievale di Contrada Santa Ninfa



Sicilianezza di Settembre

 L'arte del corallo a Trapani

Chi si spinge a viaggiare fino a sud dell'Italia con l'intento di visitare la Sicilia e le sue innumerevoli bellezze naturali e artistiche, non può perdersi quel tripudio della vista e dell'anima che ne deriva da una visita alla sezione  dedicata alla lavorazione artigianale del corallo, presso il museo regionale "Agostino Pepoli" di Trapani.

Il corallo, sintesi del regno animale, vegetale e minerale, sin dalla più remota antichità per il suo acceso rosso sangue fu oggetto di culto, elemento esoterico per antonomasia, e gli si attribuiva un potere salvifico straordinario contro il male in ogni sua manifestazione, tanto da essere ritenuto vera e propria panacea in culture tra le più diverse e distanti nel tempo e nello spazio: a partire dagli antichi egizi, babilonesi, indiani e tibetani, fino ai fenici e ai greci per giungere ai romani, diffondendone l'uso anche tra le culture nordiche.

Il portato della sua storia è vastissimo e contamina letterature, religioni, arti, seducendo da sempre scrittori ebrei, cristiani, musulmani, pittori, orafi, soprattutto di cultura mediterranea, gente comune che se ne ornava e se ne orna ancora, attribuendogli prezioso valore  estetico, simbolico, scaramantico, ambiguo, polivalente.

Ma è nelle mani degli artigiani-artisti che il corallo docile si trasforma in manufatti di una bellezza abbagliante, allentando i suoi legami culturali e cultuali con l'apotropaico per stringerne di  nuovi con la fede cristiana assurgendo agli onori dell'altare in quell'ostentazione di ricchezza e in parte ancora di potere di allontanamento del male. Ed ecco appaiono ai nostri occhi gioielli stupefacenti come ostensori, calici, lampade pensili,  acquasantiere, alzate di bronzo, di argento, di rame, di ottone dorato, tempestati di scagliuzze e frammenti di corallo, in fogge sempre eleganti, dai toni caldi e avvolgenti. La fantasia sembra non avere limiti e si esprime con massima libertà decorativa nella realizzazione anche di monetieri, di tabernacoli  che si innalzano in forme architettoniche raffinate, simmetriche, o in placche bordate con motivi che sembrano magnifiche trine di antichi corredi nobiliari. Gli artigiani-artisti trapanesi raggiungono una perfezioni mai vista grazie alla tecnica del "retro-incastro" di pezzetti di corallo che assumono forme di punti esclamativi, punti, virgole, semisfere, che ricoprono superfici con motivi a rosoni, fiori, losanghe racchiusi in cornici smaltate ed embricate che costituiscono raro esempio di bellezza cromatica.

E ancora tanto altro si potrebbe dire sul corallo di scrigni, crocifissi, paliotti, presepi, reliquiari, diademi, specchiere, candelieri che adronavano le ricche case nobiliari siciliane, status simbol di un'antica tradizione familiare da difendere, ostentazione di un'opulenza che serviva a rafforzare il potere sociale e politico  del casato, a partire dal XVI secolo, quando gli artigiani-artisti trapanesi erano già ritenuti ineguagliabili in questo ambito e la loro fama  e i loro manufatti si erano diffusi in tutta Europa, dalle dimore di ricchi borghesi a quelle dei nobili, alle dimore dei re. 

Concludiamo citando esempi di manufatti trapanesi in corallo di notevoli dimensioni e favolosa bellezza: "La montagna di corallo", di cui resta una descrizione dettagliata di don Pietro Gregorio, tesoriere generale del Regno di Sicilia (XVI sec.), andata in dono al re Filippo II e del 1600 i pezzi acquistati da Claude Lamoral esposti nel museo del castello di Beloeil.

Cosa aggiungere oltre?  Che senz'altro vale la pena visitare la sezione dei coralli al Museo Pepoli di Trapani.

 

Pippo Lombardo

 

Sicilianezza di Luglio

Paolo Vetri

Insigne pittore ennese

(Castrogiovanni, 1855- Napoli, 1937)

Paolo Vetri manifesta già da piccolo una notevole abilità nel disegno. A dodici anni il comune della città di Castrogiovanni (oggi Enna) gli assegna una pensione mensile da 50 lire che gli consentirà di trasferirsi a Napoli. Qui studia prima col maestro Giuseppe  Mancinelli  e  poi con il maestro Domenico Morelli.

Nel 1874 partecipa al concorso per il pensionato artistico della Sicilia, classificandosi primo ex aequo con il pittore Ettore Ximenes. Vince, poco dopo, un primo premio anche alla  Mostra Nazionale di Napoli.

Ben presto si avvia all'arte ritrattistica dove raggiunge notevoli risultati.

Nel 1876 esegue i suoi primi affreschi nella Cappella della Villa Rotondo alle Due Porte.

Nel 1879 si sposta a Firenze, dove entra a contatto con i macchiaioli, come testimoniano due sue opere: “Convalescenza” e “Casa di campagna”.

Numerose sono le mostre a cui partecipa in l'Italia e in Europa. Molto intensa la sua attività di pittura di affresco in tutta l'Italia Meridionale, dove ha lasciato  suoi capolavori nella Chiesa del Gesù, nella Chiesa di Santa Brigida, nella  Biblioteca Lucchesi Palli a Napoli, nella  Villa Pajno a Palermo, ecc...

Numerosi i suoi dipinti, fra cui citiamo “Ritratto di fanciulla” e “Zingara” (Palazzo Comunale di Enna), “Fanciulla che esce dal bagno” e “Dante e Virgilio dinanzi alla barca di Caronte” (Galleria d'Arte Moderna di Palermo), “San Gregorio Magno” e “San Giovanni Battista” (pale d'altare della Cattedrale di Ragusa). Per trent'anni ha insegnato all'Istituto di Belle Arti a Napoli, in cui aveva studiato in gioventù.

Pippo Lombardo

 

Sicilianezza di Giugno

La Sicilianezza di Giugno è rappresentata da un luogo dove si esibisce tanta bellezza, cultura e storia. Un museo singolare che ci invidiano in tutto il mondo, quello del costume, curato con passione e dedizione nel corso di tanti anni dal porfessore Raffaello Piraino, a Palermo.

Si ringrazia di cuore la dott.ssa Vanessa Bellanca che ha messo a disposizione tutto il materiale qui pubblicato.

Collezione Piraino

PRESENTAZIONE
«Solo chi è nato in Sicilia può comprendere cosa siano le soffitte dei nostri grandi palazzi: quei luoghi silenti della
memoria, ingombrati da una quantità di oggetti polverosi, affastellati in anni, secoli di vita da una vasta famiglia,
dove tutto viene conservato, generazione dopo generazione, con la cura meticolosa di chi ha rispetto degli avi, di chi
ha il culto sacro di chi non è più».
Raffaello Piraino


Il Professore Raffaello Piraino, noto docente universitario ed artista palermitano, si è dedicato nell'ultimo trentennio alla raccolta di una collezione personale, abiti e accessori d'epoca, provenienti dalle più illustri ed aristocratiche Famiglie isolane. La raccolta del Prof.re Piraino vanta un'importante attività culturale nazionale ed internazionale, e rappresenta una prestigiosa occasione per la divulgazione della storia del costume e della moda in Sicilia dal
1700 alla prima metà del 1900. 


La Collezione di Raffaello Piraino, consta di oltre cinquemila oggetti tra abiti, corpini, douillettes, paletots, manteaux, vesti da casa, robes volants, accessori, pizzi, tessuti, biancheria intima, stampe e accessori. Comprende anche abbigliamento popolare, etnico, uniformi civili, militari, abiti infantili e religiosi. Questi capi, provenendo in massima parte da antiche e prestigiose famiglie siciliane ed appartenendo ad epoche diverse (1700-­‐‑1950), ci conducono, ben più largamente del guardaroba di un singolo personaggio, al gusto e alle mode diffusesi e avvicendatesi nell'isola, e da ciò, al grado d'accettazione che esse riscossero ed a quali tipi d'interpretazione andarono soggette, rendendo possibile stabilire, al contempo, per il lasso di tempo compreso dalla raccolta, i rapporti commerciali intercorsi con altre regioni ed altri paesi. La ricchezza dei tessuti e dei ricami, i pregiati merletti e le targhe, delle più rinomate sartorie italiane e straniere apposte all'interno delle confezioni, confermano una stretta aderenza ai dettami della moda. Gran parte della raccolta riflette quindi, attraverso le elaborazioni di sartorie locali, la moda di Parigi, Londra e Vienna, comprendendo anche oggetti esteri originali giunti in Sicilia al seguito di quelle dame abbienti che, due volte l'anno, andavano in giro per l'Europa per piacere e acquisti.
Nomi celebri di couturiers compaiono sulle etichette dei capi custoditi nella Collezione. Per citarne alcuni: Dior, Poiret, Fortuny, worth junior, Schiaparelli, Doucet ecc. A questi seguono una miriade d'altre case italiane come: La Ville de Lyon Florence, Serafina Barberis-­‐‑Tourin, Angelici & Figli -­‐‑ Napoli. Nel corso del XIX secolo, le sartorie e gli ateliers di moda si moltiplicarono a Palermo nonostante avessero un ruolo esecutivo e non creativo. Per esigenze
commerciali, francesizzarono le loro insegne e le signore dell'aristocrazia e della ricca borghesia per i loro acquisti si recarono quindi da Madame P.J. Durand, dalla Pillitteri-­‐‑Merlet, dalle Mademoiselles Siracusà o da Madame Dedés che con la sua corsetteria altamente specializzata strinse anche il vitino di Donna Franca Florio eletta regina delle cronache mondane della Belle Époque. La crescente notorietà della raccolta Piraino ha moltiplicato le sue esposizioni in Italia e all'estero. 

La Collezione si arricchisce di continue acquisizioni, donazioni e comodati. L'interesse deglistudiosi, nazionali e internazionali è crescente e sempre più numerosi sono gli studenti che svolgono le loro tesi di laurea su vari aspetti della raccolta. Della Collezione si sono occupati con scritti e saggi critici i noti studiosi: Cristina Giorgetti (Università degli Studi di Firenze), Giuliana Chesne Daufhinè Griffo (Università degli Studi di Firenze), Maria Grazia Ciardi Duprè (Università degli Studi di Firenze), Antonino Buttitta (Università degli Studi di
Palermo).
La Fondazione Museo del Costume Raffaello Piraino si occupa prevalentemente della valorizzazione del patrimonio storico artistico espresso dalla Collezione Piraino, mediante esposizioni temporanee nazionali e internazionali in altre realtà museali ed istituzionali, e attraverso il coinvolgimento di collezionisti, studiosi, cultori, ricercatori, operatori ed allievi
del settore.  La Fondazione si propone di promuovere iniziative volte ad accrescere l'offerta culturale destinata alla comunità e ricercare fondi per la valorizzazione, gestione, restauro e fruizione della stessa collezione, nella convinzione che essa rappresenti un importante patrimonio storico, artistico e culturale della Regione Sicilia e dell'Italia stessa. La Fondazione si pone, inoltre, l'importante obiettivo di realizzare uno spazio espositivo museale permanente nella Città di Palermo, ecosostenibile e incentrato sulle nuove tecnologie del comunicare, che sia contenitore della Collezione Piraino e che funga al tempo stesso da luogo di conservazione, restauro, ricerca, catalogazione scientifica, esposizione e studio, della stessa. La Fondazione Museo del Costume Raffaello Piraino promuove lo sviluppo dello studio e della ricerca scientifica e la conseguente conoscenza del patrimonio storico artistico, attraverso corsi di formazione e master professionalizzanti, percorsi tematici, convegni, conferenze, workshop, incontri, presentazioni di volumi e di restauri, in collaborazione con le istituzioni
competenti locali, nazionali e internazionali, le Università, gli Istituti di Ricerca, etc.. 

 

Sicilianezza di Maggio

Ecco delle poesie (che nell'audio sono stralci, non intere) tratte dall'ultima Antologia "Senza Màcula" del poeta siciliano Alessio Patti. Sentimento profondo, ricercatezza lessicale, raffinatezza retorica, rendono questi testi in lingua aulica siciliana una preziosa filigrana, con tramature connotative che rimandano all'alta tradizione poetica di un "amore cortese" (quello inteso da Gaston Paris) rinnovato e vitale. Le sonorità che si liberano da una discriminazione di suoni sapientemente condotta attraverso una lettura ad alta voce, esaltano ancora di più l'espressione di intramontabili emozioni dell'anima umana.

Pippo Lombardo

 

Ddu mentri

Lu beddu corpu to 

è aurusu meli 

ca m’attrai comu l’apuzzi 

quannu su' attirati di li ciuri,

ma è puru ’n fruttu gerbu

tuttu di svilari,

c’ammustra labbra rosa

ca sannu già di celu.

Lu beddu corpu to 

è na vaddi culurata

ca spàmpina minnuzzi udurusi

di cannedda, nèttiri di li dèi,

n’armunia duci duci 

ca si lassa assapurari. 

Lu beddu corpu to 

è na magarìa capricciusa: 

nciamma li me’ vini 

comu a ’n suli càudu

e mi fa sèntiri ’n guelfu 

ca cummatti, ciatu a ciatu, 

contru a la so ghibillina

finu a lu scurari.

 

Nfatatu Amuri

O donna, quantu t’amu! 

M’alliscia lu to prufumu e 

mi nzunza lu to sapuri 

di duci sucu di granatu.

Di latti e meli sunnu li vasuni to’ 

ca nùtricanu lu me disìu 

di nfinitu amuri.

Li to’ carizzi, 

dilicati carizzi, 

sunnu comu a lu risinu: 

vagnanu lu me campu 

fattu di vini, sangu e

cori ca batti e ca ti va appressu.

Li labbra to’, 

di giniusa biddizza, 

avvàmpinu lu focu cucenti 

di chiddi me’ cu tanti t’amu 

e t’amu ancora.

E puru ju t’amu 

e t’amu ancora. 

T’amu nta la nìura terra

e nta lu celesti celu, 

tra li stiddi e l’unni di lu mari 

ju t’amu! 

T’amu comu ama lu focu ardenti 

quannu cunsuma la pagghia, 

e t’amu di chiù 

nta ddu spaziu senza fini

di ddu duci lamentu 

ca nasci nti nuàutri di na sula vuci.

Ddu mentri

Amu ddu mentri

unni ti visti ’n tinnirizza 

e alburi. 

Nudd’àutru mentri ju amu, 

sulu chiddu, 

pirchì mi dasti lu surrisu chiù aurusu

e lu chiù nfatatu pettu.

Amu dd’ammagaratu mentri, 

sulu chiddu, 

pirchì spalanca la me passioni

e di l’amuri

mi fa cògghiri lu ruffianu pircantu.

Nfatatu Amuri

Mi fazzu àrvuru 

si tu fogghia d’àrvuru ti fai,

ma si pi ’n pircantu 

risinu tu addiventi, ju

pi malìa mi fazzu ciuri. 

Si pi mia raju di suli

tu ti fai, vòria 

mi fazzu ju pi tia. 

E si tu, amuri miu,

pi ciarmu addiventi celu, 

pi tia mi fazzu aurusa stidda.

 

S’idda tuccassi a mia

S’idda tuccassi a mia

A la plaja, 

tra suli spacca petri 

e celu celesti c’accarizza, 

visti na jarzunedda 

assittata supra a rina.

M’avvicinai a l’occhi so’... 

Chi maravigghia!

Avèvanu di li rocci 

lu ruventi culuri 

e di li fogghi tirrusi 

li sfumaturi.

Spirluciavanu di malìa 

e di suli a la calàta.

Ch’era bedda, Diu miu!

Idda tuccava lu mari 

e lu mari s’allincheva di prijizza; 

tuccava la rina 

e la rina s’allincheva di scuma di stiddi. 

E ju pinzai...

cu sapi chi succidissi 

s’idda tuccassi a mia?

Sicilianezza di Aprile

Per il mese di Aprile presentiamo due meraviglie di Sicilia: un altro testo poetico della tradizione dialettale aulica, scritto nel 1500 dal poeta  Girolamo d'Avila di Siracusa e la Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, fondata  nel 1765 dal vescovo Andrea Lucchesi Palli, appartenente a un'antica famiglia principesca. A oggi in essa vi sono custoditi  oltre 60.000 volumi, tra i quali si ritrovano preziosi manoscritti, magnifici codici miniati e pregevoli incunaboli.

Per le immagini qui riprodotte ringraziamo il direttore della biblioteca Don Angelo Chillura. 

 

GIROLAMO D'AVILA, Barone della Boscaglia

Di nobili origini, nacque a Siracusa nel 1505. Si narra che durante la sua vita sperperò i suoi averi e morì paralitico e povero. Egli come poeta fu attivo fino al 1567 e nelle sue composizioni dimostra di aver appreso e fatta propria la lezione dei Poeti catanesi. Si narra ancora che, poco prima di morire, bruciasse la sua vasta produzione in rime. Purtuttavia, di lui rimangono a oggi migliaia di versi, salvati dagli amici che li ricordavano a memoria. Si narra, infine, che sfidasse nella composizione di versi l'altrettanto famoso poeta Pietro Pavone, catanese, battendolo spesso quanto a bravura. 

Brano di quattro ottave in endecasillabi con schema di rima alternata. Nell'ultima strofa il poeta invita dolcemente l'innamorata a considerare la fugacità della bellezza e della gioventù.

Comu gravida donna chi disìa

li frutti chi a ddu tempu non ci su',

ed agitata di la fantasia

si tocca a un puntu e non ci penza chiù;

veni lu partu e nasci zoccu sia

signatu appuntu unni tuccatu fu;

lu stissu fici ju, pinzannu a tia,

tuccai stu cori e ci ristasti tu.

Dui cosi entrambi pessimi e murtali

fannu a lu pettu miu cuntinua guerra;

l'una è la vuluntà di diri quali

sia la ragiuni chi m'accora e atterra.

E l'autra è la ragiuni naturali

chi mi raffrena e la vucca mi serra;

cussì senza rimediu lu miu mali

mi porta a pocu a pocu sutta terra.

O Mariu, supra l'autri curviseri

Fin’a lu celu la tua fama munta,

hai furmi e còiri di tutti maneri,

tagghi beni, attillatu e senza iunta;

di soli, conzi e curduvani veri

fa' li me' scarpi, e cincu cosi cunta:

sìanu auti a coddu e longhi di quarteri,

staciunati e tutta punta.

Si tu sapissi quantu pocu dura

e comu prestu passa, e chiù non torna,

lu dunu chi t'ha datu la natura

di la biddizza, chi ssu corpu adorna,

tu non farrissi chiù tanta dimura,

non pirdirissi li to' megghiu jorna;

divi pinzari ch'ogni jornu scura,

ed ogni focu cinniri ritorna.

Allegoria del trionfo di Venere e Cupido (1540-1545) - Agnolo Bronzino- Olio su tavola (cm 146 x cm 116) - Londra, National Gallery.

La Biblioteca Lucchesiana di Agrigento

Biblioteca Lucchesiana - Esterno

Biblioteca Lucchesiana - Esposizione di testi antichi

Biblioteca Lucchesiana - Una delle sale

Biblioteca Lucchesiana - Interno

Biblioteca Lucchesiana - Il fondatore Andrea Lucchesi Palli, vescovo di Agrigento

 

Sicilianezza di Marzo

Ch'iu per vui mora mi fu datu in sorti – Bartolomeo Asmundo

Bartolomeo Asmundo è il primo poeta lirico siciliano, vissuto  a Catania a cavallo tra il 1400 e il 1500. Un suo grande merito è quello di aver inaugurato una splendida stagione di poesia dialettale siciliana colta che si riallaccia al periodo federiciano, che si è trasmessa fino a tutto il '900, in cui si annoverano poeti come  D'Avila, Bonincontro, Veneziano, Costanzo, Capuana, Martoglio, Di Giovanni, e tanti altri. Si tratta di Sicilianezze intese come espressioni autentiche di una  bellezza isolana colta nei suoi aspetti più intimi, più quotidiani, più drammatici. A mano a mano daremo spazio a questo splendide voci, sottraendole all'oblio, almeno per quel tempo che basta per una lettura, riconsegnandole per qualche minuto appena alla loro dolce sonorità poetica. 

Questo brano è scritto in ottave di endecasillabi con schema di rima alternata.

Ch'iu per vui mora mi fu datu in sorti

la causa non accadi a dirivila,

vui la sapiti, ed iu, ch'in tanti torti

sentu chi l'alma a pocu a pocu sfila.

E benchì pri la pena acerba e forti

chiù la mia vita la Parca non fila,

curru cussì cuntenti a la mia sorti

comu incauta farfalla a la candila.

 

Per la continua guerra, quali a tortu

Sustegnu,patu tantu di rispettu,

chi a passu a passu la me vita portu

a morti, chi cu tanta gioia aspettu.

Comu mi viju quasi essiri mortu

m'aumenta e crisci tantu lu dilettu

chi la me gioia causa tal cunfortu

chi allonga la me vita a miu dispettu.

 

Sugnu riduttu chi si mi lamentu

non mi vólinu l'occhi accumpagnari,

lacrimi pri la facci non mi sentu,

chi mi vurrìa chiancennu cunsumari.

Ma criju, chi 'n-è loru mancamentu,

l'acerba pena mia li fa mancari...

Ah, cchi misiru modu di turmentu,

chianciri e non putiri lacrimari.

 

Lu celu a vogghia nostra non si movi,

tuttu quantu si fa non nesci in paro:

Furtuna fa cu l'opri antichi e novi

di mòdu c'ogni pani ha lu so sparu:

Tasta li cosi dintra e fanni provi,

chi gusti di lu duci e di l'amaru;

cerca chi vita voi, chi non ci trovi

tuttu serenu un jornu e tuttu chiaru.

 

La fava coci e la navi camina

e cui va adaciu fa na gran jurnata;

lu saviu nuccheri, chi la mina,

lu tempu aspetta e la cotta calata.

Cui fa li cosi a tempu la nduvina,

mai si po errari la cosa pinzata;

non vaja scausu cui spini simìna,

ca poi si pungi e la sdiminticata.

 

Chiù groi di la mia donna in guardia stannu,

c'è un Argu chi la vigghia ogni mumentu,

e quantu cu la lira chiù m'affannu

pr'addurmintarlu, invanu sudu e stentu.

Imitu di Mercuriu l'autu ingannu;

ma pocu juva, ed iu sonu a lu ventu,

chi si novantanovi occhi disgannu,

unu chi vigghia ni risbigghia centu.

Antica veduta di Catania - XVI secolo

Stemma della famiglia Asmundo

 

Avvertenze

Note legali

Credits: sito web realizzato da Ilaria Limblici per Libri&Altrove 

 

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